La notizia arrivata dagli Stati Uniti è di quelle destinate a fare rumore: Meta, la società proprietaria di Facebook e Instagram, ha raggiunto un accordo da fino a 16,68 miliardi di dollari per chiudere una parte rilevante del contenzioso avviato negli Stati Uniti sui danni provocati ai minori dall'uso dei social network. Una cifra enorme. Ma sarebbe un errore fermarsi alla cifra.
La vicenda è importante soprattutto perché porta dentro un'aula di tribunale una questione della quale discutiamo ormai da anni: quanto sono realmente neutrali gli strumenti digitali che utilizziamo ogni giorno? E quanto della nostra permanenza sulle piattaforme dipende da una scelta consapevole e quanto, invece, dal modo in cui quelle piattaforme sono state progettate?
Il 26 agosto Meta ha raggiunto un accordo nel processo federale in corso a Oakland, in California, nato dalle azioni promosse da numerosi Stati americani.
Le accuse sono pesanti: secondo gli Stati ricorrenti, Facebook e Instagram sarebbero stati progettati utilizzando meccanismi capaci di favorire un uso compulsivo da parte dei più giovani; Meta avrebbe inoltre fornito informazioni fuorvianti sulla sicurezza delle piattaforme e raccolto impropriamente dati personali di minori.
Meta ha sempre respinto queste accuse e anche l'accordo raggiunto non costituisce un'ammissione di responsabilità.
L'aspetto interessante, però, è che non ci sono soltanto i miliardi.
L'intesa prevede modifiche concrete al funzionamento delle piattaforme per gli utenti più giovani: limiti giornalieri predefiniti all'utilizzo, restrizioni nelle ore notturne, maggiori controlli sull'età, limitazioni nell'accesso a determinati contenuti e nuovi strumenti a disposizione dei genitori. È previsto inoltre un controllo indipendente sul rispetto di alcune delle misure concordate.
Il principio che emerge è importante: la sicurezza non può essere scaricata interamente sull'utente quando il prodotto stesso è progettato per massimizzare il tempo trascorso al suo interno.
Una sanzione può essere necessaria. Ma non è una politica digitale
È giusto che uno Stato intervenga quando ritiene che siano stati violati diritti, soprattutto quando sono coinvolti bambini e adolescenti. È altrettanto giusto che esistano regole, controlli e sanzioni ma sarebbe pericoloso pensare che la questione finisca qui.
Possiamo imporre un limite di due ore. Possiamo impedire l'accesso durante la notte. Possiamo vietare alcune funzionalità. Possiamo obbligare una multinazionale a pagare miliardi.
Ma nessuna di queste misure insegna automaticamente a un ragazzo perché continua a scorrere uno schermo.
Non gli spiega perché un determinato contenuto gli viene proposto. Non gli insegna che dietro la sua attenzione esiste un modello economico. Non gli permette di capire quali dati sta cedendo, come vengono utilizzati, perché una notifica è costruita in un certo modo o perché un algoritmo tende a mostrargli alcuni contenuti invece di altri. Ed è proprio qui che dovrebbe cominciare il compito delle istituzioni pubbliche.
Dalla protezione alla consapevolezza
Per troppo tempo abbiamo affrontato l'educazione digitale quasi esclusivamente come educazione all'utilizzo degli strumenti. Saper utilizzare uno smartphone non significa possedere una cultura digitale. Essere abilissimi con Instagram, TikTok o WhatsApp non significa comprenderne il funzionamento.
La vera alfabetizzazione digitale dovrebbe insegnare almeno tre cose: come funzionano gli strumenti, quali interessi economici ne determinano il funzionamento e quali alternative esistono.
Un adolescente dovrebbe sapere cosa significa profilazione. Dovrebbe conoscere la differenza tra un servizio centralizzato e uno decentralizzato. Dovrebbe capire perché i propri dati hanno valore economico, cosa significa interoperabilità, cosa fa un algoritmo di raccomandazione e perché esistono Software Libero, standard aperti e piattaforme che adottano modelli differenti.
Non per trasformare tutti in informatici. Esattamente per il motivo opposto: per trasformarli in cittadini consapevoli.
