Gli allarmi sull'Intelligenza Artificiale stanno diventando sempre più frequenti e sempre più inquietanti.
L'ultimo, particolarmente forte, arriva da Dario Amodei, cofondatore e CEO di Anthropic, una delle aziende protagoniste dello sviluppo dei sistemi di IA più avanzati. Amodei sostiene che l'industria dovrebbe rallentare la corsa verso sistemi sempre più potenti per consentire alle misure di sicurezza di recuperare il ritardo accumulato. Ha prospettato scenari nei quali, entro sei-dodici mesi, sistemi di agenti artificiali potrebbero acquisire capacità tali da esercitare un controllo estremamente esteso su Internet.
Non credo che questi allarmi debbano essere derisi o liquidati come fantascienza.
I rischi tecnologici dell'Intelligenza Artificiale esistono e devono essere studiati, compresi e affrontati.
Il punto è un altro.
Ritengo che esista un rischio ancora più grave, molto meno spettacolare e soprattutto molto meno ipotetico.
È il rischio politico.
Perché mentre discutiamo di una possibile IA che in futuro potrebbe sfuggire al controllo degli uomini, rischiamo di non vedere qualcosa che sta già avvenendo davanti ai nostri occhi: la concentrazione della tecnologia, della conoscenza e soprattutto dei mezzi necessari a produrre l'Intelligenza Artificiale nelle mani di un numero piccolissimo di soggetti economici e politici.
Non soltanto "quanto sarà potente l'IA", ma "chi possiederà l'IA"
La domanda dominante nel dibattito pubblico è:
quanto potente potrà diventare l'Intelligenza Artificiale?
Ma dovremmo affiancarle immediatamente una seconda domanda:
chi possiederà questa potenza?
Non è una differenza marginale.
Un sistema di IA molto potente ma distribuito, verificabile, modificabile e controllabile da una pluralità di soggetti pone un problema politico completamente diverso da una tecnologia altrettanto potente controllata da cinque o sei aziende mondiali.
Ed è proprio questo secondo scenario che dovrebbe preoccuparci.
Non occorre immaginare un complotto. Basta osservare l'economia reale dell'Intelligenza Artificiale.
L'OCSE nel 2026 ha evidenziato rischi strutturali di concentrazione lungo l'intera catena del valore dell'IA: potenza di calcolo, dati, competenze, chip, cloud e integrazione verticale. Tre grandi fornitori rappresentavano già nel 2023 il 74% del mercato cloud globale, mentre NVIDIA raggiungeva circa il 90% del mercato delle GPU. L'OCSE avverte inoltre che le posizioni dominanti potrebbero consolidarsi ulteriormente proprio attraverso il controllo degli input indispensabili allo sviluppo dell'IA.
Quindi il problema politico non appartiene al futuro.
È già cominciato.
Quando chi possiede la tecnologia ci chiede di averne paura
C'è poi un elemento che dovrebbe almeno indurci alla prudenza.
Alcuni degli allarmi più forti sui pericoli dell'Intelligenza Artificiale provengono proprio dai soggetti che si trovano all'avanguardia nella costruzione di questi sistemi.
Questo non significa che mentano.
Anzi, proprio perché conoscono meglio di altri le capacità dei propri sistemi, sarebbe irresponsabile non ascoltarli.
Ma ascoltare non significa rinunciare alla critica.
Quando uno dei pochissimi soggetti mondiali che possiede una tecnologia afferma che quella tecnologia sta diventando estremamente pericolosa e che sono quindi necessarie regole, controlli, verifiche e limitazioni, una società democratica dovrebbe porre immediatamente una domanda:
chi scriverà quelle regole e soprattutto chi avrà materialmente la possibilità di rispettarle?
Perché una regolamentazione costruita male potrebbe produrre un risultato paradossale.
Potrebbe non limitare i grandi protagonisti dell'IA.
Potrebbe proteggerli.
La sicurezza può diventare una barriera all'ingresso
Immaginiamo che per sviluppare sistemi avanzati di Intelligenza Artificiale diventino obbligatori costosi sistemi di certificazione, strutture di sicurezza, autorizzazioni, controlli preventivi, enormi capacità computazionali e complessi adempimenti normativi.
Una grande multinazionale potrebbe sostenerli.
