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Trump TV: quando la voce del Presidente rischia di confondersi con quella dello Stato

Inviato da tuxsa il
Trump TV

C'è qualcosa che colpisce ancora prima di accendere Trump TV, ed è proprio il suo nome. Non White House TV, non Presidential TV, non un nome che richiami l'istituzione destinata a sopravvivere alle persone che temporaneamente la rappresentano, ma semplicemente Trump TV. Può sembrare una trovata di marketing e certamente contiene una fortissima componente comunicativa, ma proprio per questo solleva una domanda che non è affatto marginale: quando uno strumento ufficiale della Casa Bianca viene identificato con il cognome del Presidente in carica, dove termina la comunicazione dell'istituzione e dove comincia quella personale di Donald Trump?

La domanda può essere posta anche in maniera apparentemente scherzosa: quando Trump non sarà più Presidente, Trump TV cambierà nome? Dietro l'ironia si nasconde però una questione molto seria, perché uno dei principi elementari delle democrazie consiste proprio nella distinzione fra la funzione pubblica e la persona che temporaneamente la esercita. I Presidenti cambiano, la Presidenza rimane; i Governi cambiano, lo Stato rimane. Quando questa separazione comincia a diventare meno visibile anche nella comunicazione pubblica, è ragionevole chiedersi quali conseguenze possa produrre.

Che cos'è Trump TV e perché non è informazione giornalistica

Partiamo dai fatti. Il 21 settembre 2026 la Casa Bianca ha lanciato un flusso video continuativo denominato Trump TV, destinato a trasmettere interventi, annunci, discorsi e quelli che la stessa amministrazione presenta come i propri risultati. Non stiamo quindi parlando di Truth Social o Truth+, né di un'emittente privata appartenente a Donald Trump: stiamo parlando di un prodotto della comunicazione ufficiale della Casa Bianca, distribuito attraverso i suoi canali. Reuters riferisce che il nuovo stream è stato presentato dalla White House come uno spazio per video e momenti salienti relativi ai risultati dell'amministrazione.

È necessario, proprio per questo, distinguere con molta attenzione comunicazione istituzionale e informazione giornalistica. Un Governo ha non soltanto il diritto, ma il dovere di comunicare direttamente con i cittadini, pubblicando documenti, dati, registrazioni integrali degli interventi, conferenze stampa e informazioni sulla propria attività. Tutto ciò può rappresentare una componente importante della trasparenza democratica e, da questo punto di vista, non vi sarebbe nulla di criticabile nell'esistenza di un canale video ufficiale della Casa Bianca.

Il problema nasce quando quella comunicazione viene confusa con l'informazione. Se un'amministrazione racconta ciò che ha fatto, siamo davanti alla comunicazione dell'amministrazione; se un giornalista raccoglie quelle dichiarazioni, le confronta con documenti e fonti differenti, pone domande, verifica le affermazioni, cerca ciò che non è stato spontaneamente comunicato e permette eventualmente ad altri soggetti di contestare la versione del Governo, siamo invece davanti al lavoro giornalistico. Nel primo caso il soggetto raccontato, la fonte, il produttore e il selezionatore del racconto possono coincidere; nel secondo esiste invece un soggetto indipendente che osserva il potere dall'esterno.

Questa differenza diventa ancora più importante quando l'amministrazione non si limita ad aumentare i propri strumenti di comunicazione diretta, ma contemporaneamente riduce l'accesso di alcune organizzazioni giornalistiche indipendenti. Ed è esattamente il contesto nel quale nasce Trump TV.

Il Primo Emendamento e la causa contro la Casa Bianca

CNN, MS NOW e Politico hanno presentato il 21 settembre una causa federale contro Donald Trump e altri componenti dell'amministrazione, dopo essere state escluse dai terreni della Casa Bianca. Le tre organizzazioni sostengono che il provvedimento violi, tra l'altro, il Primo Emendamento della Costituzione degli Stati Uniti, che vieta al Governo di emanare leggi che comprimano la libertà di parola o della stampa. Hanno chiesto al tribunale un provvedimento urgente che sospenda il divieto; l'udienza è prevista davanti al giudice federale Timothy Kelly.

È importante capire esattamente l'argomento, perché altrimenti si rischia di semplificarlo nella formula secondo cui “il Primo Emendamento dà ai giornalisti il diritto di entrare alla Casa Bianca”. La questione giuridica è più complessa e, per certi aspetti, ancora più interessante.

