Esiste una differenza fondamentale tra ciò che la legge consente e ciò che un'istituzione pubblica dovrebbe considerare giusto, opportuno e coerente con le proprie responsabilità democratiche. È una distinzione che troppo spesso viene trascurata quando si discutono le scelte tecnologiche della Pubblica Amministrazione, quasi che la semplice assenza di un divieto normativo fosse sufficiente a giustificare qualsiasi decisione, indipendentemente dalle sue conseguenze sociali, culturali ed economiche.
Il Collettivo TUXSA ritiene che questa distinzione debba tornare al centro del dibattito pubblico, soprattutto quando le decisioni riguardano strumenti digitali utilizzati da milioni di persone e capaci di condizionare profondamente le abitudini, le relazioni e la libertà di scelta dei cittadini.
È in questa prospettiva che consideriamo sbagliata e inaccettabile la decisione dell'Agenzia delle Entrate di utilizzare WhatsApp come strumento di comunicazione istituzionale e di promuoverne l'utilizzo attraverso i propri canali ufficiali.
Non intendiamo sostenere che l'Agenzia stia necessariamente violando una specifica disposizione di legge, né vogliamo trasformare questa vicenda in una controversia esclusivamente giuridica. La nostra contestazione è più profonda e riguarda il significato stesso del servizio pubblico, la responsabilità delle istituzioni nella costruzione della cultura digitale e il rapporto tra l'autonomia dello Stato e il potere delle grandi imprese tecnologiche.
Nel settembre 2023 l'Agenzia delle Entrate ha avviato un proprio canale WhatsApp, entrando tra i primi soggetti istituzionali italiani a sperimentare questa funzionalità. L'iniziativa è stata presentata come un'opportunità per diffondere aggiornamenti fiscali, notizie e informazioni attraverso uno strumento già largamente utilizzato dalla popolazione. Secondo il rapporto di verifica relativo al 2023, il canale aveva superato i 500.000 iscritti nei primi due mesi dal lancio.
Proprio questo dato, che potrebbe essere presentato come un indicatore del successo comunicativo dell'iniziativa, dovrebbe indurre a una riflessione molto più attenta. Quando un'amministrazione pubblica di tale importanza invita centinaia di migliaia di persone a utilizzare una piattaforma commerciale, non sta semplicemente distribuendo informazioni: sta contribuendo a consolidare il ruolo di quella piattaforma nella società, ad aumentarne la riconoscibilità e a rafforzare la percezione che il suo utilizzo rappresenti una scelta normale, affidabile e persino istituzionalmente raccomandata.
È questo il punto che contestiamo.
La Pubblica Amministrazione non è un cittadino qualsiasi e non può comportarsi come un semplice utilizzatore di servizi commerciali. Dispone di autorevolezza, rappresenta l'interesse generale e ha il dovere di valutare le conseguenze delle proprie decisioni anche quando queste non producono effetti immediatamente visibili.
La scelta di un canale digitale, dunque, non è mai soltanto una questione di praticità.
Quando lo Stato promuove una piattaforma, contribuisce anche a determinarne il valore sociale, la diffusione e il potere.
I cittadini non hanno alcuna colpa. È la Pubblica Amministrazione che sbaglia
Vogliamo chiarire questo aspetto senza lasciare spazio a equivoci: il Collettivo TUXSA non esprime alcun giudizio negativo nei confronti delle persone che utilizzano WhatsApp, né ritiene che i cittadini debbano essere rimproverati per le proprie abitudini tecnologiche.
Ognuno deve poter scegliere liberamente gli strumenti che preferisce, in base alle proprie necessità, alle conoscenze disponibili, alla comodità o alle relazioni personali e professionali. Una persona può utilizzare WhatsApp perché lo trovano comodo i familiari, perché vi comunicano i colleghi, perché lo usano le associazioni di cui fa parte o semplicemente perché non conosce alternative che rispondano alle medesime esigenze.
Tutte queste motivazioni appartengono alla sfera della libertà individuale e non costituiscono il bersaglio della nostra critica.
Anzi, una parte fondamentale del nostro impegno culturale consiste proprio nel diffondere conoscenza affinché ciascuno possa compiere scelte consapevoli, senza imposizioni, senza colpevolizzazioni e senza trasformare il Software Libero in un elemento di discriminazione nei confronti di chi utilizza tecnologie differenti.
