Dalla speculazione immobiliare alla crisi dell'economia produttiva, dalla trasformazione del commercio al potere degli interessi economici sulle scelte pubbliche: il futuro di Salerno non può essere affidato soltanto a chi dispone di capitali e proprietà.
Salerno sta attraversando una trasformazione economica e sociale profonda, della quale si discutono spesso le manifestazioni più appariscenti, ma assai meno le cause strutturali e le conseguenze di lungo periodo. Si parla di turismo, di nuove strutture ricettive, di grandi interventi immobiliari, di manifestazioni capaci di richiamare visitatori, di riqualificazione urbana e di attrattività degli investimenti, mentre rimane sostanzialmente ai margini del dibattito pubblico una questione che dovrebbe invece rappresentarne il punto di partenza: quale città stiamo costruendo, per chi la stiamo costruendo e chi avrà concretamente la possibilità di viverci nei prossimi vent'anni?
È una domanda tutt'altro che retorica, perché Salerno presenta una contraddizione sempre più evidente tra la progressiva diminuzione della popolazione residente e un modello economico nel quale la valorizzazione immobiliare, le attività legate al turismo e il consumo sembrano occupare uno spazio crescente, mentre faticano a emergere strategie riconoscibili per sostenere la produzione locale, l'artigianato, l'accesso alla casa e la permanenza delle giovani generazioni.
La città rischia di trasformarsi in un luogo economicamente interessante soprattutto per chi possiede immobili, dispone di capitali o può ricavare reddito dalla crescente domanda di consumo turistico, diventando contemporaneamente meno accessibile per chi vive del proprio lavoro, per chi vorrebbe aprire un laboratorio, avviare una piccola impresa, costruire una famiglia o semplicemente continuare ad abitare nel luogo in cui è nato.
Non si tratta di demonizzare il turismo, l'edilizia, il commercio o gli investimenti privati, che possono svolgere funzioni importanti nell'economia urbana, ma di interrogarsi su un modello di sviluppo che rischia di subordinare progressivamente i bisogni collettivi alle opportunità di rendita. Un modello che può produrre ricchezza senza distribuirla adeguatamente, aumentare il valore degli immobili senza migliorare le condizioni abitative, moltiplicare le occasioni di consumo senza rafforzare la capacità produttiva e, soprattutto, concentrare il potere di orientare le trasformazioni urbane nelle mani di un numero relativamente ristretto di soggetti economicamente forti.
È proprio questo il nodo politico fondamentale: una città non può essere considerata semplicemente un insieme di beni immobili da valorizzare, ma deve rimanere una comunità capace di decidere collettivamente il proprio futuro.
Una città che perde popolazione
I dati demografici costituiscono un primo elemento concreto di riflessione.
Alla fine del 2019 il Comune di Salerno contava 131.556 residenti, scesi a 126.000 alla fine del 2024, con una diminuzione di 5.556 persone in cinque anni, pari a circa il 4,2%. Le rilevazioni riferite alla fine del 2025, ancora indicate come provvisorie, portano la popolazione a 125.323 abitanti, con una perdita complessiva di 6.233 residenti rispetto al 2019, pari al 4,7%.
Non siamo davanti a una fluttuazione occasionale, ma a una tendenza persistente che dovrebbe interrogare profondamente le istituzioni cittadine.
Naturalmente la diminuzione della popolazione non può essere attribuita esclusivamente alla fuga dei residenti. Nel 2024 sono stati registrati 715 nati e 1.578 morti, con un saldo naturale negativo di 863 persone, mentre il saldo migratorio interno è risultato negativo per 139 unità. Nel 2025 quest'ultimo saldo è rimasto negativo, per 142 unità.
Questi dati indicano che una componente fondamentale della contrazione demografica è rappresentata dall'invecchiamento e dalla denatalità, ma mostrano anche che Salerno perde popolazione nei movimenti anagrafici verso altri comuni italiani, pur registrando un saldo positivo nei movimenti con l'estero.
