Gli Stati Uniti annunciano la fucilazione in diretta streaming di Nidal Hasan. Una decisione che riporta indietro di secoli la civiltà giuridica e trasforma la pena capitale in uno spettacolo mediatico, con la pretesa persino di attribuirle una funzione educativa.
Ci sono notizie che suscitano indignazione, altre che provocano incredulità e altre ancora che costringono a interrogarsi profondamente sul significato stesso della parola civiltà, soprattutto quando provengono da un Paese che continua a presentarsi al mondo come uno dei principali riferimenti della democrazia e della difesa delle libertà individuali.
L'annuncio delle autorità statunitensi secondo cui Nidal Hasan, l'ex maggiore dell'esercito condannato per la strage di Fort Hood del 2009, sarà giustiziato mediante fucilazione il prossimo 3 dicembre e che la sua esecuzione verrà trasmessa in diretta streaming appartiene a quest'ultima categoria, perché non rappresenta soltanto l'ennesima applicazione di una pena che consideriamo profondamente ingiusta e incompatibile con il rispetto della dignità umana, ma introduce qualcosa di ancora più sconvolgente: la decisione deliberata di trasformare l'uccisione di un essere umano in uno spettacolo pubblico organizzato dallo Stato.
Non siamo di fronte a una semplice controversia sui metodi di esecuzione della pena capitale, né a una discussione sulla maggiore o minore crudeltà della fucilazione rispetto ad altre forme di uccisione legalizzata. Siamo davanti alla scelta politica e istituzionale di esibire la morte, di renderla accessibile attraverso gli schermi, di farne un evento mediatico e, soprattutto, di presentare tutto questo come una dimostrazione esemplare delle conseguenze che attendono chi commette determinati crimini.
È proprio quest'ultima giustificazione a rendere la vicenda ancora più inquietante.
La pretesa di educare attraverso lo spettacolo della morte è una delle manifestazioni più antiche e brutali del potere.
Per secoli le esecuzioni pubbliche hanno riempito le piazze, attirando folle chiamate ad assistere alla punizione dei condannati, mentre le autorità sostenevano che la visione della sofferenza e della morte avrebbe costituito un deterrente contro il crimine e un insegnamento per la collettività. Era la pedagogia del terrore, attraverso la quale il potere mostrava la propria forza sul corpo del condannato, trasformando la giustizia in un rituale di intimidazione collettiva.
Le società che si sono progressivamente allontanate da quelle pratiche lo hanno fatto anche perché hanno riconosciuto che l'esibizione della violenza non costituisce una forma superiore di giustizia, ma rischia di alimentare proprio quella brutalità che pretende di combattere.
Eppure, nel 2026, quella stessa logica riappare negli Stati Uniti, aggiornata tecnologicamente e potenzialmente amplificata fino a raggiungere milioni di persone.
Non occorrono più una piazza, un patibolo e una folla fisicamente presente. Bastano una connessione Internet, una telecamera e uno schermo, con l'aggravante che le immagini potranno essere registrate, riprodotte, condivise e conservate indefinitamente, trasformando l'ultimo istante di vita di una persona in un contenuto digitale destinato a circolare ben oltre il momento dell'esecuzione.
La piazza del supplizio non è scomparsa: rischia di essere ricostruita nella rete, con una capacità di diffusione che nessun boia del passato avrebbe potuto immaginare.
Non intendiamo in alcun modo attenuare la gravità dei crimini commessi da Nidal Hasan, condannato per aver ucciso tredici persone e averne ferite numerose altre durante la strage di Fort Hood. Le vittime, i loro familiari e quanti hanno subito le conseguenze di quella tragedia meritano rispetto, memoria, riconoscimento e giustizia, senza ambiguità e senza giustificazioni per la violenza subita.
Ma proprio qui si colloca una distinzione fondamentale, che una società autenticamente democratica dovrebbe essere capace di comprendere e difendere: la responsabilità di un criminale non conferisce allo Stato il diritto morale di trasformare la sua morte in una rappresentazione collettiva della vendetta, così come la legittima richiesta di giustizia delle vittime non può essere utilizzata per giustificare qualsiasi forma di punizione.