Ma ciò che può essere comprensibile, legittimo e perfettamente accettabile nella vita quotidiana di un cittadino non diventa automaticamente appropriato per un'amministrazione pubblica.
L'Agenzia delle Entrate non è un gruppo di amici, un'associazione privata o un'impresa che decide autonomamente come raggiungere i propri clienti. È un'istituzione che opera nell'interesse della collettività, esercita funzioni pubbliche essenziali e rappresenta un punto di riferimento per milioni di contribuenti.
Le sue decisioni tecnologiche devono quindi essere valutate secondo criteri più rigorosi di quelli che guidano le preferenze individuali.
Quando un cittadino sceglie WhatsApp, esercita una libertà personale. Quando l'Agenzia delle Entrate invita i cittadini a seguire il proprio canale WhatsApp, esercita invece un'influenza istituzionale che favorisce una specifica piattaforma commerciale.
Sono due comportamenti radicalmente differenti.
Non è necessario che l'Agenzia imponga formalmente l'installazione dell'applicazione perché si produca un effetto di orientamento delle scelte. L'autorevolezza di un'istituzione, la fiducia che essa ispira e la sua capacità di raggiungere un pubblico molto vasto rappresentano già strumenti di influenza considerevoli.
Sostenere che l'iscrizione al canale sia facoltativa non risolve il problema. Anche una promozione facoltativa rimane una promozione, e il fatto che esistano altri strumenti per ricevere informazioni non cancella la responsabilità della scelta compiuta.
Non sono i cittadini a dover cambiare le proprie abitudini per soddisfare le convinzioni del Collettivo TUXSA. È la Pubblica Amministrazione che deve cambiare comportamento per rispettare pienamente il proprio ruolo.
WhatsApp, Signal e la differenza tra crittografia e tutela della persona
Uno degli argomenti frequentemente utilizzati per difendere WhatsApp riguarda la crittografia end-to-end, presentata come garanzia di sicurezza e riservatezza delle comunicazioni.
È importante affrontare questo aspetto con precisione, perché proprio il confronto tra WhatsApp e Signal permette di comprendere quanto sia riduttivo identificare la sicurezza di una comunicazione con la sola protezione crittografica del contenuto.
WhatsApp utilizza il Signal Protocol, una tecnologia crittografica sviluppata nell'ambito del progetto Signal, che ha contribuito in maniera determinante all'evoluzione della messaggistica sicura. Si tratta di un risultato tecnico importante, che non abbiamo alcuna ragione di sminuire.
Il fatto che WhatsApp adotti questa tecnologia, tuttavia, non significa che WhatsApp e Signal offrano lo stesso modello di tutela della riservatezza.
La crittografia end-to-end protegge i contenuti delle comunicazioni alle quali viene applicata, impedendo in condizioni normali che soggetti intermedi possano leggerli. Non garantisce, da sola, che il gestore del servizio non possa raccogliere altre informazioni relative all'utilizzo della piattaforma.
Occorre infatti distinguere il contenuto di una comunicazione dai dati che possono accompagnarla: informazioni sull'account, dati tecnici del dispositivo, elementi relativi all'utilizzo del servizio, informazioni diagnostiche e altri metadati, secondo le caratteristiche della piattaforma e le condizioni applicabili.
La riservatezza non riguarda soltanto ciò che diciamo, ma anche le informazioni che possono essere ricavate dalle nostre attività digitali.
Signal ha costruito la propria architettura e il proprio modello di servizio intorno alla riduzione delle informazioni disponibili al gestore, alla pubblicazione del codice sorgente e all'assenza di un modello economico fondato sulla pubblicità comportamentale.
WhatsApp, pur utilizzando il Signal Protocol per le comunicazioni personali protette, rimane invece un prodotto proprietario appartenente a Meta, inserito in un ecosistema commerciale più ampio, caratterizzato da proprie condizioni contrattuali, politiche di trattamento dei dati e strategie economiche.
Questa differenza è sostanziale.
Non sarebbe corretto sostenere che WhatsApp legga normalmente il contenuto delle conversazioni personali protette dalla crittografia end-to-end, così come non sarebbe corretto affermare che Signal non tratti assolutamente alcuna informazione tecnica. Ma sarebbe altrettanto sbagliato concludere che i due servizi siano equivalenti soltanto perché condividono una tecnologia crittografica.
