Dalle manifestazioni studentesche alla repressione del dissenso: quando la cronaca della violenza cancella le ragioni della protesta e nasconde le responsabilità sociali e politiche.
Ancora una volta, dopo le violenze che hanno accompagnato le manifestazioni degli studenti, il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha tracciato il proprio bilancio mettendo al centro gli arresti e l'azione delle forze dell'ordine. Un bilancio accolto con soddisfazione da diverse forze politiche, soprattutto da quelle che sostengono l'attuale governo, e accompagnato dalle consuete dichiarazioni sulla fermezza delle istituzioni, sulla difesa dell'ordine pubblico e sulla necessità di garantire la sicurezza e la serenità dei cittadini.
«Lo Stato c'è», è il messaggio che viene ripetuto con particolare enfasi ogni volta che la polizia interviene, vengono effettuati arresti e si ristabilisce quello che viene definito l'ordine pubblico.
Eppure, di fronte a queste manifestazioni di soddisfazione, credo che sarebbe necessario porsi una domanda molto più importante: dov'è lo Stato quando non si tratta di arrestare, reprimere o ristabilire l'ordine, ma di garantire i diritti fondamentali delle persone?
Come accade ormai abitualmente, giornali e televisioni hanno dedicato ampio spazio agli scontri, alle immagini delle vetrine danneggiate, ai cassonetti incendiati, agli interventi delle forze dell'ordine e agli arresti. La cronaca degli episodi violenti ha finito così per occupare quasi interamente lo spazio dell'informazione, relegando in secondo piano, quando non cancellando completamente, le ragioni che avevano portato migliaia di giovani a scendere in piazza.
È un meccanismo che conosciamo bene. La protesta nasce da un disagio, da una rivendicazione, da una condizione sociale che viene percepita come ingiusta; ma quando una parte della manifestazione sfocia in episodi violenti, l'attenzione si sposta immediatamente dalle cause agli effetti, dalle responsabilità politiche ai comportamenti individuali, dalle domande poste dai manifestanti alle risposte delle forze dell'ordine.
Alla fine, non si discute più del perché si protesta, ma soltanto di come si protesta.
Ed è proprio questo spostamento dell'attenzione che considero profondamente sbagliato e, per molti aspetti, persino più preoccupante degli episodi che vengono raccontati.
Lo Stato c'è quando deve arrestare qualche centinaio di manifestanti, ma dov'è quando milioni di persone vivono in condizioni di povertà?
Gli ultimi dati dell'Istat, pubblicati nell'ottobre 2026 e relativi all'anno precedente, ci dicono che in Italia oltre 5,4 milioni di persone vivono in povertà assoluta, tra le quali più di un milione di minori. Non si tratta di impressioni, di slogan o di valutazioni ideologiche, ma di una condizione sociale documentata, che riguarda persone e famiglie incapaci di sostenere le spese necessarie per una vita dignitosa.
Dov'è lo Stato quando il lavoro, che dovrebbe rappresentare uno strumento di emancipazione economica e sociale, non riesce più a garantire a tante persone una vita libera dal bisogno? Quando un giovane, pur studiando e lavorando, incontra difficoltà sempre maggiori a costruire un'esistenza autonoma? Quando il diritto alla casa diventa un privilegio e non una possibilità concretamente accessibile?
E dov'è lo Stato quando le disuguaglianze economiche e sociali continuano a dividere profondamente la popolazione, mentre la disponibilità di grandi patrimoni e capitali conferisce a una minoranza un potere economico e una capacità di influenza che la maggioranza dei cittadini non potrà mai esercitare?
Non è soltanto una questione di distribuzione della ricchezza. È una questione di democrazia, perché una società attraversata da disuguaglianze profonde finisce inevitabilmente per produrre anche disuguaglianze nella possibilità di partecipare, di decidere, di influenzare le scelte collettive e perfino di immaginare il proprio futuro.