Noi siamo contrari alla pena di morte in quanto tale, perché riteniamo che nessuna istituzione debba disporre del potere irreversibile di sopprimere deliberatamente una vita umana, neppure quando quella persona si sia resa responsabile dei crimini più atroci. Ma la decisione di trasmettere pubblicamente un'esecuzione aggiunge a questa opposizione un ulteriore e gravissimo motivo di denuncia, perché introduce una dimensione di spettacolarizzazione della violenza che coinvolge non soltanto il condannato e le istituzioni, ma l'intera società chiamata ad assistere.
È la differenza tra uno Stato che applica una pena, per quanto contestabile e crudele, e uno Stato che decide di rappresentare pubblicamente la propria capacità di uccidere.
Ed è una differenza enorme.
Le parole del segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth, secondo cui le persone devono comprendere che determinati comportamenti comportano conseguenze gravi, chiariscono la finalità dichiarata dell'iniziativa e ripropongono precisamente quella concezione esemplare della punizione che ha accompagnato le esecuzioni pubbliche nei secoli passati.
Ma quale insegnamento dovrebbe ricavare un giovane dalla visione di un uomo legato davanti a un plotone di esecuzione? Che uccidere è sbagliato, salvo quando a farlo è lo Stato? Che la violenza diventa moralmente accettabile quando viene autorizzata da un'autorità? Che la giustizia si misura dalla capacità di infliggere la sofferenza più estrema e di mostrarla agli altri?
Sono interrogativi ai quali chi ha assunto questa decisione dovrebbe rispondere pubblicamente, anziché nascondere la spettacolarizzazione della morte dietro una presunta finalità educativa.
Non è possibile ignorare, inoltre, la contraddizione di un sistema politico che condanna giustamente la propaganda della violenza e le esecuzioni pubbliche praticate da organizzazioni terroristiche e regimi autoritari, ma che ora propone di utilizzare gli strumenti della comunicazione globale per diffondere le immagini di una propria esecuzione capitale.
Naturalmente esistono differenze giuridiche sostanziali tra una condanna pronunciata da un tribunale e un omicidio commesso da un'organizzazione criminale o terroristica, e sarebbe scorretto cancellarle. Ma quelle differenze non risolvono il problema morale della rappresentazione pubblica della morte, né rendono automaticamente accettabile qualsiasi comportamento dello Stato.
Anzi, proprio perché le istituzioni democratiche rivendicano il primato del diritto sulla violenza arbitraria, dovrebbero sottoporre le proprie decisioni a limiti ancora più rigorosi.
La gravità della situazione è stata riconosciuta anche sul piano internazionale. L'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha affermato che la trasmissione in diretta di un'esecuzione equivale a un'esecuzione pubblica e contrasta con il divieto assoluto di tortura e di trattamenti crudeli, inumani o degradanti.
Non si tratta dunque soltanto dell'indignazione di chi, come noi, considera la pena capitale incompatibile con una società civile, ma di una questione che investe direttamente i principi fondamentali dei diritti umani e gli obblighi internazionali degli Stati.
E tuttavia, di fronte a una decisione di questa portata, ciò che continua a colpirci è l'assenza, almeno fino a questo momento, di una mobilitazione popolare sufficientemente ampia e incisiva da imporre un ripensamento immediato.
Le proteste esistono e sarebbe ingiusto ignorarle. Organizzazioni impegnate nella difesa dei diritti umani, esponenti religiosi, giuristi e rappresentanti politici di orientamenti differenti hanno manifestato una forte opposizione alla trasmissione pubblica dell'esecuzione. Ma ciò che ancora non emerge è quel grande movimento collettivo di indignazione che ci si aspetterebbe davanti alla prospettiva di una fucilazione trasformata in evento mediatico nazionale e potenzialmente mondiale.
Non pretendiamo di giudicare un'intera società attraverso le decisioni del suo governo, né dimentichiamo la lunga storia delle battaglie americane per i diritti civili, contro la discriminazione, contro gli abusi del potere e contro la stessa pena capitale. Proprio quella storia, però, rende ancora più urgente domandarsi dove siano oggi le grandi mobilitazioni popolari capaci di contrastare una decisione che appare come una regressione così profonda della cultura democratica.