La sicurezza di un sistema non dipende esclusivamente dall'algoritmo utilizzato, ma dall'intera architettura tecnologica, dalle modalità di gestione, dalla verificabilità del software e dagli interessi economici che ne orientano lo sviluppo.
Esiste inoltre una precisazione particolarmente importante per la vicenda dell'Agenzia delle Entrate: i canali WhatsApp non devono essere confusi con le conversazioni personali crittografate end-to-end. I canali costituiscono una funzionalità di diffusione delle informazioni con caratteristiche proprie e non offrono automaticamente le stesse garanzie di riservatezza delle chat personali.
È quindi improprio utilizzare genericamente la crittografia delle conversazioni private come argomento per giustificare l'adozione istituzionale dei canali WhatsApp.
La questione, in ogni caso, non si esaurisce nella valutazione di un singolo rischio tecnico. Anche qualora una determinata funzionalità fosse configurata in maniera rispettosa della privacy, rimarrebbe il problema della dipendenza da un'infrastruttura proprietaria e della sua promozione da parte di un'istituzione pubblica.
La gratuità apparente e il valore dei dati
Un altro elemento che merita attenzione riguarda il concetto di gratuità.
WhatsApp viene generalmente percepito come uno strumento gratuito, perché l'utente non deve corrispondere un pagamento diretto per utilizzare le principali funzionalità del servizio. Ma l'assenza di un prezzo non coincide necessariamente con l'assenza di un costo economico, sociale o tecnologico.
Le grandi piattaforme digitali operano all'interno di modelli economici complessi, nei quali la diffusione dei servizi, la fidelizzazione degli utenti, il rafforzamento degli ecosistemi e la disponibilità di informazioni sulle attività digitali possono rappresentare risorse di enorme valore.
Questo non significa che ogni informazione trattata da WhatsApp venga automaticamente utilizzata per finalità pubblicitarie, né che tutti i servizi del gruppo Meta condividano indistintamente ogni dato. Significa riconoscere che una piattaforma commerciale risponde a strategie economiche che non coincidono necessariamente con l'interesse pubblico.
Quando un'amministrazione invita i cittadini a utilizzare uno strumento appartenente a una grande multinazionale, contribuisce ad accrescere il valore complessivo del relativo ecosistema, anche quando non versa direttamente denaro alla società proprietaria.
L'Agenzia delle Entrate dovrebbe chiedersi se sia opportuno utilizzare la propria autorevolezza per favorire questo processo.
A nostro giudizio, la risposta è negativa.
Un'istituzione pubblica dovrebbe investire la propria credibilità nella diffusione di conoscenze, strumenti e infrastrutture capaci di rafforzare l'autonomia dei cittadini, non nel consolidamento di servizi commerciali che già occupano una posizione dominante nelle abitudini digitali della popolazione.
Il paradosso della Pubblica Amministrazione italiana
La vicenda assume un significato ancora più rilevante se osservata alla luce dei principi che l'ordinamento italiano ha progressivamente introdotto in materia di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione.
Il Codice dell'Amministrazione Digitale, in particolare attraverso gli articoli 68 e 69, e le linee guida dell'Agenzia per l'Italia Digitale sull'acquisizione e il riuso del software riconoscono il valore delle soluzioni aperte, della valutazione comparativa, del riuso e della neutralità tecnologica.
Le linee guida AgID promuovono espressamente un cambiamento culturale orientato a un maggiore utilizzo del Software Libero e delle soluzioni a codice sorgente aperto, con l'obiettivo di valorizzare gli investimenti pubblici, favorire la condivisione delle tecnologie e ridurre duplicazioni e dipendenze.
Naturalmente queste disposizioni hanno ambiti applicativi specifici e non possono essere interpretate come un divieto generale e automatico di utilizzare qualsiasi piattaforma proprietaria. Non è su una simile interpretazione che intendiamo fondare la nostra posizione.
Il problema è un altro.
Come può la Pubblica Amministrazione promuovere, almeno sul piano dei principi, l'apertura tecnologica e il riuso del Software Libero, mentre nella propria comunicazione istituzionale contribuisce a rafforzare la dipendenza dei cittadini dalle grandi piattaforme proprietarie?
Questa contraddizione non può essere liquidata sostenendo che WhatsApp sia uno strumento comodo, conosciuto e ampiamente diffuso.
