Il 6 novembre 1962 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adotta, con 67 voti a favore, 16 contrari e 23 astensioni, la risoluzione 1761 (XVII). Il testo rappresenta un passaggio decisivo nella campagna internazionale contro il sistema di segregazione razziale imposto dal governo sudafricano.
La risoluzione deplora il rifiuto di Pretoria di abbandonare le politiche di apartheid nonostante le ripetute richieste dell’ONU e afferma che la prosecuzione di tali politiche costituisce una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali. Di conseguenza invita gli Stati membri ad adottare misure concrete: interrompere o non instaurare relazioni diplomatiche con il Sudafrica; chiudere i propri porti alle navi battenti bandiera sudafricana e vietare alle proprie navi di attraccare nei porti del Paese; rifiutare i diritti di atterraggio agli aerei sudafricani; boicottare le merci sudafricane e sospendere le esportazioni verso il Sudafrica, in particolare di armi e munizioni.
La risoluzione istituisce inoltre un Comitato speciale sulle politiche di apartheid del Governo della Repubblica del Sudafrica, incaricato di monitorare la situazione e riferire periodicamente all’Assemblea o al Consiglio di sicurezza. Il Comitato, composto inizialmente da undici paesi (tra cui Algeria, Ghana, Nigeria, Filippine e Somalia), diventerà uno strumento centrale dell’azione ONU contro l’apartheid.
Sebbene molti Stati occidentali, principali partner commerciali del Sudafrica, non applicassero pienamente le misure richieste, la risoluzione 1761 segnò un punto di svolta: elevò la questione dell’apartheid a problema di sicurezza internazionale e pose le basi per le successive sanzioni, compreso l’embargo obbligatorio sulle armi deliberato dal Consiglio di sicurezza nel 1977.