La Costituzione non significa che qualsiasi giornalista possa pretendere di entrare in qualunque luogo governativo in qualsiasi momento. Esistono necessariamente regole di sicurezza, limiti di spazio, procedure di accreditamento e sistemi come il press pool, attraverso i quali un numero limitato di giornalisti segue il Presidente condividendo poi materiale e informazioni con le altre testate.

Il punto sostenuto dalle tre organizzazioni nella loro causa è diverso: una volta che il Governo ha creato un sistema di accesso alla stampa, non può utilizzare quel potere per premiare le testate che considera favorevoli e punire quelle che non gradisce a causa di ciò che pubblicano.

Ed è qui che entra in gioco uno dei concetti centrali della giurisprudenza americana sul Primo Emendamento: la cosiddetta viewpoint discrimination, la discriminazione basata sul punto di vista espresso.

La ragione pubblicamente indicata da Trump per l'esclusione delle tre testate è particolarmente importante sotto questo profilo. Il Presidente ha scritto che CNN, MS NOW e Politico non dovrebbero poter continuare a pubblicare o trasmettere quelle che egli considera “fiction and lies” mentre seguono il Presidente degli Stati Uniti; successivamente ha sostenuto che il provvedimento non costituisce un attacco alla stampa libera, ma un'azione contro quelle che definisce fake news. Reuters rileva che Trump non ha fornito prove a sostegno della successiva affermazione secondo cui quelle testate rappresenterebbero una minaccia per la sicurezza nazionale.

Proprio questa motivazione è centrale nell'argomento costituzionale delle testate. Se una credenziale fosse revocata perché un giornalista costituisce un concreto rischio per la sicurezza, viola regole neutrali applicabili a tutti oppure interferisce materialmente con il funzionamento di un evento, ci troveremmo davanti a un problema differente. Se invece l'accesso viene negato perché il Presidente considera falsa, ostile o ingiusta la copertura editoriale di una determinata organizzazione, allora il Governo starebbe utilizzando una risorsa pubblica — l'accesso giornalistico alla Presidenza — come possibile strumento di pressione sulla libertà editoriale.

La differenza è fondamentale: il Governo può contestare ciò che scrive un giornale, ma secondo la tesi dei ricorrenti non può subordinare un beneficio istituzionale destinato alla stampa all'adozione di una linea editoriale gradita al Governo stesso.

Non sappiamo ancora se il tribunale accoglierà questa ricostruzione ed è quindi scorretto scrivere oggi che la violazione del Primo Emendamento sia già stata giudizialmente accertata. Esistono però precedenti significativi. Durante il primo mandato di Trump la Casa Bianca tentò di revocare le credenziali al giornalista della CNN Jim Acosta e successivamente al giornalista Brian Karem; in entrambi i casi giudici federali intervennero ordinando il ripristino dell'accesso. Reuters ricorda inoltre che proprio il giudice Timothy Kelly, al quale è stata assegnata la nuova controversia, intervenne nel caso Acosta del 2018.

La controversia attuale contiene peraltro un ulteriore elemento: le testate non invocano soltanto la libertà di stampa in astratto, ma sostengono che permettere al Governo di selezionare l'accesso in funzione del tipo di copertura prodotta avrebbe conseguenze molto più vaste. Se il principio fosse ammesso, qualsiasi amministrazione potrebbe teoricamente creare un incentivo estremamente potente all'autocensura: il giornale saprebbe che una copertura particolarmente critica potrebbe costargli l'accesso diretto alle fonti, agli eventi e ai funzionari che deve raccontare.

La libertà di stampa, in altre parole, non verrebbe necessariamente soppressa vietando a un giornale di pubblicare. Potrebbe essere indebolita rendendo progressivamente più difficile il lavoro delle testate considerate sgradite e più facile quello delle testate considerate favorevoli.

È precisamente per questo che la questione riguarda anche il cittadino. Il Primo Emendamento protegge direttamente la stampa e la libertà di espressione, ma la funzione democratica di quella protezione consiste anche nel mantenere aperti canali indipendenti attraverso i quali la società può conoscere e controllare l'attività del potere.

Perché il comportamento del pool televisivo è importante

È utile a questo punto chiarire anche cosa sia accaduto al television pool, perché non sono state genericamente “le televisioni americane” a dichiarare una violazione costituzionale. CNN fa parte, insieme ad ABC, CBS, Fox News e NBC, delle cinque organizzazioni che compongono il principale pool televisivo della Casa Bianca. Le reti sostengono insieme i costi della copertura, si alternano materialmente nella produzione delle immagini e mettono poi quel materiale a disposizione delle altre organizzazioni giornalistiche.