Se la diffusione commerciale diventasse il criterio principale delle scelte tecnologiche pubbliche, le istituzioni finirebbero inevitabilmente per favorire i soggetti che già dispongono della maggiore forza economica e della più ampia base di utenti.
Si creerebbe così un meccanismo circolare: una piattaforma viene scelta perché è molto utilizzata, la scelta istituzionale contribuisce a renderla ancora più utilizzata e la sua crescente diffusione diventa successivamente la giustificazione per ulteriori adozioni.
È precisamente uno dei meccanismi attraverso i quali le dipendenze tecnologiche tendono a consolidarsi.
La Pubblica Amministrazione dovrebbe invece contribuire a interrompere questo circolo, dimostrando concretamente che esistono alternative e che l'accesso alle informazioni pubbliche non deve essere associato all'adesione a uno specifico ecosistema commerciale.
La libertà digitale non coincide con la possibilità di scegliere tra prodotti commerciali
Nel dibattito sulla tecnologia si tende spesso a identificare la libertà con la possibilità di scegliere tra applicazioni differenti. Ma la libertà digitale è qualcosa di più complesso e profondo.
Un cittadino è realmente libero quando può accedere alle informazioni e ai servizi senza essere costretto, direttamente o indirettamente, ad accettare condizioni contrattuali imposte da soggetti commerciali, quando può utilizzare strumenti interoperabili, quando può comprendere almeno nei principi il funzionamento delle tecnologie e quando non è vincolato a un unico fornitore.
La libertà digitale comprende anche la possibilità di non utilizzare un determinato servizio.
Non dovrebbe essere necessario possedere un account WhatsApp per ricevere tempestivamente informazioni pubbliche, così come non dovrebbe essere necessario iscriversi a un social network commerciale per conoscere decisioni amministrative, iniziative istituzionali o comunicazioni di interesse generale.
L'esistenza di un sito istituzionale accessibile a tutti costituisce certamente una garanzia importante, ma non giustifica la promozione parallela di piattaforme proprietarie quando tale promozione contribuisce a consolidare dipendenze tecnologiche evitabili.
La nostra contestazione, dunque, non nasce dall'idea che l'Agenzia delle Entrate abbia reso obbligatorio WhatsApp. Nasce dalla convinzione che un'istituzione pubblica non debba neppure incoraggiare l'adozione di una piattaforma proprietaria quando può svolgere le medesime funzioni attraverso strumenti liberi e aperti.
Si tratta di una responsabilità culturale prima ancora che tecnologica.
Le alternative esistono e non sono un'utopia
La diffusione di informazioni, aggiornamenti e comunicazioni pubbliche non richiede necessariamente l'utilizzo di piattaforme commerciali centralizzate.
Esistono tecnologie consolidate che consentono di distribuire contenuti attraverso standard aperti, senza imporre ai destinatari la registrazione presso un unico operatore.
I feed RSS e Atom, ad esempio, permettono da molti anni di seguire gli aggiornamenti di un sito attraverso applicazioni differenti, comprese soluzioni di Software Libero, senza dover creare un account presso il soggetto che distribuisce le informazioni.
Un cittadino può scegliere autonomamente il proprio lettore, cambiarlo in qualsiasi momento e continuare a ricevere gli aggiornamenti senza dipendere dalle condizioni commerciali di una piattaforma.
È un modello tecnologico semplice, maturo, interoperabile e particolarmente adatto alla diffusione di comunicazioni pubbliche.
Esistono inoltre protocolli aperti e federati, come Matrix, che consentono di realizzare sistemi di comunicazione e messaggistica attraverso infrastrutture gestibili autonomamente, evitando di concentrare necessariamente tutte le comunicazioni presso un unico fornitore.
Anche strumenti come Signal dimostrano che è possibile progettare servizi di messaggistica moderni attribuendo alla riservatezza un ruolo centrale, sebbene il suo servizio ufficiale sia centralizzato e non costituisca, da solo, una soluzione di indipendenza infrastrutturale per la Pubblica Amministrazione.
Non sosteniamo che tutte queste tecnologie siano intercambiabili o che ogni soluzione libera garantisca automaticamente l'assenza di qualsiasi raccolta di dati. Qualsiasi infrastruttura digitale deve essere progettata, configurata e gestita correttamente, soprattutto quando è utilizzata da soggetti pubblici.
