Nel novembre del 1997, il mondo dell'informatica fu scosso dalla scoperta di uno dei difetti hardware più celebri e dirompenti della storia dei personal computer: il cosiddetto "F00F bug", localizzato nei processori Intel Pentium basati sull'architettura P5 (inclusi i Pentium classici, i Pentium MMX e i Pentium OverDrive).
Il nome del bug deriva dalla sequenza di byte esadecimali F0 0F C7 C8, che corrisponde a un'istruzione assembly non valida creata aggiungendo un prefisso di blocco (LOCK) a un'operazione di confronto e scambio a 64 bit (CMPXCHG8B) che puntava erroneamente a un registro anziché a una locazione di memoria. Sebbene l'esecuzione di un codice simile dovesse normalmente generare un'eccezione standard per istruzione illegale, la presenza del prefisso LOCK mandava in confusione la logica interna del processore. La CPU bloccava i cicli del bus in attesa di una scrittura che non sarebbe mai avvenuta, congelando completamente ogni attività e portando a un blocco totale e irreversibile del sistema.
La gravità della scoperta risiedeva nel fatto che la sequenza poteva essere eseguita da qualsiasi utente con privilegi minimi (user-space) su qualunque sistema operativo dell'epoca (da Windows 95 a Linux, da DOS a Unix), trasformandosi di fatto in un immediato strumento per attacchi Denial of Service (DoS). Sebbene il difetto non danneggiasse permanentemente i componenti fisici, il congelamento improvviso costringeva a un riavvio forzato ("hard reset"), con la conseguente perdita di tutti i dati non salvati. La vulnerabilità fu inizialmente arginata dai produttori di sistemi operativi tramite patch software mirate a intercettare l'istruzione anomala, per poi essere definitivamente debellata a livello hardware nelle successive revisioni produttive dei chip Intel.