Il 6 novembre 1913 Mohandas Karamchand Gandhi viene arrestato mentre guida una delle azioni più importanti della sua esperienza sudafricana: la cosiddetta “Grande Marcia” dei minatori indiani. Alla testa di circa 2.037 uomini, 127 donne e 57 bambini, Gandhi parte da Charlestown, al confine tra Natal e Transvaal, per entrare illegalmente nella provincia vicina senza i permessi richiesti dalle leggi discriminatorie.
La marcia nasce nel contesto di una vasta campagna di satyagraha (resistenza nonviolenta) contro due provvedimenti particolarmente odiosi: la tassa annuale di tre sterline imposta agli ex lavoratori a contratto (indentured labourers) che volevano restare in Sudafrica, e la sentenza che rendeva invalidi i matrimoni celebrati secondo i riti indù e musulmani. Nell’ottobre 1913 migliaia di minatori delle colliery del Natal avevano già interrotto il lavoro. Gandhi decide di trasformare lo sciopero in una marcia collettiva verso il Transvaal, consapevole che l’attraversamento del confine avrebbe provocato massicci arresti.
La notte del 6 novembre, poco dopo aver varcato il confine e aver raggiunto Palmford, Gandhi viene arrestato. Liberato su cauzione, si riunisce immediatamente ai manifestanti. Nei giorni successivi viene arrestato altre due volte (a Standerton e poi di nuovo), finché l’11 novembre viene condannato a nove mesi di lavori forzati. Nonostante gli arresti dei leader, la marcia prosegue e lo sciopero si estende, paralizzando settori dell’economia del Natal.
La pressione politica e mediatica, anche internazionale, costringe il governo di Jan Smuts a trattare. Nel gennaio 1914 viene raggiunto un accordo che porta all’Indian Relief Act: la tassa delle tre sterline viene abolita e i matrimoni indiani sono riconosciuti. Pochi mesi dopo Gandhi lascia definitivamente il Sudafrica. Quella marcia del novembre 1913 rappresenta un momento decisivo nella maturazione del metodo nonviolento che applicherà poi su scala molto più ampia nella lotta per l’indipendenza dell’India.