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Trump TV: il giudice riapre le porte ai giornalisti, ma resta accesa la TV del Presidente

Inviato da enzo de simone il
Trump TV

Quando pochi giorni fa abbiamo scritto di Trump TV, avevamo deciso di non liquidare il fenomeno con una battuta, nonostante il nome scelto dalla Casa Bianca e alcuni aspetti quasi grotteschi dell'operazione si prestassero facilmente all'ironia. La questione che ci interessava era molto più seria: mentre alcune importanti organizzazioni giornalistiche venivano escluse dalla Casa Bianca, l'amministrazione statunitense metteva in funzione un proprio flusso televisivo permanente, chiamandolo non White House TV o Presidential TV, ma semplicemente Trump TV.

Avevamo quindi posto una domanda: che cosa accade quando il potere politico, oltre a limitare l'accesso di chi deve osservarlo dall'esterno, costruisce contemporaneamente uno strumento attraverso il quale può raccontare direttamente se stesso?

A distanza di pochi giorni abbiamo una prima risposta importante sul primo versante della questione. Un tribunale federale ha imposto alla Casa Bianca di restituire l'accesso a CNN, MS NOW e Politico. Sul secondo versante, invece, Trump TV continua a trasmettere e, più la osserviamo, più appare difficile capire se ci troviamo davanti all'embrione di un nuovo modello di comunicazione presidenziale o semplicemente a uno dei più singolari esperimenti mediatici mai prodotti da una Presidenza americana.

Il giudice: restituite gli accessi

Nella notte tra il 23 e il 24 settembre il giudice federale Timothy Kelly, nominato dallo stesso Donald Trump durante il suo primo mandato, ha ordinato alla Casa Bianca di ripristinare immediatamente le credenziali di CNN, MS NOW e Politico, sospendendo per quattordici giorni il provvedimento con il quale il Presidente aveva escluso le tre organizzazioni.

È importante precisare che non siamo ancora davanti alla sentenza definitiva sulla controversia. Kelly ha emesso un provvedimento temporaneo e le parti dovranno presentare entro il 5 ottobre le proprie argomentazioni sulla richiesta di un'ingiunzione preliminare di maggiore durata. Il giudice ha però stabilito che le testate hanno buone probabilità di dimostrare che la revoca delle credenziali abbia violato il loro diritto costituzionale al due process, cioè a una procedura corretta prima che venga loro sottratto un accesso precedentemente riconosciuto.

Ed è particolarmente significativa la motivazione. La Casa Bianca aveva sostenuto davanti al tribunale che l'esclusione fosse giustificata anche da ragioni di sicurezza nazionale, ma Kelly ha rilevato la mancanza di un adeguato sostegno fattuale a questa tesi, ricordando inoltre che lo stesso Trump aveva inizialmente motivato pubblicamente la decisione accusando le tre organizzazioni di diffondere notizie false o negative nei suoi confronti.

Il giudice ha inoltre giudicato eccessivamente vago lo standard utilizzato dalla Casa Bianca per stabilire quale comportamento giornalistico possa determinare la revoca delle credenziali. Non basta, in sostanza, affermare genericamente che una testata abbia prodotto una copertura considerata inaccettabile per costruire una regola prevedibile e applicabile con le garanzie richieste dalla Costituzione.

È esattamente uno dei problemi che avevamo individuato nel precedente articolo: una cosa è stabilire regole neutrali di sicurezza e comportamento che tutti i giornalisti devono rispettare, altra cosa è lasciare all'autorità politica il potere di decidere quali forme di giornalismo siano sufficientemente corrette da meritare l'accesso.

La questione del Primo Emendamento rimane aperta e sarebbe scorretto sostenere che il tribunale abbia già definitivamente stabilito che Trump abbia violato la libertà di stampa. Il primo intervento giudiziario si concentra soprattutto sulle garanzie procedurali. Politicamente, tuttavia, il risultato è molto chiaro: la Casa Bianca non ha ottenuto dal giudice quel potere sostanzialmente discrezionale sull'accesso dei giornalisti che aveva rivendicato.

Il ritorno dei giornalisti non è stato proprio immediato

Anche l'esecuzione dell'ordinanza ha prodotto una situazione singolare. Nelle prime ore successive alla decisione alcuni giornalisti delle tre organizzazioni hanno continuato a essere respinti dagli ingressi della Casa Bianca, tanto che CNN, MS NOW e Politico hanno chiesto un nuovo intervento urgente del giudice.

La Casa Bianca ha successivamente spiegato che era necessario il tempo materiale per recuperare, riattivare e riconsegnare i pass, e nel corso della giornata gli accessi sono stati effettivamente ripristinati. Reuters e Associated Press confermano che i giornalisti delle tre organizzazioni sono tornati nei terreni della Casa Bianca.

Non tutto, tuttavia, è tornato alla normalità. CNN e MS NOW hanno riferito che alcuni loro giornalisti non sono stati ammessi a determinati momenti della visita del presidente cinese Xi Jinping, mentre altri rappresentanti dei media erano presenti. Inoltre il provvedimento di Kelly non ha risolto specificamente la questione della partecipazione di CNN al television pool.

