Combattiamo contro i padroni del mondo, contro le multinazionali, contro il capitalismo che impoverisce milioni di persone e concentra ricchezze e potere nelle mani di pochi!
Scendiamo in piazza, organizziamo la protesta, mobilitiamo le coscienze!
Naturalmente, convochiamoci attraverso WhatsApp e Facebook, diffondiamo i nostri messaggi su Instagram, X e TikTok, organizziamo le assemblee su Google Meet, utilizziamo Google Maps per raggiungere i luoghi delle manifestazioni e, mi raccomando, acquistiamo su Amazon felpe, cappucci e tutto il necessario per presentarci adeguatamente alla rivoluzione.
E così, mentre denunciamo il potere delle grandi multinazionali, utilizziamo proprio gli strumenti che contribuiscono ad arricchirle, rafforzarle e renderle sempre più indispensabili.
Ogni nostra interazione alimenta le loro piattaforme, ogni contenuto contribuisce ad accrescerne il valore, ogni dato ceduto rafforza la loro capacità di controllo, ogni acquisto incrementa i loro profitti. Persino la nostra indignazione diventa una risorsa economica per coloro contro i quali dichiariamo di voler combattere.
Il risultato è un paradosso tanto clamoroso quanto grottesco: protestiamo contro la concentrazione della ricchezza e del potere, ma con i nostri stessi comportamenti contribuiamo ad alimentare entrambe.
Difficile immaginare una forma di contestazione più contraddittoria e, per certi versi, più stupida: una protesta che, mentre pretende di indebolire il sistema, finisce per rafforzarne i protagonisti, consolidarne il dominio e servirne perfettamente gli interessi.
Eppure esistono alternative, strumenti decentralizzati, piattaforme indipendenti, Software Libero e tecnologie che non impongono di consegnare comunicazioni, relazioni e organizzazione politica nelle mani delle grandi multinazionali.
Ma evidentemente cambiare il mondo è più semplice che cambiare le proprie abitudini digitali.
La rivoluzione contro i padroni del mondo, gentilmente ospitata, sorvegliata e monetizzata dai padroni del mondo.
(Sic!)