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La libertà di scegliere comincia dalla conoscenza

Inviato da tuxsa il
scelte digitali

Oltre le contraddizioni del capitalismo digitale: conoscere le alternative, comprendere le tecnologie e riconquistare il diritto di decidere.

Qualche giorno fa, sulle pagine di OpenSalerno, abbiamo pubblicato un articolo dal titolo «Combattere il capitalismo, alimentandolo», una riflessione volutamente provocatoria sulle contraddizioni di quanti contestano il potere delle grandi multinazionali, la concentrazione della ricchezza e il dominio economico delle piattaforme digitali, continuando tuttavia a utilizzare quotidianamente proprio gli strumenti attraverso i quali quel potere si consolida.

L'articolo ha suscitato interesse, qualche polemica e, soprattutto, una curiosità che consideriamo particolarmente importante, perché quando una riflessione induce a interrogarsi sulle proprie abitudini, a cercare informazioni e a mettere in discussione comportamenti considerati normali, ha già raggiunto una parte significativa del proprio obiettivo.

È però necessaria una precisazione, che non vuole attenuare il significato della critica precedente, ma approfondirne le ragioni e chiarirne la prospettiva.

Non abbiamo mai inteso condannare chi utilizza software proprietario, piattaforme commerciali o servizi digitali controllati dalle grandi aziende tecnologiche. Non ci interessa stabilire graduatorie di purezza ideologica, attribuire patenti di coerenza o trasformare le scelte informatiche individuali in un tribunale morale.

Il nostro obiettivo, come Collettivo TUXSA, è un altro: diffondere conoscenza, favorire la comprensione delle tecnologie e contribuire alla costruzione di una cultura della consapevolezza, perché nessuna scelta può essere realmente libera quando mancano gli elementi necessari per comprendere ciò che si sta scegliendo.

La critica che abbiamo espresso, e che continuiamo a sostenere, riguarda piuttosto l'omologazione di massa, la progressiva riduzione delle alternative conosciute e quella particolare forma di dipendenza culturale che porta milioni di persone a considerare inevitabile ciò che è soltanto il risultato di precise strategie economiche, commerciali e politiche.

Esistono certamente responsabilità individuali, soprattutto quando si rinuncia deliberatamente a interrogarsi sulle conseguenze delle proprie azioni, ma sarebbe profondamente sbagliato ignorare la sproporzione di potere esistente tra il singolo cittadino e organizzazioni economiche capaci di orientare mercati, abitudini, linguaggi e comportamenti su scala planetaria.

L'omologazione non nasce spontaneamente

Le nostre abitudini digitali non si sono formate in uno spazio neutrale, nel quale ogni individuo ha potuto conoscere liberamente tutte le possibilità disponibili e scegliere, in condizioni di parità, quelle più adatte alle proprie esigenze.

Si sono sviluppate, al contrario, all'interno di un sistema caratterizzato da enormi investimenti pubblicitari, strategie commerciali aggressive, effetti di rete, integrazione forzata tra prodotti e servizi, raccolta sistematica dei dati e algoritmi progettati anche per massimizzare il tempo trascorso sulle piattaforme e il valore economico delle interazioni.

Quando tutti utilizzano una determinata applicazione per comunicare, chi desidera scegliere diversamente incontra un ostacolo che non è necessariamente tecnico, ma sociale: per continuare a partecipare alla vita di un gruppo, di un'associazione o di una comunità, può sentirsi costretto a utilizzare lo stesso strumento.

È così che una scelta commerciale diventa progressivamente una convenzione sociale e, successivamente, una necessità apparentemente inevitabile.

Il problema non riguarda soltanto la proprietà del software, ma la capacità di pochi soggetti economici di definire le condizioni attraverso le quali miliardi di persone comunicano, lavorano, studiano, acquistano, si informano e partecipano alla vita collettiva.

A rendere ancora più preoccupante questo processo contribuisce l'insufficienza delle politiche pubbliche, soprattutto in due ambiti nei quali dovrebbe essere particolarmente forte la responsabilità di garantire autonomia, pluralismo e accesso alla conoscenza: la scuola e la Pubblica Amministrazione.

Nelle scuole, dove si formano le nuove generazioni, l'educazione digitale viene troppo spesso confusa con l'addestramento all'utilizzo di specifici prodotti commerciali, mentre dovrebbe fornire gli strumenti culturali per comprendere il funzionamento delle tecnologie, valutarne le implicazioni e utilizzare consapevolmente soluzioni differenti.