Forse la progressiva assuefazione alla violenza, la sua presenza quotidiana nell'informazione e nei social network, la polarizzazione politica e la trasformazione di ogni vicenda pubblica in uno scontro tra schieramenti stanno indebolendo la capacità di indignarsi collettivamente anche davanti a fatti che dovrebbero interrogare le coscienze ben oltre le appartenenze politiche.
È una domanda che riguarda gli Stati Uniti, ma che non possiamo considerare estranea alle società europee e alla nostra stessa esperienza quotidiana.
Quando la violenza diventa spettacolo, il rischio più grave non è soltanto che qualcuno decida di guardarla, ma che un numero crescente di persone finisca per considerarla normale.
Per questo riteniamo indispensabile che la reazione non rimanga confinata alle dichiarazioni di singoli esponenti politici o alle prese di posizione delle organizzazioni umanitarie, per quanto importanti e autorevoli, ma si trasformi in una richiesta pubblica, diffusa e inequivocabile di fermare questa decisione.
Come Collettivo TUXSA esprimiamo la nostra piena solidarietà e il nostro sostegno alle organizzazioni statunitensi che si battono contro la pena di morte, ai movimenti per i diritti civili, alle associazioni abolizioniste e a tutte le persone che stanno denunciando la decisione di trasformare l'esecuzione di Nidal Hasan in uno spettacolo mediatico.
Condividiamo inoltre la posizione espressa da Amnesty International, che ha condannato il progetto e chiesto di fermare l'esecuzione, commutare la pena capitale e abbandonare la trasmissione pubblica.
Il nostro sostegno non è una semplice dichiarazione formale di solidarietà, ma l'espressione di una convinzione profonda: la difesa dei diritti umani non può conoscere confini nazionali, convenienze politiche o eccezioni determinate dalla gravità dei crimini commessi.
Chiediamo che le autorità statunitensi rinuncino immediatamente alla trasmissione in diretta dell'esecuzione, che la condanna a morte venga commutata e che si apra finalmente una riflessione pubblica sul superamento della pena capitale, senza confondere la giustizia dovuta alle vittime con la legittimazione della vendetta.
Ci auguriamo che anche le istituzioni europee, le organizzazioni internazionali, il mondo della cultura, dell'informazione e della scuola facciano sentire la propria voce, perché il silenzio davanti a una simile decisione rischierebbe di contribuire alla sua normalizzazione.
Non possiamo accettare che, dopo secoli di battaglie per sottrarre la giustizia alla crudeltà dei supplizi pubblici, una delle maggiori potenze del mondo decida di riportare quella stessa crudeltà davanti agli occhi di tutti, presentandola come un esempio di responsabilità e fermezza.
Non possiamo accettare che la tecnologia, anziché contribuire all'emancipazione umana e alla diffusione della conoscenza, venga utilizzata per moltiplicare gli spettatori di un'esecuzione capitale.
E soprattutto non possiamo accettare l'idea che una società possa educare al rispetto della vita attraverso la rappresentazione organizzata della morte.
La civiltà non consiste nel rendere più efficiente, più rapido o più spettacolare il potere di uccidere, ma nel costruire istituzioni capaci di amministrare la giustizia senza rinunciare alla dignità umana.
Se gli Stati Uniti porteranno a compimento questa decisione, non assisteremo soltanto alla morte di un condannato, ma anche a un fatto destinato a pesare profondamente sulla storia della pena capitale e sul modo in cui le società contemporanee concepiscono il rapporto tra giustizia, violenza e comunicazione.
La vera domanda, allora, non è se Nidal Hasan meriti una punizione severa per i suoi crimini. La vera domanda è quale idea di civiltà vogliamo difendere, se siamo disposti a riconoscere dei limiti al potere dello Stato anche davanti ai crimini più terribili e se abbiamo ancora la forza collettiva di opporci a ciò che consideriamo disumano.
Perché una democrazia che trasforma la morte in spettacolo non sta insegnando ai cittadini il valore della giustizia.
Sta insegnando loro ad assistere alla violenza.
E questa non è educazione. È una sconfitta della civiltà.
Collettivo TUXSA — 9 ottobre 2026