Una università forse.
Una piccola impresa probabilmente no.
Un'associazione, una cooperativa, una comunità di sviluppatori indipendenti quasi certamente no.
Avremmo allora costruito una straordinaria barriera all'ingresso.
Formalmente avremmo regolamentato l'Intelligenza Artificiale per proteggere la società.
Materialmente potremmo avere consegnato il settore proprio alle aziende che già lo dominano.
Il problema non è teorico. La Federal Trade Commission statunitense ha già studiato i rapporti tra i grandi fornitori di cloud e importanti produttori di IA, rilevando possibili problemi relativi all'accesso alla capacità computazionale e ai talenti, ai costi di uscita da determinati ecosistemi, ai diritti di esclusiva e all'accesso privilegiato a informazioni tecniche e commerciali.
Ed ecco il rischio che considero più grave:
trasformare un oligopolio tecnologico di fatto in un oligopolio tecnologico riconosciuto, regolamentato e infine legittimato politicamente.
La paura e la delega del potere
Qui nasce anche il problema dell'informazione.
L'opinione pubblica conosce ancora pochissimo l'Intelligenza Artificiale. Per milioni di persone essa rimane qualcosa di sostanzialmente incomprensibile: una macchina misteriosa che parla, ragiona, produce immagini, programma e sembra acquisire continuamente nuove capacità.
In questo terreno l'allarme trova facilmente spazio.
L'IA ruberà tutti i posti di lavoro.
L'IA manipolerà le elezioni.
L'IA controllerà Internet.
L'IA costruirà autonomamente nuove armi.
L'IA potrebbe addirittura distruggere l'umanità.
Alcuni di questi rischi possono essere reali e meritano ricerca e prevenzione.
Il problema nasce quando scenari differenti, con probabilità e tempi completamente diversi, vengono accumulati fino a produrre nell'opinione pubblica una percezione indistinta della minaccia.
Perché una popolazione spaventata chiede inevitabilmente protezione.
E chi chiede protezione tende anche a delegare potere.
È un meccanismo politico antico: la percezione di una minaccia può favorire l'accettazione di strumenti di controllo che in condizioni normali sarebbero sottoposti a una critica molto maggiore.
Non occorre stabilire impropri parallelismi tra epoche storiche completamente differenti per riconoscerlo. La storia della propaganda e della costruzione del consenso — anche nelle sue manifestazioni più tragiche del Novecento — ci ha mostrato quanto potente possa essere la combinazione fra paura, identificazione di una minaccia e richiesta di un'autorità capace di proteggerci.
Per questo il punto non è negare il pericolo.
È impedire che la paura del pericolo diventi lo strumento attraverso il quale rinunciamo democraticamente al controllo della tecnologia.
Non voglio un'IA senza regole
La conseguenza di questo ragionamento non è affatto che l'Intelligenza Artificiale debba essere lasciata senza regole.
Al contrario.
Servono regole.
Ma dobbiamo cambiare completamente la domanda.
Non soltanto:
quali limiti dobbiamo imporre all'Intelligenza Artificiale?
Ma:
quali limiti dobbiamo imporre a chi controlla l'Intelligenza Artificiale?
Sono due questioni molto diverse.
Dobbiamo certamente impedire utilizzi pericolosi della tecnologia.
Ma contemporaneamente dobbiamo impedire concentrazioni monopolistiche, dipendenze tecnologiche, controllo esclusivo delle infrastrutture, standard proprietari, lock-in, acquisizione sistematica dei concorrenti e capacità delle grandi imprese di condizionare le stesse norme chiamate a regolamentarle.
Anche l'OCSE, nel suo recente lavoro sui mercati dell'IA, richiama esplicitamente il problema della concentrazione degli input essenziali e persino il rischio che imprese dominanti e verticalmente integrate possano influenzare la regolamentazione.
Questa è politica.
Non fantascienza.
Il Software Libero ci ha già insegnato qualcosa
Ed è qui che l'esperienza del Software Libero diventa estremamente importante.
Quando nacque il movimento del Software Libero, il problema fondamentale non era stabilire semplicemente se un programma funzionasse bene.
La domanda era:
quale libertà possiede l'utente nei confronti del programma che utilizza?
Posso utilizzarlo?
Posso studiare come funziona?