Nelle Pubbliche Amministrazioni, dove la tutela dell'interesse collettivo dovrebbe prevalere sulle convenienze commerciali, il ricorso a tecnologie chiuse può determinare dipendenze dai fornitori, difficoltà di interoperabilità, costi ricorrenti e limitazioni alla possibilità di controllare e riutilizzare strumenti finanziati con risorse pubbliche.

Non si tratta di affermare che ogni prodotto proprietario sia necessariamente inefficiente o dannoso, ma di riconoscere che la libertà tecnologica di una società non può essere affidata esclusivamente alle decisioni commerciali delle aziende che dominano il mercato.

Una lezione che arriva da lontano: Lutero, la lettura e l'alfabetizzazione

Per comprendere quanto la conoscenza sia strettamente legata alla libertà, può essere utile richiamare un'esperienza storica apparentemente lontana dalle tecnologie contemporanee, ma straordinariamente significativa per il principio che esprime.

Quando Martin Lutero sostenne la centralità del rapporto personale tra il credente e le Sacre Scritture, ridimensionando il ruolo della mediazione ecclesiastica nella vita religiosa, si pose anche una questione fondamentale: come avrebbe potuto ogni individuo confrontarsi autonomamente con il testo biblico senza possedere gli strumenti necessari per leggerlo e comprenderlo?

La diffusione della stampa a caratteri mobili aveva ampliato enormemente le possibilità tecniche di riprodurre e distribuire i testi, ma l'esistenza materiale dei libri non era sufficiente a garantire l'accesso alla loro conoscenza, soprattutto in una società nella quale l'analfabetismo rappresentava una condizione largamente diffusa.

La traduzione della Bibbia in tedesco, la pubblicazione dei catechismi e l'importanza attribuita all'istruzione contribuirono così a collegare la diffusione della Riforma protestante alla necessità di promuovere la lettura e l'alfabetizzazione.

Naturalmente si trattò di un processo storico complesso, sviluppatosi attraverso tempi, territori e istituzioni differenti, e non di un programma uniforme realizzato immediatamente in ogni parrocchia. Tuttavia, il principio che possiamo ricavarne rimane di grande attualità.

Non basta rendere disponibile uno strumento: occorre mettere le persone nelle condizioni di utilizzarlo autonomamente.

La possibilità tecnica di leggere un libro non coincide con la capacità culturale di comprenderlo, così come la disponibilità di un computer, di uno smartphone o di una connessione Internet non garantisce automaticamente la libertà digitale.

Anzi, quando gli strumenti tecnologici vengono presentati come sistemi da utilizzare senza comprenderne il funzionamento, il rischio è quello di sostituire una forma di dipendenza con un'altra, lasciando immutato il rapporto tra chi controlla la conoscenza e chi può soltanto consumarne i risultati.

Il parallelo con il presente non riguarda naturalmente l'identità tra la Riforma religiosa e il movimento per il Software Libero, che appartengono a contesti profondamente differenti, ma il rapporto tra accesso agli strumenti, alfabetizzazione e autonomia.

La conoscenza non impone una scelta: rende possibile scegliere.

È proprio questo il principio che dovrebbe guidare oggi un grande progetto di alfabetizzazione tecnologica diffusa.

Il Software Libero non è una religione e non richiede conversioni

Quando parliamo di Software Libero non proponiamo una nuova ortodossia, né immaginiamo che la sostituzione di un programma con un altro possa risolvere automaticamente le contraddizioni economiche, sociali e politiche del capitalismo contemporaneo.

Il Software Libero rappresenta, piuttosto, un modello di sviluppo e distribuzione delle tecnologie fondato su libertà precise, che restituiscono agli utilizzatori diritti spesso assenti nei prodotti proprietari.

Secondo la definizione promossa dalla Free Software Foundation, queste libertà sono quattro:

  1. Utilizzare il programma per qualsiasi scopo, senza restrizioni arbitrarie.
  2. Studiare come funziona e modificarlo per adattarlo alle proprie necessità, disponendo del codice sorgente.
  3. Redistribuire copie del programma, contribuendo alla sua diffusione.
  4. Migliorare il programma e condividere le modifiche, permettendo alla comunità di beneficiare del lavoro svolto.

Queste libertà non devono essere confuse con la gratuità economica. Un programma libero può essere venduto, così come un servizio basato su Software Libero può essere offerto commercialmente; ciò che lo distingue non è l'assenza di un prezzo, ma il riconoscimento di diritti che consentono all'utente di non dipendere completamente dalla volontà del produttore.