Qui entra in gioco una responsabilità pubblica che troppo spesso viene confusa con la semplice digitalizzazione.
Digitalizzare la scuola non significa acquistare dispositivi, installare piattaforme o sostituire un quaderno con uno schermo.
Una scuola realmente digitale dovrebbe insegnare anche a mettere in discussione lo strumento digitale.
Dovrebbe spiegare agli studenti che Internet non coincide con Google, che il Web non coincide con Facebook, che comunicare online non significa necessariamente consegnare informazioni personali a una multinazionale e che esistono tecnologie costruite secondo principi differenti.
L'educazione digitale dovrebbe quindi entrare stabilmente nei percorsi scolastici non soltanto come insieme di competenze tecniche, ma come vera educazione civica digitale.
Privacy, identità digitale, algoritmi, intelligenza artificiale, disinformazione, sicurezza, licenze, diritto d'autore, Software Libero, Open Data, decentralizzazione e gestione consapevole del tempo trascorso online sono ormai questioni di cittadinanza.
Anche vietare può diventare una scorciatoia
Negli ultimi anni, di fronte ai problemi provocati dagli smartphone e dai social network, la risposta politica tende sempre più spesso a essere semplice: vietare. In alcuni casi una limitazione può essere necessaria, soprattutto per i bambini più piccoli. Ma il divieto non può sostituire l'educazione.
Un ragazzo al quale impediamo di utilizzare uno strumento non diventa automaticamente capace di utilizzarlo responsabilmente quando il divieto viene meno. La stessa considerazione vale per i controlli parentali. Sono strumenti utili, ma rappresentano una protezione temporanea. L'obiettivo dovrebbe essere fare in modo che, crescendo, quella protezione esterna possa essere progressivamente sostituita dalla capacità personale di comprendere, scegliere e anche dire di no.
C'è infine una questione ancora più profonda. Concentrarsi esclusivamente sulla "dipendenza dai social" rischia di farci perdere di vista il modello economico sul quale una parte importante dell'economia digitale è stata costruita.
Se il successo commerciale di una piattaforma dipende dal tempo trascorso dall'utente al suo interno, catturare e conservare l'attenzione diventa un obiettivo economico. Infinite scroll, notifiche, suggerimenti personalizzati, ricompense sociali, conteggio delle reazioni e raccomandazioni algoritmiche non sono necessariamente elementi casuali dell'interfaccia: possono concorrere a costruire un ambiente progettato per aumentare l'interazione.
Per questo la discussione non può ridursi alla domanda "Quante ore deve poter usare Instagram un adolescente?" ma quale ecosistema digitale vogliamo costruire?
Punire gli abusi, ma soprattutto costruire cittadini digitali
L'accordo americano rappresenta dunque un precedente importante. Afferma che le grandi piattaforme non possono considerarsi estranee alle conseguenze delle proprie scelte progettuali e che la tutela dei minori può richiedere modifiche concrete ai servizi, non soltanto dichiarazioni di principio.
Ma i 16,68 miliardi di dollari non devono diventare il punto di arrivo della discussione. Sono, semmai, il punto dal quale partire.
Le istituzioni pubbliche devono certamente regolamentare, controllare e, quando necessario, sanzionare. Devono pretendere trasparenza dalle grandi piattaforme e proteggere in maniera particolare bambini e adolescenti.
Ma hanno anche un'altra responsabilità, probabilmente ancora più importante: fornire ai cittadini gli strumenti culturali necessari per non essere semplicemente utenti passivi della tecnologia.
Perché una società digitalmente matura non è quella nella quale lo Stato deve continuamente decidere quali pulsanti possiamo premere.
È quella nella quale un numero sempre maggiore di persone sa cosa accade quando li preme, perché quel pulsante è lì e chi trae vantaggio dal fatto che continuiamo a premerlo.
La tecnologia può essere regolata. La consapevolezza, invece, deve essere costruita. Ed è probabilmente questo il terreno sul quale scuola, istituzioni e società civile dovrebbero investire molto più di quanto abbiano fatto finora.