Sosteniamo però che esistono strumenti e modelli architetturali capaci di garantire la distribuzione delle informazioni senza richiedere la profilazione commerciale degli utenti, senza vincolarli a un'unica applicazione proprietaria e senza subordinare la continuità del servizio alle decisioni di una multinazionale.
Il punto non è individuare una nuova applicazione da imporre ai cittadini al posto di WhatsApp.
Il punto è costruire servizi pubblici che non impongano né promuovano dipendenze tecnologiche evitabili.
Una Pubblica Amministrazione realmente orientata al bene comune dovrebbe pubblicare le informazioni su infrastrutture istituzionali accessibili, renderle disponibili attraverso standard aperti e permettere ai cittadini di scegliere liberamente gli strumenti con cui consultarle.
Non servono necessariamente tecnologie rivoluzionarie. Serve una diversa concezione del rapporto tra istituzioni, cittadini e strumenti digitali.
L'autorevolezza dello Stato non deve diventare pubblicità commerciale
C'è infine un aspetto che riteniamo particolarmente delicato e che va oltre qualsiasi considerazione tecnica.
L'Agenzia delle Entrate gode di un'autorevolezza che deriva dalla sua funzione pubblica. Quando comunica con i cittadini, non lo fa come un soggetto commerciale che cerca di conquistare nuovi utenti, ma come un'istituzione chiamata a svolgere compiti di interesse generale.
Questa autorevolezza rappresenta un patrimonio collettivo e dovrebbe essere utilizzata esclusivamente per finalità coerenti con il servizio pubblico.
Promuovere WhatsApp attraverso i propri strumenti istituzionali significa, nei fatti, contribuire alla visibilità e alla legittimazione di un prodotto commerciale appartenente a Meta.
Non stiamo affermando che esista necessariamente un accordo pubblicitario, un corrispettivo economico o una finalità intenzionale di favorire l'azienda. Non abbiamo bisogno di formulare accuse di questo genere per esprimere la nostra critica.
È sufficiente osservare l'effetto concreto della scelta.
Quando un'istituzione invita i cittadini a seguire un proprio canale su una piattaforma commerciale, contribuisce a presentare quella piattaforma come uno strumento appropriato, affidabile e socialmente riconosciuto per le comunicazioni pubbliche.
Questo effetto di legittimazione esiste indipendentemente dalle intenzioni di chi ha adottato la decisione.
E non può essere giustificato esclusivamente dalla necessità di raggiungere un pubblico numeroso.
Se l'obiettivo delle istituzioni fosse semplicemente quello di utilizzare gli strumenti più popolari, senza considerare la loro natura tecnologica e il modello economico sottostante, lo Stato finirebbe per adeguarsi sistematicamente alle condizioni determinate dal mercato, rinunciando progressivamente alla propria capacità di orientare lo sviluppo digitale verso l'interesse collettivo.
Non è questa la funzione che attribuiamo a una Pubblica Amministrazione democratica.
Le istituzioni non dovrebbero inseguire passivamente le abitudini digitali della popolazione quando queste dipendono da ecosistemi commerciali chiusi. Dovrebbero piuttosto contribuire a costruire condizioni nelle quali i cittadini possano conoscere e utilizzare alternative realmente indipendenti.
La questione riguarda tutte le istituzioni pubbliche
Sarebbe un errore considerare questa vicenda un episodio isolato o una semplice controversia relativa a un'applicazione di messaggistica.
Il problema riguarda un modello di digitalizzazione nel quale numerose istituzioni pubbliche hanno progressivamente affidato una parte della propria comunicazione a piattaforme private, spesso presentando questa scelta come inevitabile conseguenza dell'innovazione tecnologica.
Ma innovazione e dipendenza non sono sinonimi.
Una tecnologia non diventa moderna perché appartiene a una multinazionale, così come una soluzione libera non diventa arretrata perché non dispone delle medesime risorse pubblicitarie o della stessa diffusione commerciale.
La qualità di un servizio pubblico dovrebbe essere misurata attraverso criteri come accessibilità, affidabilità, interoperabilità, trasparenza, tutela dei diritti e capacità di garantire continuità nel tempo.
Dovremmo inoltre interrogarci su quale modello culturale venga trasmesso ai cittadini quando le istituzioni associano sistematicamente la modernizzazione digitale all'adozione di prodotti commerciali.