È altrettanto importante ricordare che l'utilizzo di Software Libero non garantisce automaticamente la riservatezza dei dati, l'assenza di tracciamento o la correttezza di chi gestisce un servizio online. La libertà del codice costituisce una condizione importante per il controllo e la verificabilità, ma occorre considerare anche infrastrutture, configurazioni, politiche di gestione e modelli economici.

Proprio per questo il nostro obiettivo non è sostituire un marchio con un altro, ma diffondere la capacità di valutare criticamente gli strumenti utilizzati.

Dalle parole agli strumenti: le alternative esistono

Una delle conseguenze più evidenti dell'omologazione tecnologica è la scarsa conoscenza delle alternative disponibili, spesso mature, affidabili e utilizzate quotidianamente da comunità, professionisti, imprese, scuole e istituzioni.

Non pretendiamo di presentare un elenco completo, perché il mondo del Software Libero è vastissimo e in continua evoluzione, ma vogliamo offrire una prima mappa che permetta a chiunque di iniziare un percorso personale di conoscenza e sperimentazione.

Non tutte le alternative svolgono esattamente le stesse funzioni, né tutte consentono di trasferire automaticamente dati, contatti e abitudini da una piattaforma all'altra. Alcune richiedono un cambiamento nel modo di lavorare o comunicare, altre offrono funzionalità differenti e altre ancora permettono una transizione relativamente semplice.

Il criterio di selezione non è dunque la promessa che ogni alternativa sia identica al prodotto più conosciuto, ma la presenza di licenze libere e di maggiori possibilità di controllo da parte degli utilizzatori.

1. Sistemi operativi: il controllo comincia dal computer

Software diffusoAlternative libere
Microsoft WindowsGNU/Linux: Debian, Fedora, Linux Mint, Ubuntu
macOSDistribuzioni GNU/Linux, su hardware compatibile
Android con servizi GoogleLineageOS, /e/OS, su dispositivi supportati

Il punto di forza: i sistemi GNU/Linux permettono di utilizzare, studiare, modificare e distribuire il sistema operativo secondo le condizioni delle rispettive licenze libere, riducendo la dipendenza da un unico produttore e consentendo una maggiore autonomia nella gestione del computer.

Distribuzioni come Linux Mint possono facilitare il passaggio per chi proviene da Windows, mentre Debian e Fedora offrono ambienti adatti a esigenze differenti, dalla quotidianità domestica allo sviluppo e all'amministrazione dei sistemi.

Nel mondo degli smartphone la situazione è più complessa, perché la compatibilità dipende dall'hardware e alcuni componenti possono rimanere proprietari anche utilizzando sistemi alternativi.

2. Navigazione Internet e ricerca delle informazioni

Software o servizio diffusoAlternative
Google Chrome, Microsoft EdgeMozilla Firefox, LibreWolf
Google Search, BingSearXNG
Google MapsOpenStreetMap con Organic Maps, OsmAnd

Il punto di forza: Firefox e LibreWolf offrono browser con codice libero e possibilità di personalizzazione, mentre SearXNG permette di realizzare servizi di ricerca indipendenti, anche attraverso istanze gestite autonomamente.

OpenStreetMap rappresenta un esempio particolarmente importante di produzione collaborativa della conoscenza geografica: i dati vengono costruiti e aggiornati da una comunità distribuita, mentre applicazioni come Organic Maps e OsmAnd consentono di utilizzarli per la navigazione.

Occorre distinguere tra il progetto OpenStreetMap, che produce dati geografici aperti, e le applicazioni che li utilizzano, ciascuna con caratteristiche e funzionalità proprie.

3. Comunicazione e messaggistica

Software o servizio diffusoAlternative libere
WhatsAppSignal, Element/Matrix, SimpleX Chat
Facebook MessengerElement/Matrix, XMPP con Conversations
Google Meet, Zoom, Microsoft TeamsJitsi Meet, BigBlueButton
DiscordElement/Matrix, Mumble

Il punto di forza: queste soluzioni consentono, con modalità differenti, di comunicare senza affidarsi necessariamente agli ecosistemi dominanti.

Matrix e XMPP introducono un elemento particolarmente importante: la possibilità di costruire reti federate, nelle quali soggetti differenti possono gestire infrastrutture autonome e continuare a comunicare tra loro.