Ed è proprio il comportamento del pool a costituire uno degli elementi più interessanti di tutta la vicenda.

ABC, CBS, Fox News e NBC avevano infatti rifiutato di sostituire CNN nella rotazione attraverso la quale le grandi reti producono e condividono le immagini del Presidente. Ancora durante la visita di Xi, le grandi reti hanno continuato a non effettuare la normale copertura video del pool in attesa che la situazione di CNN venisse pienamente chiarita.

Questa solidarietà professionale ha avuto un significato che va ben oltre CNN: reti editorialmente molto diverse, compresa Fox News, hanno difeso il principio secondo cui non dovrebbe essere il Presidente a scegliere quali componenti del sistema giornalistico possano documentarne l'attività in funzione del gradimento della loro copertura.

E Trump TV?

Ed eccoci al fenomeno che aveva dato origine alla nostra riflessione.

Trump TV è ancora lì.

La Casa Bianca continua a presentarla ufficialmente come “TRUMP TV: The Essentials Station”, un flusso disponibile ventiquattr'ore su ventiquattro attraverso YouTube, il sito e l'applicazione ufficiale della White House. L'amministrazione promette i suoi momenti più importanti riuniti in un unico luogo, mentre il responsabile della strategia digitale della Casa Bianca, Kaelan Dorr, l'aveva presentata come i “greatest hits, unfiltered” dell'amministrazione.

Dopo alcuni giorni di trasmissione possiamo però descrivere con maggiore precisione cosa significhi concretamente tutto questo.

Non è una televisione nel significato tradizionale del termine. Non ci sono giornalisti, non ci sono conduttori, non ci sono notiziari, non esiste apparentemente un vero palinsesto e spesso non compaiono neppure indicazioni che permettano allo spettatore di capire immediatamente quando e dove sia stato registrato ciò che sta guardando. Il flusso passa da un discorso presidenziale a una firma, da un evento ufficiale a immagini registrate mesi prima, costruendo una successione continua di materiali scelti dall'amministrazione.

Una giornalista del Washington Post, Monica Hesse, ha fatto qualcosa di particolarmente istruttivo: ha guardato Trump TV per ventiquattr'ore. Il risultato della sua esperienza rende quasi superflua qualsiasi caricatura. Ha raccontato di essersi trovata davanti a lunghe attese, eventi presentati senza introduzione o contesto, interventi che si succedevano senza spiegazioni e vecchi filmati riproposti durante la notte; a un certo punto, mentre venivano trasmesse immagini risalenti a cinque mesi prima dell'Easter Egg Roll della Casa Bianca, gli spettatori collegati erano circa quattrocento.

Ed emerge così un paradosso interessante: un canale nato anche dalla polemica contro il giornalismo tradizionale dimostra involontariamente a cosa serva il giornalismo.

Qualcuno deve spiegare allo spettatore che cosa sta vedendo, quando è accaduto, perché è importante, cosa è successo prima e cosa è accaduto dopo; qualcuno deve confrontare una dichiarazione con i fatti, porre una domanda, individuare una contraddizione e soprattutto decidere che una notizia è importante non perché favorisca l'immagine di chi governa, ma perché è rilevante per il cittadino.

Trump TV elimina quasi completamente questa funzione e ciò che rimane non è “informazione senza filtri”, bensì una lunga sequenza di fonti primarie selezionate dal soggetto che quelle fonti producono.

“Senza filtri”? No: con un solo filtro

È forse questo l'aspetto più interessante dell'esperimento.

L'espressione unfiltered utilizzata dalla Casa Bianca suggerisce che eliminando i giornalisti si possa finalmente stabilire un rapporto diretto fra Presidente e cittadino. Ma un canale costruito e programmato dalla Presidenza non è privo di filtro: ha semplicemente un solo filtro, quello della Presidenza.

Qualcuno sceglie quali discorsi riproporre, quali eventi considerare memorabili, quali successi evidenziare, quali immagini mostrare e quali non mostrare. Il cittadino non assiste quindi alla realtà politica senza intermediari; assiste alla selezione della realtà che l'amministrazione ha deciso di offrirgli.

Questo non rende illegittimo il canale. Tutti i Governi comunicano e hanno pieno diritto di farlo. Anzi, continuiamo a ritenere utile che le istituzioni mettano gratuitamente a disposizione registrazioni integrali, documenti, dati e immagini originali.

La differenza fondamentale consiste nel chiamare queste cose con il loro nome: sono fonti istituzionali, non giornalismo.

Ed è curioso che proprio Trump TV, attraverso la propria struttura rudimentale, finisca per dimostrarlo meglio di qualsiasi trattato sulla libertà d'informazione.

Il “re degli ascolti” e qualche centinaio di spettatori

Poi ci sono i numeri, e qui diventa difficile non concedersi almeno un poco di ironia.

Il canale YouTube ufficiale della Casa Bianca dispone di oltre tre milioni di iscritti, ma Trump TV non sembra per il momento avere conquistato le masse. Al lancio sono stati riportati circa ottomila spettatori contemporanei; nelle ore successive il pubblico è sceso rapidamente e durante il secondo giorno è finito sotto il migliaio. Il 24 settembre, intorno alle 14:45 della costa orientale americana, Audacy registrava meno di seicento persone collegate allo stream.