CNN avrebbe dovuto svolgere il proprio turno durante la trasferta di Trump a New York per l'Assemblea generale delle Nazioni Unite ma, essendo stata esclusa dalla Casa Bianca, non ha potuto fornire il normale pool feed. A quel punto le altre reti hanno deciso di non sostituirla e hanno sospeso la copertura presidenziale del pool. Il presidente del TV pool, Bryan Boughton di Fox News, ha comunicato che non sarebbe stato predisposto un pool sostitutivo.

È un passaggio particolarmente significativo perché Fox News, ABC, CBS e NBC non hanno semplicemente approfittato dell'esclusione di un concorrente per prenderne il posto. Hanno difeso il funzionamento collettivo del sistema, rifiutando implicitamente l'idea che l'amministrazione possa scegliere quale componente del pool sia accettabile sulla base della sua copertura.

Ed è a questo punto che Trump TV assume un significato politico molto più ampio di quello che avrebbe avuto un normale canale istituzionale.

Dal vuoto lasciato dal pool a Trump TV

Reuters descrive esplicitamente il lancio del nuovo stream come un tentativo della Casa Bianca di riempire il vuoto lasciato dall'interruzione del pool televisivo. Trump TV nasce dunque proprio mentre viene meno una delle principali fonti indipendenti di immagini del Presidente e propone, al suo posto, un flusso di materiale selezionato dalla stessa amministrazione.

Questo non dimostra automaticamente che Trump TV sia stata progettata fin dall'origine allo scopo di sostituire il giornalismo indipendente, né sarebbe corretto attribuire all'amministrazione intenzioni che al momento non possiamo documentare. Ma il risultato concreto merita attenzione: la produzione indipendente delle immagini viene ostacolata da una decisione presidenziale e, nel vuoto che ne deriva, l'amministrazione offre al pubblico immagini prodotte o selezionate dall'amministrazione stessa.

Qui non siamo più davanti soltanto a un problema di comunicazione.

Se la Casa Bianca aggiungesse il proprio canale alle immagini prodotte liberamente dai giornalisti, avremmo semplicemente una fonte in più e il cittadino potrebbe persino trarne beneficio, confrontando direttamente il materiale ufficiale con il lavoro delle redazioni. Se invece il canale ufficiale cresce mentre diminuisce l'accesso indipendente, cambia la natura del problema, perché non stiamo più aggiungendo una voce al sistema informativo: rischiamo progressivamente di sostituire una voce indipendente con quella del soggetto che deve essere raccontato.

Un episodio verificatosi proprio in questi giorni rende la differenza quasi materiale. Durante una cerimonia alla Casa Bianca, lo streaming ufficiale promosso come alternativa al pool feed aveva l'audio inudibile. Non è naturalmente questo inconveniente tecnico il problema democratico; dimostra però qualcosa di molto semplice: quando l'unica telecamera, l'unico microfono e l'unico flusso disponibile appartengono all'istituzione, ciò che il pubblico può vedere e ascoltare dipende integralmente dall'istituzione stessa.

Non basta poter vedere: bisogna poter osservare il potere dall'esterno

È proprio questo che rende insufficiente l'argomento secondo cui Trump TV consentirebbe finalmente ai cittadini di ascoltare il Presidente “senza il filtro dei media”. Avere accesso alla fonte primaria è utile e dovrebbe essere sempre possibile, ma eliminare un filtro non significa necessariamente eliminare la mediazione: significa semplicemente sostituire una mediazione con un'altra.

Trump TV non offre una rappresentazione priva di filtri della Presidenza. Offre inevitabilmente il filtro della Presidenza sulla Presidenza, perché qualcuno decide quali immagini trasmettere, quali interventi riproporre, quali risultati evidenziare, quali eventi inserire nel palinsesto e quale narrazione costruire attraverso la loro successione.

Il giornalismo indipendente costituisce invece un filtro esterno. Può essere imperfetto, orientato, criticabile e persino scorretto, ma non è controllato dal soggetto politico che deve osservare. Ed è precisamente la presenza contemporanea di molte fonti, molti giornalisti, molte interpretazioni e della possibilità di confrontarle che permette al cittadino di formarsi autonomamente un giudizio.

Per questo il pericolo democratico che vediamo non consiste nell'esistenza di Trump TV in quanto tale, bensì nella possibile combinazione di due movimenti opposti: da una parte l'espansione della capacità del potere di produrre direttamente il proprio racconto e dall'altra la restrizione della capacità di soggetti indipendenti di osservare quel potere e produrre un racconto diverso.