Signal, pur essendo basato su applicazioni con codice libero e offrendo comunicazioni cifrate, utilizza un'infrastruttura di servizio centralizzata: è quindi importante non confondere la libertà del software con la decentralizzazione del servizio.

BigBlueButton è particolarmente interessante per la didattica e la formazione, mentre Jitsi Meet consente di organizzare videoconferenze anche attraverso infrastrutture autogestite.

4. Social network e diffusione dei contenuti

Piattaforma diffusaAlternative libere
X, ex TwitterMastodon, BlueSky
FacebookFriendica
InstagramPixelfed
YouTubePeerTube
RedditLemmy

Il punto di forza: molti di questi progetti appartengono all'ecosistema delle piattaforme federate, nel quale comunità e organizzazioni possono gestire autonomamente i propri servizi senza rinunciare necessariamente alla comunicazione con altre comunità.

Mastodon, Pixelfed e PeerTube, per esempio, mostrano come sia possibile concepire la comunicazione sociale senza concentrare tutte le relazioni, i contenuti e le decisioni in un'unica piattaforma commerciale.

Questo non significa che ogni comunità federata sia automaticamente democratica o priva di problemi, ma che la distribuzione del controllo rende possibili forme differenti di gestione e partecipazione.

Un'esperienza particolarmente interessante è rappresentata da Bluesky, una piattaforma sociale costruita sul protocollo aperto AT Protocol, che introduce un modello differente rispetto alle reti sociali tradizionali, favorendo la portabilità degli account, la possibilità di utilizzare server differenti e una maggiore libertà nella selezione dei flussi di contenuti.

A differenza di Mastodon, che utilizza il protocollo ActivityPub, Bluesky adotta un'architettura nella quale identità, conservazione dei dati e servizi di distribuzione dei contenuti possono essere gestiti da componenti differenti. Questo modello offre nuove opportunità di interoperabilità e autonomia, pur conservando alcune concentrazioni infrastrutturali che impediscono di considerare già realizzata una piena decentralizzazione.

Anche in questo caso, dunque, non proponiamo una piattaforma come soluzione definitiva, ma come esperienza da conoscere e valutare criticamente, distinguendo le libertà offerte dal codice e dai protocolli dalle condizioni concrete nelle quali il servizio viene gestito.

5. Documenti, ufficio e collaborazione

Software o servizio diffusoAlternative libere
Microsoft OfficeLibreOffice
Microsoft 365 onlineCollabora Online, ONLYOFFICE Docs Community Edition
Google DocsCollabora Online, CryptPad
Google Drive, OneDriveNextcloud
Microsoft OutlookThunderbird

Il punto di forza: LibreOffice permette di creare e modificare documenti, fogli di calcolo e presentazioni attraverso un insieme di programmi liberi, sostenendo anche l'utilizzo di formati documentali aperti come OpenDocument.

Nextcloud consente di realizzare ambienti di condivisione e collaborazione gestiti direttamente da organizzazioni, associazioni o fornitori scelti liberamente, mentre CryptPad offre strumenti collaborativi progettati con particolare attenzione alla riservatezza.

La compatibilità con i documenti proprietari può variare, soprattutto quando contengono macro, impaginazioni complesse o funzioni specifiche, ma questa difficoltà dovrebbe diventare un argomento a favore dell'adozione di standard aperti, non una giustificazione per perpetuare indefinitamente la dipendenza da un solo produttore.

6. Grafica, fotografia, audio e video

Software diffusoAlternative libere
Adobe PhotoshopGIMP, Krita
Adobe IllustratorInkscape
Adobe Premiere ProKdenlive, Shotcut
Adobe AuditionAudacity
Autodesk Maya, software 3D proprietariBlender
Adobe InDesignScribus

Il punto di forza: il Software Libero non è limitato alle attività informatiche di base, ma comprende strumenti professionali per la grafica, l'illustrazione, l'impaginazione, la modellazione tridimensionale e la produzione audiovisiva.

Blender, Krita, Inkscape, GIMP e Kdenlive dimostrano che possono esistere ecosistemi creativi nei quali lo sviluppo tecnologico si accompagna alla condivisione della conoscenza.

Non si tratta sempre di sostituzioni perfettamente equivalenti, perché ogni programma possiede strumenti e flussi di lavoro specifici, ma di alternative concrete che meritano di essere conosciute e valutate.

