Facciamo un esperimento. Chiedete a dieci persone perché usano WhatsApp. Otto risponderanno: «Perché ce l'hanno tutti.» Una dirà: «Non ci ho mai pensato.» L'ultima vi guarderà come si guarda un tipo strano che rompe le scatole.
Ecco il punto. Non «perché è sicuro», non «perché è meglio», non «perché l'ho scelto». Perché ce l'hanno tutti. È l'argomento più debole che esista, e regge un'infrastruttura di comunicazione per oltre due miliardi di persone.
Io non uso WhatsApp. E non lo dico per snobismo, né per fare il bastian contrario. Lo dico perché non è normale che la comunicazione privata di un'intera società passi per i server di una multinazionale della pubblicità, e ancora meno normale è che nessuno lo trovi strano.
Normale è il telefono. Normale è la posta. WhatsApp no.
Cominciamo a mettere ordine nelle parole, perché il linguaggio è il primo terreno di questa battaglia.
Normale è ciò che è aperto, interoperabile, di tutti. Il telefono: chiamo chiunque, con qualsiasi operatore e qualsiasi apparecchio. La posta elettronica: scelgo io il provider, scelgo io il programma, e scrivo a chi voglio. Gli SMS. Sono protocolli, non prodotti. Nessuno li possiede. Nessuno può svegliarsi una mattina e cambiarne le regole per fare più profitto.
WhatsApp è un'altra cosa: un prodotto privato, con un solo padrone, un'unica app ufficiale, un unico server, termini di servizio che si modificano a senso unico e si accettano con un tocco. Non è uno standard, è un recinto. Che sia affollato non lo rende una piazza.
Confondere ciò che è diffuso con ciò che è normale è il trucco su cui campa tutta l'industria digitale. Il fumo era diffusissimo. Non era normale, era un affare per qualcuno.
Cosa c'è dentro il recinto
Sento già l'obiezione: «Ma WhatsApp è cifrato!» Vero. I messaggi sono cifrati end-to-end, con lo stesso protocollo nato nel mondo Signal. Ma fermarsi qui è come dire che una casa è sicura perché la porta è blindata, dimenticando di chiedersi chi ha le chiavi del palazzo, chi tiene il registro di chi entra e chi esce, e a chi lo vende.
- I metadati sono il vero petrolio. Non serve leggere le lettere per sapere tutto di una persona: basta sapere chi scrive a chi, quando, quante volte, da dove, in quali gruppi. La mappa delle relazioni di una persona vale più di qualsiasi messaggio, e chi vive di profilazione lo sa benissimo.
- Il padrone è Meta. La stessa Meta di Facebook e Instagram, con il suo curriculum di scandali, multe e «ci scusiamo per l'errore».
- Codice chiuso. Che cosa fa davvero quell'app dentro il vostro telefono? Non potete saperlo. Dovete fidarvi della parola di un'azienda il cui modello di business è conoscervi.
- Backup. Per anni i backup su cloud sono rimasti fuori dalla cifratura end-to-end: la porta blindata con la finestra aperta. Oggi si può attivare la protezione, ma solo se lo sai e lo chiedi.
- Il prodotto cambia, e non per voi. Intelligenza artificiale integrata, canali, vetrine commerciali, pagamenti. Non è più una chat, è una piattaforma che cresce secondo gli interessi di chi la possiede.
Il caso dei termini di servizio del 2021
Nel gennaio 2021 WhatsApp impose un aggiornamento dei termini di servizio da accettare entro l'8 febbraio, pena la perdita progressiva delle funzioni. Il Garante italiano giudicò il messaggio e l'informativa poco chiari e intelligibili e portò il caso all'attenzione dell'EDPB, l'organismo che riunisce le autorità europee. L'azienda dovette rinviare la scadenza di tre mesi, al 15 maggio.
Per onestà va detto che, per gli utenti europei, le modalità di condivisione dei dati con il gruppo non cambiarono: le novità riguardavano soprattutto le aziende che usano WhatsApp Business. Ma il metodo resta istruttivo: un testo oscuro, una scadenza, una minaccia implicita di esclusione. E in mezzo la vera sorpresa: milioni di persone scoprirono di non avere alcun potere contrattuale sullo strumento con cui comunicano ogni giorno. Molti scaricarono Signal per qualche giorno. Poi la maggioranza tornò al recinto, perché «tanto ce l'hanno tutti».