È questa combinazione, molto più del singolo canale televisivo, che merita di essere osservata.

E resta il problema del nome

Dentro questo quadro torna infine la questione dalla quale siamo partiti. Se l'obiettivo fosse semplicemente mettere a disposizione dei cittadini una fonte audiovisiva ufficiale, perché chiamarla Trump TV?

Non è una prova di illegalità e non intendiamo presentarla come tale, ma politicamente la scelta ha un significato evidente: rende meno distinguibili la Presidenza, l'amministrazione e la persona del Presidente. Un canale appartenente alla Casa Bianca assume il nome dell'uomo che occupa temporaneamente la Casa Bianca e trasmette contenuti selezionati dalla sua amministrazione per illustrare quelli che essa stessa definisce i propri successi.

Negli Stati Uniti esistono inoltre da decenni limitazioni all'utilizzo di fondi federali per determinate attività definite publicity or propaganda, e il Government Accountability Office ha sviluppato criteri che comprendono, fra le categorie problematiche, la propaganda occulta, il materiale puramente partitico e il cosiddetto self-aggrandizement. Questo non consente affatto di concludere che Trump TV violi tali disposizioni, anche perché il Governo conserva pienamente il diritto di spiegare e sostenere pubblicamente le proprie politiche; rende però ancora più importante conoscere chi produca il canale, quali risorse pubbliche utilizzi, quanto costi e quali criteri editoriali vengano applicati.

Sono informazioni che, al momento, non risultano sufficientemente disponibili e che continueremo a cercare.

Il problema va oltre Trump

Ridurre tutto questo a una battaglia tra sostenitori e oppositori di Donald Trump sarebbe probabilmente il modo peggiore di affrontare la questione. Il principio democratico deve infatti funzionare indipendentemente da chi occupa temporaneamente il potere: se consideriamo accettabile che un Presidente possa escludere dall'accesso istituzionale una testata perché considera falsa o ostile la sua copertura, dobbiamo essere disposti ad accettare che lo stesso potere venga esercitato domani da un Presidente di orientamento completamente diverso contro giornali differenti.

Lo stesso vale per la personalizzazione della comunicazione pubblica. Se diventa normale utilizzare strutture e risorse istituzionali per costruire un canale identificato direttamente con la persona del Presidente, quella possibilità non scompare quando cambia il Presidente: rimane come precedente a disposizione di chi verrà dopo.

Come Collettivo TUXSA consideriamo quindi questa vicenda importante non perché pensiamo che un Governo non debba comunicare direttamente con i cittadini, ma per la ragione esattamente opposta: crediamo che le istituzioni debbano essere quanto più possibile aperte, trasparenti e accessibili, mettendo a disposizione documenti, dati, registrazioni integrali e fonti primarie che chiunque possa consultare, riutilizzare e verificare. Proprio per questo, però, l'apertura delle fonti non può essere confusa con il controllo del racconto.

Una democrazia ha bisogno che il Governo possa parlare ai cittadini, ma ha altrettanto bisogno che qualcuno possa parlare del Governo senza dipendere dal Governo; ha bisogno che il Presidente possa spiegare le proprie decisioni, ma anche che un giornalista possa contestarle, verificarle e porre domande che il Presidente preferirebbe non ricevere; ha bisogno della fonte originale, ma anche di soggetti indipendenti capaci di controllarla.

Il punto essenziale della vicenda Trump TV sta probabilmente tutto qui. Il pericolo per la libertà d'informazione non comincia soltanto quando qualcuno vieta formalmente di pubblicare una notizia. Può cominciare molto prima, quando il potere acquisisce progressivamente la possibilità di decidere chi può osservarlo da vicino e, nello stesso momento, costruisce strumenti sempre più potenti attraverso i quali raccontare direttamente se stesso.

Per questo continueremo a seguire la causa avviata da CNN, MS NOW e Politico. Sarà il tribunale, non noi, a stabilire se il provvedimento della Casa Bianca abbia effettivamente violato il Primo Emendamento. La questione politica e democratica, però, esiste già ed è persino più ampia della controversia giudiziaria: chi controlla il racconto del potere quando il potere diventa contemporaneamente protagonista, fonte, produttore e distributore delle proprie immagini?

E rimane infine quella domanda apparentemente ingenua dalla quale siamo partiti: quando Donald Trump non sarà più Presidente degli Stati Uniti, che cosa diventerà Trump TV?

La risposta, forse, ci dirà molto sulla natura di ciò che oggi è stato creato.