Posso modificarlo?
Posso distribuirlo?
Posso condividere le mie modifiche?
Il passaggio culturale fu enorme.
Il software cessava di essere considerato esclusivamente un prodotto da consumare e diventava anche conoscenza che una comunità poteva studiare, migliorare e condividere.
Con l'Intelligenza Artificiale dobbiamo compiere un passaggio analogo.
Ma questa volta dobbiamo andare ancora oltre.
IA libera non significa soltanto "modello scaricabile"
Oggi si parla molto facilmente di modelli "open".
Ma un modello del quale possiamo scaricare soltanto i pesi non equivale necessariamente a un sistema realmente libero.
La Open Source Initiative, nella sua Open Source AI Definition, ha individuato quattro libertà fondamentali direttamente derivate dall'esperienza del Software Libero: utilizzare il sistema per qualsiasi scopo, studiarne il funzionamento, modificarlo e condividerlo. E per rendere effettive queste libertà richiede accesso non soltanto ai parametri, ma anche al codice necessario e a informazioni sufficientemente dettagliate sui dati e sul processo di addestramento.
È un punto fondamentale.
Ma credo che politicamente dobbiamo compiere un ulteriore passo.
Perché anche se domani disponessimo di un modello completamente libero, potremmo non avere le risorse materiali per costruirlo, addestrarlo o modificarlo.
Ed è qui che l'IA presenta una differenza decisiva rispetto al Software Libero tradizionale.
Non basta liberare il software: dobbiamo liberare i mezzi di produzione
GNU/Linux poteva essere sviluppato da migliaia di persone distribuite nel mondo utilizzando computer relativamente accessibili.
I sistemi di Intelligenza Artificiale più avanzati richiedono invece quantità enormi di capacità computazionale, GPU specializzate, data center, energia, reti e capitali.
Possiamo quindi arrivare al paradosso di avere un modello formalmente libero ma una tecnologia sostanzialmente non riproducibile se i mezzi necessari per produrla rimangono concentrati.
La libertà del codice senza libertà di accesso all'infrastruttura rischia di essere una libertà incompleta.
Per questo dobbiamo estendere all'Intelligenza Artificiale la filosofia del Software Libero, non semplicemente copiarne le licenze.
L'obiettivo deve diventare una IA Libera.
Libera nei modelli.
Libera nel codice.
Libera nella conoscenza dei processi di addestramento.
Libera negli standard.
Interoperabile.
Verificabile.
Modificabile.
Condivisibile.
Ma soprattutto accompagnata da infrastrutture che impediscano che soltanto pochissimi soggetti possano realmente esercitare queste libertà.
Il "public compute" come infrastruttura democratica
Da questo punto di vista dovremmo cominciare a considerare la capacità computazionale come una nuova infrastruttura strategica.
Abbiamo biblioteche pubbliche perché l'accesso alla conoscenza non può dipendere esclusivamente dalla capacità economica individuale.
Abbiamo università pubbliche perché ricerca e formazione producono un beneficio collettivo.
Abbiamo reti pubbliche e infrastrutture condivise perché alcuni strumenti sono indispensabili allo sviluppo dell'intera società.
Perché non dovremmo immaginare infrastrutture pubbliche di calcolo per l'Intelligenza Artificiale?
Università, centri di ricerca, enti pubblici, cooperative, comunità di Software Libero, piccole imprese e cittadini dovrebbero poter accedere a capacità computazionale indipendente dalle grandi piattaforme private.
Non gratuitamente e senza regole.
Ma come infrastruttura comune.
Una sorta di public compute, governato democraticamente e destinato alla ricerca, all'innovazione aperta e alla produzione di beni comuni digitali.
Questo sarebbe un intervento politico sulla sicurezza dell'IA molto diverso dal semplice divieto.
Non ridurrebbe la conoscenza.
Distribuirebbe il potere di produrla.
Non una IA americana contro una IA cinese
C'è infine il problema geopolitico.
La competizione internazionale sull'Intelligenza Artificiale viene sempre più rappresentata come una corsa tra Stati Uniti e Cina.
Chi arriverà prima?
Chi costruirà il sistema più potente?
Chi controllerà i chip?
Chi possiederà i data center?
Chi imporrà i propri standard?