7. Siti Internet, pubblicazione e partecipazione

Software o servizio diffusoAlternative libere
Wix, SquarespaceDrupal, WordPress.org
Piattaforme commerciali per comunitàDiscourse
Servizi proprietari di sondaggiLimeSurvey
Strumenti commerciali di analisi webMatomo
Piattaforme commerciali di automazionen8n (source-available), Node-RED (Software Libero)

Il punto di forza: strumenti come Drupal e WordPress permettono di costruire siti e piattaforme editoriali controllando codice, contenuti e infrastrutture, mentre Discourse, LimeSurvey e Matomo possono contribuire alla realizzazione di spazi di confronto, consultazione e analisi dei dati.

Una precisazione è necessaria per n8n, spesso associato al mondo open source: il suo modello di licenza non corrisponde alla definizione rigorosa di Software Libero. Lo riportiamo per evidenziare che la disponibilità del codice sorgente, da sola, non è sufficiente a garantire tutte le libertà fondamentali.

Questo è un esempio concreto dell'importanza di conoscere le licenze, evitando di considerare automaticamente libero qualunque programma il cui codice sia pubblicamente consultabile.

La libertà non consiste soltanto nel cambiare programma

L'elenco precedente potrebbe essere molto più lungo e comprendere strumenti per la posta elettronica, la gestione delle biblioteche, l'istruzione, la ricerca scientifica, la sicurezza informatica, la gestione delle associazioni e innumerevoli altre attività.

Tuttavia, sarebbe un errore ridurre il problema alla semplice sostituzione di un'applicazione con un'altra, perché il cambiamento che proponiamo è prima di tutto culturale.

Un individuo che abbandona una piattaforma commerciale per utilizzarne un'altra senza comprenderne il funzionamento, le condizioni di utilizzo e le conseguenze sulla propria autonomia rischia di riprodurre la medesima dipendenza in una forma differente.

Al contrario, una persona che continua a utilizzare uno strumento proprietario, ma ne conosce i limiti, valuta le alternative, comprende quali dati sta affidando a terzi e conserva la possibilità di cambiare, ha già compiuto un passo importante verso una maggiore consapevolezza.

La libertà tecnologica non può essere misurata esclusivamente contando quanti programmi liberi abbiamo installato, ma deve essere valutata anche attraverso la nostra capacità di comprendere, controllare e modificare le condizioni nelle quali utilizziamo le tecnologie.

Scuola e Pubblica Amministrazione: la responsabilità collettiva

Se la conoscenza rappresenta il presupposto della libertà, non possiamo affidarne la diffusione soltanto alla buona volontà dei singoli cittadini o all'impegno volontario delle comunità che promuovono il Software Libero.

Occorre una responsabilità pubblica, capace di riconoscere l'alfabetizzazione tecnologica come parte integrante della formazione democratica.

La scuola dovrebbe insegnare non soltanto a utilizzare un programma di videoscrittura, ma a comprendere che cosa sia un documento digitale, quali siano i formati aperti, come funzionino le licenze e perché sia importante poter trasferire i propri dati da un sistema all'altro.

Dovrebbe spiegare il significato degli algoritmi, i meccanismi della profilazione commerciale, le conseguenze della concentrazione delle piattaforme e il valore della cooperazione nella produzione della conoscenza.

Allo stesso modo, la Pubblica Amministrazione dovrebbe considerare l'autonomia tecnologica, l'interoperabilità, l'accessibilità e la riutilizzabilità del software come elementi essenziali delle proprie decisioni, soprattutto quando vengono impiegate risorse economiche collettive.

In Italia, peraltro, l'articolo 68 del Codice dell'Amministrazione Digitale prevede una valutazione comparativa delle soluzioni informatiche, secondo criteri che attribuiscono rilievo anche al riuso e al Software Libero.

Non si tratta quindi soltanto di una posizione culturale sostenuta da associazioni e movimenti, ma di un tema che trova già riconoscimento nell'ordinamento e che richiede applicazione concreta, competenze e continuità amministrativa.

Ogni euro pubblico investito in tecnologie dovrebbe essere valutato non soltanto per il servizio immediato che permette di acquistare, ma anche per la conoscenza, l'autonomia e le opportunità di riuso che può generare nel tempo.

Il ruolo del Collettivo TUXSA: informare per rendere possibile la scelta

È all'interno di questa prospettiva che si colloca l'attività quotidiana del Collettivo TUXSA, impegnato nella promozione del Software Libero, della condivisione della conoscenza e degli strumenti di partecipazione democratica attiva.

Non immaginiamo che esista una soluzione tecnologica capace di risolvere da sola le disuguaglianze economiche, la concentrazione della ricchezza o le contraddizioni di un sistema che tende a trasformare ogni attività umana in un'opportunità di profitto.