Nel frattempo, abbiamo assistito al progressivo indebolimento di alcuni dei principali pilastri sui quali si era costruita, almeno nelle intenzioni, la nostra convivenza sociale.
La scuola pubblica, che dovrebbe garantire a tutti le stesse opportunità di crescita culturale e personale, è troppo spesso costretta a confrontarsi con carenze strutturali, precarietà, difficoltà economiche e profonde differenze territoriali. La sanità pubblica, che dovrebbe assicurare il diritto universale alla salute, è attraversata da problemi che spingono sempre più cittadini a rinunciare alle cure, a rinviarle oppure a rivolgersi, quando possono permetterselo, alle strutture private.
Sono processi che non nascono oggi e che non possono essere attribuiti esclusivamente all'attuale governo. Sono il risultato di scelte politiche, economiche e culturali che si sono accumulate nel corso di molti anni, attraversando maggioranze parlamentari di diverso orientamento e contribuendo a trasformare progressivamente il rapporto tra cittadini, istituzioni e diritti sociali.
Eppure, di fronte a tutto questo, non assistiamo alla stessa indignazione, alla stessa determinazione e alla stessa enfasi con cui vengono annunciati gli arresti dei manifestanti.
Non vediamo conferenze stampa trionfali per denunciare le condizioni di chi non riesce a curarsi, di chi vive nella precarietà o di chi deve scegliere quali necessità familiari soddisfare e a quali rinunciare.
La sicurezza viene così identificata quasi esclusivamente con l'ordine pubblico, dimenticando che esiste anche una sicurezza sociale, economica e personale senza la quale la libertà rischia di diventare una parola priva di contenuto.
Un cittadino non è davvero sicuro soltanto perché può attraversare una piazza senza incontrare una manifestazione. Dovrebbe sentirsi sicuro anche rispetto alla possibilità di avere un lavoro dignitoso, una casa, un'istruzione, un'assistenza sanitaria adeguata e una prospettiva di vita per sé e per i propri figli.
È questa sicurezza che uno Stato democratico dovrebbe innanzitutto garantire.
Naturalmente, ogni volta che una manifestazione sfocia in episodi violenti, si apre immediatamente il dibattito sulla legittimità o sull'opportunità di determinate forme di protesta. È un dibattito possibile, certamente, ma confesso che trovo sempre più fastidioso il fatto che finisca per diventare l'unico argomento di discussione.
Non credo che la violenza debba essere considerata automaticamente una soluzione, né che ogni gesto compiuto durante una protesta debba essere approvato o giustificato. Credo però che sia profondamente sbagliato pretendere di comprendere i conflitti sociali limitandosi a giudicare le forme attraverso le quali si manifestano.
Anche la violenza può essere l'espressione, certamente estrema e contraddittoria, di un disagio reale, profondo e diffuso, che nella vita quotidiana non trova ascolto, rappresentanza o possibilità di esprimersi.
Non è necessario condividere ogni comportamento per cercare di comprenderne le ragioni. Anzi, dovrebbe essere proprio questa la responsabilità della politica, dell'informazione e delle istituzioni: interrogarsi sulle cause dei conflitti prima ancora di limitarsi a condannarne le manifestazioni più evidenti.
Una società nella quale crescono la precarietà, la sfiducia, la solitudine e la percezione di non avere alcuna possibilità di incidere sulle decisioni collettive non può sorprendersi se, prima o poi, una parte del disagio assume forme di ribellione radicale.
Il conflitto sociale non scompare semplicemente perché viene ignorato. E non viene risolto attraverso gli arresti, le denunce o l'inasprimento delle misure di ordine pubblico.
Può essere temporaneamente contenuto, allontanato dalle piazze, reso meno visibile. Ma le condizioni che lo hanno generato rimangono, spesso aggravate dalla convinzione che le istituzioni siano disponibili ad ascoltare soltanto chi accetta di esprimersi entro confini stabiliti da altri.
C'è poi un'altra forma di violenza, assai meno spettacolare, che non produce immagini televisive altrettanto impressionanti e che raramente viene raccontata con la stessa indignazione.