Fast Company, osservando il servizio, ha rilevato che durante le prime ventiquattr'ore il pubblico medio superava di poco il migliaio di spettatori simultanei e il giorno successivo era già sceso sotto quella soglia. La rivista sottolinea inoltre un'altra caratteristica sorprendente: Trump TV non necessariamente interrompe le proprie repliche quando accade qualcosa di importante in diretta. Durante un intervento di Trump all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, ad esempio, il canale stava trasmettendo un vecchio intervento presidenziale; durante un incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy proponeva invece la registrazione di un altro incontro avvenuto precedentemente.

Il paragone diventato virale in queste ore è certamente impietoso: alcuni osservatori hanno notato che su YouTube esistono dirette costituite semplicemente dall'immagine di un ventilatore acceso capaci di raccogliere un pubblico comparabile o superiore. Il confronto fa sorridere, ma non lo utilizzeremmo come misura scientifica del successo del progetto.

I dati disponibili sono ancora troppo iniziali per decretare definitivamente un fallimento e un singolo evento importante può produrre picchi enormemente superiori. Ciò che possiamo affermare è molto più semplice: nei primi giorni il pubblico ordinario del flusso continuativo Trump TV è stato sorprendentemente piccolo rispetto alla visibilità istituzionale della Casa Bianca e alla quantità di attenzione giornalistica ricevuta dal lancio.

Il problema serio nascosto dentro una televisione piuttosto ridicola

Potremmo quindi fermarci alla caricatura: Trump TV come televisione senza giornalisti, senza conduttori, quasi senza palinsesto e, almeno per ora, quasi senza spettatori.

Sarebbe divertente, ma sarebbe un errore.

Perché la modestia del prodotto non elimina il problema politico che avevamo sollevato. Al contrario, permette forse di vederlo ancora meglio.

Trump TV è stata creata dalla Casa Bianca mentre il normale sistema indipendente di copertura televisiva della Presidenza entrava in crisi a causa della decisione di Trump di escludere alcune organizzazioni giornalistiche. Ora un giudice federale ha imposto il ripristino delle loro credenziali, ritenendo che vi siano forti ragioni per considerare illegittima la procedura seguita dall'amministrazione.

Il sistema democratico americano, almeno in questa prima fase, ha quindi prodotto i propri anticorpi: le organizzazioni giornalistiche hanno reagito insieme, testate concorrenti hanno difeso il principio dell'accesso indipendente e un tribunale ha posto un limite all'azione dell'esecutivo.

Trump TV rimane invece accesa e proprio per questo merita di continuare a essere osservata.

Non perché qualche centinaio di persone che guardano vecchi discorsi presidenziali rappresentino oggi una minaccia alla democrazia americana, ma perché il modello che quella televisione rappresenta è molto più importante dei suoi ascolti: il potere che non si limita più a essere fonte dell'informazione, ma aspira a diventare contemporaneamente produttore, selezionatore e distributore del racconto su se stesso.

Una coincidenza che merita attenzione

C'è infine un'altra notizia di queste ore che rende ancora più importante continuare la nostra indagine sul finanziamento della comunicazione presidenziale.

Associated Press riferisce oggi di una campagna pubblicitaria televisiva, pagata dal Governo federale, nella quale compare Trump e vengono utilizzati messaggi collegati alle elezioni di metà mandato. La vicenda è distinta da Trump TV e non dobbiamo confondere i due casi, ma dimostra quanto sia attuale la questione che avevamo già posto: dove termina la legittima comunicazione istituzionale finanziata con risorse pubbliche e dove comincia la promozione politica della persona che temporaneamente governa?

È precisamente la domanda che continueremo a porre anche per Trump TV, perché rimane ancora da chiarire in maniera soddisfacente quali risorse vengano impiegate per produrla, quale personale vi lavori, quanto costi e attraverso quali capitoli del bilancio della Casa Bianca venga finanziata.

E forse proprio qui troviamo la vera conclusione di questa seconda puntata.

Qualche giorno fa ci chiedevamo che cosa sarebbe successo alla libertà d'informazione se il racconto prodotto direttamente dal potere avesse cominciato a sostituire quello prodotto da giornalisti indipendenti. Oggi possiamo registrare un primo fatto importante: i giornalisti sono tornati alla Casa Bianca mentre Trump TV, per il momento, non sembra essere riuscita neppure lontanamente a sostituirli.

Non sappiamo ancora che cosa Trump TV diventerà. Potrebbe essere modificata, professionalizzata, trasformata in qualcosa di molto più strutturato oppure lentamente dimenticata.

Continueremo quindi a seguirla, anche concedendoci qualche sorriso davanti alle sue attuali goffaggini, ma senza perdere di vista la questione essenziale.

Perché una Trump TV con cinquecento spettatori può anche essere ridicola.

L'idea che sia il potere a raccontare il potere, pretendendo di non avere bisogno di chi lo osserva dall'esterno, non lo è affatto.