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consapevolezza digitale

Non è normale. Chi ha deciso che dovremmo parlarci tutti dentro il recinto di Zuckerberg?

Inviato da enzo de simone il
Facciamo un esperimento. Chiedete a dieci persone perché usano WhatsApp. Otto risponderanno: "Perché ce l'hanno tutti." Una dirà: "Non ci ho mai pensato." L'ultima vi guarderà come si guarda un tipo strano che rompe le scatole. Ecco il punto. Non "perché è sicuro", non "perché è meglio", non "perché l'ho scelto". Perché ce l'hanno tutti. È l'argomento più debole che esista, e regge un'infrastruttura di comunicazione per oltre due miliardi di persone. Io non uso WhatsApp. E non lo dico per snobismo, né per fare il bastian contrario. Lo dico perché non è normale che la comunicazione privata di un'intera società passi per i server di una multinazionale della pubblicità, e ancora meno normale è che nessuno lo trovi strano.

Non abbiamo un problema con l’Intelligenza Artificiale. Abbiamo un problema con la nostra cultura digitale

Inviato da enzo de simone il
Da mesi, forse da anni, discutiamo dei pericoli dell’Intelligenza Artificiale come se improvvisamente fosse comparso davanti a noi un oggetto completamente estraneo alla storia recente della tecnologia e della società. Si moltiplicano gli allarmi, gli appelli alla regolamentazione, le richieste di nuovi divieti, le previsioni catastrofiche e le descrizioni di un futuro nel quale le macchine potrebbero sottrarci capacità, lavoro, autonomia e persino la possibilità di distinguere ciò che è vero da ciò che è falso. Molti di questi problemi esistono e sarebbe irresponsabile negarli. Ma concentrando quasi tutta l’attenzione sull’Intelligenza Artificiale rischiamo di non vedere qualcosa di molto più grande e, soprattutto, di molto più antico: non abbiamo ancora imparato, come società, a usare consapevolmente gli strumenti digitali che già possediamo.

Per ritirare un libro devo avere WhatsApp? Quando una scelta privata diventa un obbligo di fatto

Inviato da enzo de simone il
Sono andato in libreria per ritirare un libro che avevo ordinato. Il libro non era ancora arrivato. «Nessun problema», mi ha detto l’addetta. «Quando arriverà le verrà inviato un messaggio». Fin qui, nulla di strano. Se non fosse che quel messaggio, nelle due occasioni precedenti, non era mai arrivato, nonostante il mio indirizzo email e il mio numero di telefono fossero corretti. Per verificare il problema, l’addetta mi ha mostrato un cartoncino con un QR code di WhatsApp: «Controlli qui che i dati siano esatti». Ed è a quel punto che è emerso il vero problema.

Meta paga miliardi per la dipendenza dai social. Ma educare vale più che vietare

Inviato da enzo de simone il
La notizia arrivata dagli Stati Uniti è di quelle destinate a fare rumore: Meta, la società proprietaria di Facebook e Instagram, ha raggiunto un accordo da fino a 16,68 miliardi di dollari per chiudere una parte rilevante del contenzioso avviato negli Stati Uniti sui danni provocati ai minori dall'uso dei social network. Una cifra enorme. Ma sarebbe un errore fermarsi alla cifra.

L'Alta Corte francese boccia il divieto sui social: la repressione cede il passo al senso di realtà

Inviato da tuxsa il
La notizia arrivata di recente dalla Francia è una di quelle che non ci sorprende, ma che merita una riflessione approfondita: l'Alta Corte francese ha bocciato il provvedimento che puntava a vietare o restringere drasticamente l'accesso ai social network per i minori.

Puntata 1.1 – Il modello di business: l’attenzione come merce

Inviato da tuxsa il
«Se il prodotto è gratuito, il prodotto sei tu.» Questo mantra, ormai logoro ma non per questo meno vero, è la chiave di volta per comprendere l’intero ecosistema dei social media. Perché Twitter, Instagram, TikTok, Facebook e YouTube non sono – non sono mai stati – semplici strumenti di comunicazione. Sono macchine da pubblicità travestite da piazze virtuali.