È la violenza di una società che lascia indietro una parte crescente delle persone, che trasforma diritti fondamentali in opportunità subordinate alle disponibilità economiche, che chiede sacrifici sempre agli stessi e che considera inevitabili disuguaglianze che sono invece anche il risultato di precise scelte politiche.
È una violenza silenziosa, quotidiana, spesso legalmente organizzata e socialmente accettata. Una violenza che non infrange vetrine, ma può distruggere prospettive di vita; che non incendia cassonetti, ma consuma lentamente la dignità delle persone; che non compare nei bollettini delle questure, ma incide profondamente sulla libertà di milioni di cittadini.
Ecco perché considero una forma di violenza anche la scelta di ridurre una protesta sociale esclusivamente a un problema di cronaca nera e di ordine pubblico.
È una violenza ancora più subdola e strisciante, perché finisce per negare visibilità e legittimità alle ragioni del conflitto, trasformando chi protesta in un problema da eliminare anziché in una persona, o in una parte della società, con cui confrontarsi.
Non si tratta di negare le responsabilità individuali, che devono essere accertate nelle sedi competenti e nel rispetto delle garanzie previste dalla legge. Si tratta di rifiutare l'idea che la risposta giudiziaria e quella di polizia possano sostituire la risposta politica.
E soprattutto si tratta di ricordare che una persona arrestata non è, per questo solo fatto, colpevole, e che il linguaggio utilizzato per descrivere i manifestanti non è mai neutrale. Definire indistintamente dei giovani come «teppisti» significa spesso anticipare un giudizio e cancellare, dietro un'etichetta, le persone e le ragioni che le hanno portate in piazza.
Per quanto mi riguarda, a tutti gli arrestati va la mia personale solidarietà.
È una solidarietà che nasce dal riconoscimento del coraggio di chi, in un contesto sociale sempre più caratterizzato dalla rassegnazione, dall'individualismo e dall'accettazione passiva dell'esistente, ha deciso di uscire dagli schemi e di ribellarsi.
Non significa attribuire automaticamente ragione a ogni gesto, né rinunciare a distinguere le responsabilità individuali. Significa rifiutare che quei giovani vengano liquidati attraverso una definizione sprezzante e che la loro vicenda venga utilizzata per cancellare le ragioni collettive della protesta.
In un Paese nel quale troppo spesso il disagio viene vissuto individualmente, nel silenzio delle famiglie, nella solitudine dei giovani e nella rassegnazione di chi non crede più nella possibilità di cambiare le cose, la ribellione rappresenta comunque un segnale che non dovrebbe essere ignorato.
Si può non condividere il modo in cui si manifesta. Si possono criticare determinati comportamenti. Ma non si può pretendere che il disagio sociale rimanga eternamente silenzioso, composto e invisibile, mentre le condizioni che lo producono continuano a essere considerate normali.
Uno Stato che si dichiara presente soltanto quando arresta e reprime offre un'immagine molto limitata, e per certi aspetti inquietante, della propria funzione.
Lo Stato dovrebbe esserci prima. Dovrebbe esserci nelle scuole, negli ospedali, nei luoghi di lavoro, nei quartieri popolari, nelle periferie, nelle condizioni materiali di vita delle persone. Dovrebbe esserci quando un giovane perde fiducia nel futuro, quando una famiglia scivola nella povertà, quando un cittadino rinuncia a curarsi e quando una comunità non trova più strumenti reali per partecipare alle decisioni che la riguardano.
Perché una democrazia non si misura soltanto dalla capacità di mantenere l'ordine, ma soprattutto dalla capacità di garantire diritti, affrontare le disuguaglianze e riconoscere il conflitto sociale come una componente della propria esistenza.
E allora, davanti all'ennesima dichiarazione trionfale secondo cui «lo Stato c'è», la domanda che continuo a pormi è sempre la stessa.
Lo Stato c'è. Ma per chi?