Signal: la dimostrazione che un'altra strada esiste
Signal è gestito da una fondazione senza scopo di lucro. Nessuna pubblicità, nessun profilo da vendere, nessun azionista da accontentare. Il codice è aperto e chiunque può guardarci dentro.
Ma il dato che dovrebbe far riflettere è un altro. Quando le autorità chiedono a Signal i dati degli utenti, le risposte pubblicate sono quasi comiche per quanto sono scarne. Nella richiesta più recente, relativa a 37 numeri di telefono, sette account non esistevano, per 24 non c'era alcuna informazione disponibile e solo per sei sono stati forniti dati: la data di creazione dell'account e quella dell'ultima connessione. Tutto qui. Non perché Signal sia «buono», ma perché è stato costruito per non avere quelle informazioni. La tua privacy non dipende dalla buona volontà di qualcuno: dipende dal fatto che nessuno ha i dati da abusare.
E adesso, per coerenza con quello che predico, vengono le critiche a Signal, perché una battaglia seria non ha bisogno di santini. Signal è centralizzato: i server sono i suoi, non c'è federazione. Chiede ancora un numero di telefono per iscriversi, anche se ora non serve più mostrarlo agli altri. Chi, come me, tiene alla decentralizzazione come principio ha ragione di guardare a Matrix, XMPP, SimpleX. Signal oggi è il miglior compromesso tra sicurezza e usabilità: un ponte, non una destinazione. Ma è un ponte che porta fuori dal recinto, e questo basta a fare la differenza.
Il problema non è la tecnica. È il gregge, e chi lo governa.
Perché WhatsApp domina? Non certo per meriti tecnici. Domina per effetto rete: vale perché ci sono tutti, ci sono tutti perché vale. Un monopolio che si regge su sé stesso, senza bisogno di essere il migliore, solo di essere il primo a cui tutti si sono abituati. Non lo dico solo io: lo scrive il legislatore europeo, nel considerando 64 del Digital Markets Act, dove si riconosce che la mancanza di interoperabilità permette ai grandi servizi di messaggistica di beneficiare di forti effetti di rete, alzando le barriere per i concorrenti e i costi di passaggio per gli utenti.
Sopra questo meccanismo cresce un'attitudine che trovo francamente sconfortante: la rinuncia a scegliere. «Lo usano tutti» è diventata una formula magica che chiude ogni discussione. Chi pone una domanda passa per pignolo. Chi propone un'alternativa passa per un fanatico che complica la vita agli altri. È perfetto: il recinto non ha nemmeno bisogno di guardiani, ci pensano gli stessi ospiti a isolare chi non si adegua.
Attenzione però a dove puntiamo il dito. La colpa non è dell'utente stanco che ha il gruppo della scuola, il lavoro, la famiglia già lì dentro. La colpa è di chi ha investito miliardi per rendere l'uniformità comoda e la scelta faticosa. L'omologazione non è un difetto di carattere, è un prodotto industriale, progettato e ottimizzato. Il gregge non nasce: lo si costruisce, e qualcuno ci guadagna.
Stesso meccanismo, ovunque
La chat è solo il sintomo più visibile. Guardatevi intorno e ritrovate lo stesso schema, con altri costumi.
I consumi. Le stesse catene in ogni città, gli stessi marchi, gli stessi scaffali. La bottega che chiude perché non regge, e nessuno se ne accorge finché non è sparita. Compriamo ciò che un algoritmo ci ha messo sotto il naso, convinti di averlo scelto.
Il turismo di massa. Le stesse mete, le stesse foto identiche postate da milioni di persone, gli stessi itinerari suggeriti dalle stesse piattaforme. Il viaggio, che era scoperta, diventa consumo di un'esperienza già impacchettata. I centri storici si svuotano di chi ci vive e si riempiono di negozi che vendono la stessa paccottiglia. Città-scenografia, abitanti-comparse.
I comportamenti. Mode, linguaggi, gesti che si propagano in poche ore e si spengono con la stessa velocità, sempre sugli stessi modelli globali. Le piattaforme non si limitano a mostrare il comportamento sociale, lo plasmano, premiando ciò che genera reazioni e sommergendo tutto il resto.