È comprensibile che gli Stati ragionino in questi termini.
Ma non possiamo accettare che questo sia l'unico orizzonte possibile.
Perché l'alternativa non può essere semplicemente scegliere tra un'Intelligenza Artificiale controllata dalle grandi corporation americane e un'Intelligenza Artificiale controllata dallo Stato cinese.
In entrambi i casi resta irrisolta la stessa questione:
dove sono i cittadini?
Dove sono le comunità?
Dove sono le università indipendenti?
Dove sono i ricercatori?
Dove sono le piccole imprese?
Dove sono gli enti pubblici locali?
Dove sono le comunità del Software Libero?
E soprattutto:
dove è l'umanità alla quale questa conoscenza dovrebbe appartenere?
Regolare la concentrazione prima ancora della tecnologia
Per questo credo che dobbiamo rovesciare l'attuale paradigma.
Sì alla ricerca sulla sicurezza.
Sì alle verifiche indipendenti.
Sì alla protezione dai possibili utilizzi criminali.
Sì alla tutela dei cittadini.
Sì alla responsabilità di chi costruisce sistemi sempre più potenti.
Ma contemporaneamente:
antitrust forte, interoperabilità obbligatoria, standard aperti, trasparenza, portabilità dei dati e dei modelli, ricerca pubblica, infrastrutture computazionali pubbliche, sostegno ai modelli realmente liberi, accesso non discriminatorio alle risorse, controllo democratico delle infrastrutture strategiche.
E soprattutto una regola politica fondamentale:
nessuna norma sulla sicurezza dell'IA dovrebbe avere come conseguenza la creazione di barriere che soltanto gli attuali giganti tecnologici possono superare.
La sicurezza non può diventare la licenza per esercitare un monopolio.
La tecnologia deve essere nelle mani dell'umanità
Non sappiamo quanto saranno potenti i sistemi di Intelligenza Artificiale tra cinque anni.
E proprio perché non lo sappiamo sarebbe irresponsabile ignorarne i possibili rischi tecnologici.
Ma una cosa la sappiamo già.
Una tecnologia destinata a incidere sulla conoscenza, sul lavoro, sull'informazione, sulla ricerca, sull'economia e probabilmente sulla stessa organizzazione delle nostre società sta richiedendo risorse talmente grandi da favorire una concentrazione senza precedenti.
Questo rischio non è una previsione.
È già visibile.
Per questo la battaglia politica non deve essere "contro l'Intelligenza Artificiale".
Deve essere per la sua libertà.
Dobbiamo pretendere che l'IA diventi progressivamente una conoscenza aperta e condivisa e che anche i mezzi necessari per produrla siano accessibili a una pluralità reale di soggetti.
Dobbiamo applicare all'IA la grande intuizione politica del Software Libero: la libertà non consiste soltanto nel poter utilizzare una tecnologia, ma nel non dipendere dal permesso di qualcuno per comprenderla, modificarla e condividerla.
Con l'Intelligenza Artificiale dobbiamo aggiungere un'ultima libertà:
avere concretamente i mezzi per poterlo fare.
La questione fondamentale del nostro tempo, allora, non è scegliere tra entusiasmo tecnologico e paura tecnologica.
E non è nemmeno decidere se credere o meno agli scenari più estremi annunciati dai protagonisti dell'industria.
La domanda politica è molto più semplice:
chi vogliamo che possieda la conoscenza e i mezzi di produzione della conoscenza nel mondo che stiamo costruendo?
Se la risposta sarà poche aziende e poche grandi potenze, potremo anche avere costruito un'Intelligenza Artificiale perfettamente regolamentata e tecnicamente sicura.
Ma avremo contemporaneamente costruito una società profondamente meno libera.
Se invece vogliamo che l'Intelligenza Artificiale rappresenti davvero un progresso dell'umanità, allora dobbiamo pretendere qualcosa di molto più ambizioso.
L'Intelligenza Artificiale deve essere libera perché la conoscenza che produce e il potere che rappresenta devono rimanere nelle mani dell'umanità.
Il problema, dunque, non è soltanto impedire che un giorno l'Intelligenza Artificiale possa prendere il controllo dell'uomo.
È impedire, oggi, che pochi uomini prendano il controllo dell'Intelligenza Artificiale.