In controtendenza con le leggi dell'epoca, che negavano il diritto di voto alle donne, l'attivista e leader del movimento femminista Susan B. Anthony si recò alle urne a Rochester, New York, insieme ad altre quindici donne, e votò per il Partito Repubblicano. Il suo gesto non era un atto di ingenuità, ma una sfida calcolata. Anthony e il suo movimento sostenevano che il Quattordicesimo Emendamento, che garantiva la "protezione uguale" delle leggi, si applicasse implicitamente anche alle donne, autorizzandole al voto.
L'atto di disobbedienza civile non passò inosservato. Due settimane dopo, Anthony fu arrestata e processata in un tribunale federale a Canandaigua, New York. Durante il processo, che divenne una vetrina mediatica per la causa, la giuria ricevette l'ordine di emettere un verdetto di colpevolezza senza possibilità di discussione. Il giudice Ward Hunt, in una mossa che violava la prassi, negò ad Anthony la possibilità di testimoniare. Condannata a pagare una multa di 100 dollari (una somma considerevole per l'epoca), Anthony rifiutò categoricamente di saldare il debito. "Mai pagherò un dollaro della vostra ingiusta sanzione", dichiarò, sperando che il governo la arrestasse per creare un nuovo caso d'appello. T le diede questa soddisfazione, temendo ulteriore pubblicità. Questo episodio, sebbene si concluse senza un successo legale immediato, galvanizzò il movimento per il voto alle donne, portando alla definitiva approvazione del Diciannovesimo Emendamento, quasi mezzo secolo dopo, nel 1920.