Se la Pubblica Amministrazione considera normale dipendere dalle piattaforme dominanti, perché un cittadino dovrebbe interrogarsi sulla possibilità di utilizzare strumenti differenti?
Se le istituzioni non attribuiscono un valore concreto all'indipendenza tecnologica, come possiamo aspettarci che tale principio diventi parte della cultura digitale collettiva?
La promozione del Software Libero non dovrebbe limitarsi a convegni, dichiarazioni programmatiche o documenti normativi. Dovrebbe trovare applicazione nelle scelte quotidiane delle amministrazioni, comprese quelle apparentemente più semplici, come la pubblicazione di aggiornamenti e comunicazioni.
È proprio attraverso queste decisioni che si costruisce, oppure si indebolisce, una cultura dell'autonomia digitale.
Non chiediamo un uso migliore di WhatsApp. Chiediamo di non utilizzarlo
La posizione del Collettivo TUXSA è quindi chiara e non lascia spazio a interpretazioni accomodanti.
Non chiediamo all'Agenzia delle Entrate di migliorare la configurazione del proprio canale WhatsApp, di pubblicare ulteriori informative sulla privacy o di affiancare qualche soluzione libera mantenendo invariata la propria presenza sulla piattaforma.
Questi interventi potrebbero affrontare problemi specifici, ma non risolverebbero la questione di principio che abbiamo sollevato.
Chiediamo all'Agenzia delle Entrate di rinunciare all'utilizzo di WhatsApp come strumento di comunicazione istituzionale e di cessarne la promozione attraverso i propri canali ufficiali.
Chiediamo che le informazioni destinate ai cittadini siano distribuite attraverso strumenti e standard aperti, con modalità che non favoriscano la dipendenza da piattaforme commerciali proprietarie e che consentano a ciascuno di scegliere liberamente come accedere ai contenuti.
Non pretendiamo che questa trasformazione avvenga senza progettazione, senza valutazioni tecniche o senza un'adeguata organizzazione. Riteniamo però che la difficoltà di modificare un'abitudine non possa diventare una giustificazione permanente per conservarla.
La Pubblica Amministrazione deve essere capace di compiere scelte che guardino oltre la comodità immediata e oltre gli interessi delle imprese che dominano il mercato digitale.
La sua responsabilità non consiste soltanto nel comunicare rapidamente, ma anche nel farlo attraverso strumenti coerenti con i valori che dovrebbe rappresentare.
Il Collettivo TUXSA non intende limitarsi a questa riflessione
Questo articolo rappresenta un primo contributo pubblico a una questione che riteniamo meritevole di attenzione ben maggiore.
Il Collettivo TUXSA sta valutando e preparando una serie di iniziative finalizzate a richiamare l'attenzione dell'Agenzia delle Entrate sulle responsabilità derivanti dalle proprie scelte tecnologiche e sulla necessità di adottare strumenti di comunicazione coerenti con i principi di libertà digitale, indipendenza, interoperabilità e tutela dei cittadini.
Le modalità e i contenuti di tali iniziative saranno illustrati quando saranno definiti.
Il nostro obiettivo non è alimentare una polemica fine a sé stessa, ma contribuire a modificare un orientamento culturale che consideriamo profondamente sbagliato e che rischia di consolidarsi ulteriormente se non viene sottoposto a una critica pubblica consapevole.
Non intendiamo chiedere ai cittadini di rinunciare alle proprie abitudini digitali, né pretendiamo che tutti condividano le nostre convinzioni sul Software Libero.
Chiediamo invece che le istituzioni assumano pienamente la responsabilità delle proprie decisioni e comprendano che la libertà digitale non può essere sacrificata sull'altare della comodità, della popolarità o della diffusione commerciale.
La legge stabilisce ciò che è consentito. La responsabilità pubblica impone di interrogarsi anche su ciò che è giusto.
E quando esistono tecnologie libere, aperte e indipendenti che consentono di perseguire gli stessi obiettivi senza favorire la concentrazione del potere tecnologico, una Pubblica Amministrazione dovrebbe avere la capacità, la sensibilità e la volontà di sceglierle.
Perché lo Stato non deve insegnare ai cittadini a dipendere dalle piattaforme commerciali.
Deve contribuire a renderli liberi di non dipenderne.
Collettivo TUXSA — Salerno