La politica. Qui la faccenda si fa seria. Quando l'informazione passa da pochissime piattaforme che ottimizzano l'attenzione e non la verità, il dibattito si trasforma in tifo. Slogan al posto di analisi, indignazione al posto di ragionamento, bolle che si somigliano e si detestano. E non è nemmeno pluralismo: sono due o tre pensieri prefabbricati, speculari, ugualmente comodi per chi governa l'attenzione.
Il filo che lega tutto è la delega. Delego lo strumento a chi me lo offre, il prodotto a chi me lo suggerisce, l'informazione a chi la ordina. Ogni delega, presa da sola, sembra innocua, quasi sensata. Sommate, danno una società che ha disimparato a scegliere, e quindi a essere libera.
Sì, sono preoccupato. No, non mi rassegno.
Lo confesso: la cosa che mi inquieta di più è che non si intravede una soluzione all'orizzonte. Questi strumenti orientano la vita intera delle persone, e il dibattito pubblico, quando c'è, si esaurisce nel «vabbè, sono comodi».
Ma sappiamo bene come funzionano le soluzioni in questi campi: non arrivano dall'alto. Non le porterà un'authority, non le regalerà un'azienda. Nascono dal basso, da minoranze ostinate che cominciano a fare le cose in un altro modo e le fanno vedere. Ecco cosa si può fare, subito.
- Scegliere, e non nascondersi. Ogni persona che usa uno strumento libero e lo dichiara senza vergogna incrina l'effetto rete nel proprio ambiente. In un gruppo di dieci, quando due o tre hanno l'alternativa, per gli altri la scelta non è più obbligata. I monopoli si sgretolano dai bordi.
- Rendere la scelta facile. La predica non convince nessuno. Aiuta chi vuole provare, installa con lui, tieni un canale doppio per il periodo di transizione. La coerenza si dimostra con la pratica, non con la superiorità morale.
- Costruire infrastrutture nostre. Server autogestiti, istanze Matrix di associazioni e collettivi, servizi comunitari sul territorio. Non è utopia: è manutenzione quotidiana, ed è la prova vivente che un'altra rete è possibile.
- Pretendere standard aperti. L'articolo 7 del Digital Markets Act obbliga i grandi servizi di messaggistica designati come gatekeeper a rendere interoperabili le funzionalità di base con quelli di altri fornitori che ne facciano richiesta, gratuitamente. Va difeso e fatto rispettare: le regole contano quanto il codice.
- Rimettere in circolo la domanda. Chi lo produce? Come si finanzia? Cosa sa di me? Se ne esco, cosa perdo? Sono quattro domande, e chi ha imparato a farsele non le smette più. E ogni volta che ne applica una a un nuovo strumento, il recinto perde un pezzo.
Non chiedo a nessuno di diventare un asceta del digitale o di buttare via il telefono. Chiedo una cosa molto più semplice e molto più scomoda: di sapere perché fa quello che fa.
Perché c'è un abisso tra chi usa uno strumento dopo averlo valutato e chi lo usa perché non gli è mai passato per la testa che potesse esistere altro. Il primo è un cittadino, il secondo è, a sua insaputa, un cliente. E le aziende, i clienti, li conoscono benissimo: sono prevedibili, docili, fedeli per pigrizia.
Ce l'hanno tutti non è un argomento. È il suono di una società che ha smesso di farsi domande.
Cominciamo a farle.
Fonti e approfondimenti
Signal e le richieste delle autorità
- signal.org/bigbrother: la pagina dove Signal pubblica le richieste legali ricevute e le proprie risposte.
- Grand jury subpoena, District of Columbia: la richiesta più recente citata nell'articolo (37 numeri; 7 account inesistenti, 24 senza dati, 6 con data di creazione e ultima connessione).
- Malwarebytes: il caso California del 2021, con la dichiarazione degli avvocati dell'ACLU.
- Wikipedia, Open Whisper Systems: il primo caso, nel 2016.
Il Digital Markets Act
- Regolamento (UE) 2022/1925 su EUR-Lex: testo ufficiale (art. 7 e considerando 64).
- Commissione europea: interoperabilità della messaggistica (art. 7).
I termini di servizio di WhatsApp del 2021
- Cybersecurity360: la ricostruzione della vicenda, con l'intervento del Garante e il rinvio al 15 maggio.
- La Legge per Tutti: il giudizio del Garante e la migrazione verso Signal e Telegram.
- Fonte primaria: comunicato del Garante per la protezione dei dati personali del 14 gennaio 2021, consultabile su garanteprivacy.it.