Sappiamo però che la conoscenza può contribuire a modificare i rapporti di dipendenza, rendendo le persone meno vulnerabili alle imposizioni commerciali e più capaci di partecipare alle decisioni che riguardano la propria vita.

Per questo non chiediamo a nessuno di cancellare immediatamente le proprie applicazioni, abbandonare i social network o rinunciare agli strumenti attraverso i quali mantiene relazioni personali, professionali e associative.

Chiediamo qualcosa di diverso e, per certi aspetti, più impegnativo: non considerare inevitabile ciò che ci viene presentato come tale, non confondere la popolarità di un prodotto con la sua necessità e non rinunciare alla possibilità di conoscere alternative.

Possiamo iniziare sperimentando un browser diverso, installando LibreOffice accanto alla suite abituale, utilizzando OpenStreetMap per orientarci, partecipando a una comunità federata o proponendo alla nostra associazione di organizzare una riunione attraverso strumenti liberi.

Non occorre fare tutto contemporaneamente e non è necessario trasformare ogni scelta tecnologica in una dichiarazione ideologica. È sufficiente cominciare a porsi domande che troppo spesso vengono escluse dalla nostra quotidianità digitale.

Chi controlla questo strumento? Quali dati raccoglie? Posso trasferire altrove i miei contenuti? Posso verificare come funziona? Posso continuare a utilizzarlo se il produttore cambia le condizioni commerciali? Esistono alternative che non conosco?

Sono domande semplici, ma hanno conseguenze profonde, perché introducono il pensiero critico proprio dove il mercato preferirebbe trovare soltanto comportamenti prevedibili.

Conoscere per scegliere, scegliere per essere liberi

Torniamo allora all'articolo dal quale siamo partiti.

La provocazione contenuta in «Combattere il capitalismo, alimentandolo» conserva il proprio significato: esiste una contraddizione reale quando contestiamo la concentrazione del potere economico e, contemporaneamente, contribuiamo a rafforzare le piattaforme che ne rappresentano alcune delle espressioni più evidenti.

Ma quella contraddizione non può essere compresa, e tanto meno superata, limitandosi a rimproverare le persone per le applicazioni che utilizzano.

Occorre interrogarsi sulle condizioni che hanno prodotto quelle abitudini, sulle strategie economiche che le alimentano, sulle responsabilità delle istituzioni e sull'insufficienza degli strumenti culturali messi a disposizione della collettività.

Il problema non è soltanto che milioni di persone utilizzino gli stessi programmi, ma che spesso non sappiano neppure dell'esistenza di alternative, non conoscano i meccanismi che governano gli strumenti utilizzati e abbiano progressivamente smesso di considerare la tecnologia come qualcosa che può essere compreso, modificato e controllato.

È questa rinuncia alla conoscenza che dobbiamo contrastare, perché quando un individuo smette di interrogarsi sulle proprie possibilità, la scelta rischia di diventare una semplice adesione a comportamenti stabiliti da altri.

La storia ci insegna che la disponibilità materiale degli strumenti non coincide necessariamente con la libertà di utilizzarli. La stampa non rese automaticamente tutti capaci di leggere, così come Internet non ha reso automaticamente tutti capaci di comprendere le tecnologie digitali.

Serve alfabetizzazione, serve formazione, serve accesso alla conoscenza e serve una cultura capace di riconoscere nella libertà degli altri un valore collettivo, non un ostacolo al profitto.

Non vogliamo sostituire un'imposizione con un'altra e non intendiamo indicare a nessuno quali programmi debba utilizzare.

Vogliamo contribuire a costruire una società nella quale ciascuno possa scegliere davvero, perché conosce ciò che utilizza, comprende le alternative e possiede gli strumenti per decidere autonomamente.

Se il capitalismo digitale tende a trasformare le nostre azioni in dati, i nostri comportamenti in previsioni e le nostre relazioni in occasioni di profitto, la risposta non può essere soltanto il rifiuto individuale di una piattaforma.

Deve essere anche, e soprattutto, la costruzione collettiva di conoscenza, competenze, infrastrutture condivise e possibilità concrete di autodeterminazione.

Perché la libertà non comincia quando scegliamo il programma giusto secondo qualcun altro.

La libertà comincia quando siamo finalmente in grado di scegliere da soli.

Collettivo TUXSA - Software Libero, conoscenza condivisa e partecipazione attiva.