La questione diventa particolarmente significativa se consideriamo i rapporti tra il capoluogo e i comuni limitrofi, verso i quali numerose famiglie hanno orientato le proprie scelte abitative. Per conoscere esattamente le dimensioni di questo fenomeno occorrerebbe ricostruire i trasferimenti anagrafici da Salerno verso Pontecagnano Faiano, Pellezzano, Baronissi, San Mango Piemonte e gli altri centri dell'area urbana, distinguendo le motivazioni economiche da quelle familiari, lavorative e personali.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato ignorare un meccanismo sociale ben riconoscibile: quando il costo delle abitazioni cresce più rapidamente dei redditi, una parte della popolazione è costretta a cercare altrove condizioni più sostenibili, pur continuando a lavorare, studiare e mantenere relazioni quotidiane con la città.
Il risultato può essere paradossale: Salerno continua a rappresentare il centro di numerose attività economiche e sociali, ma diventa progressivamente meno accessibile a una parte delle persone che quelle attività contribuiscono a far funzionare.
Questa trasformazione produce conseguenze che vanno ben oltre la semplice variazione del numero dei residenti. Aumentano gli spostamenti quotidiani, cresce la dipendenza dai trasporti, si indeboliscono le relazioni di prossimità e si modifica la composizione sociale dei quartieri, mentre la città rischia di perdere proprio quelle generazioni che dovrebbero garantirne il futuro.
Una città che non riesce a trattenere i giovani e le famiglie con redditi ordinari non può considerarsi in buona salute soltanto perché riesce ad attirare visitatori e investimenti immobiliari.
Il paradosso delle abitazioni: meno residenti, ma vivere in città costa sempre di più
La questione abitativa rappresenta probabilmente il punto nel quale le contraddizioni del modello economico salernitano diventano più evidenti.
Il patrimonio immobiliare non costituisce soltanto un insieme di edifici, ma una risorsa fondamentale per la vita collettiva. La possibilità di accedere a un'abitazione dignitosa determina infatti la libertà di costruire una famiglia, accettare un lavoro, avviare un'attività economica e mantenere relazioni sociali stabili.
Quando questa possibilità viene subordinata quasi esclusivamente alla capacità di competere sul mercato immobiliare, il diritto alla città finisce per dipendere dalla disponibilità economica individuale.
A Salerno il problema assume una dimensione particolarmente rilevante perché alla domanda abitativa ordinaria si affiancano gli investimenti immobiliari, la diffusione delle locazioni turistiche, dei bed and breakfast e delle altre forme di ricettività extralberghiera, oltre alle aspettative di valorizzazione legate alla trasformazione di intere aree urbane.
Non ogni abitazione destinata al turismo viene necessariamente sottratta a una precedente locazione residenziale, e non disponiamo ancora di un censimento comunale sufficiente per quantificare con precisione questo fenomeno. Tuttavia, quando la redditività di un immobile utilizzato per soggiorni brevi supera quella di una locazione ordinaria, il proprietario può essere incentivato a privilegiare il mercato turistico, contribuendo a ridurre l'offerta disponibile per i residenti nelle aree maggiormente richieste.
A questo si aggiunge il problema degli immobili inutilizzati, mantenuti fuori dal mercato per ragioni patrimoniali, aspettative di rivalutazione, condizioni edilizie o altre motivazioni che andrebbero analizzate distintamente.
Il risultato è che il numero complessivo delle abitazioni presenti in una città non coincide necessariamente con quello delle abitazioni effettivamente accessibili a chi cerca casa.
Anche il rapporto tra canoni e redditi merita particolare attenzione. Un affitto di 900 o 1.000 euro mensili, tutt'altro che impensabile per un appartamento familiare in determinate zone della città, può assorbire tra il 60% e oltre l'80% del reddito di un lavoratore che percepisce tra 1.200 e 1.500 euro netti mensili, a seconda del canone e della retribuzione considerati.
Non sono percentuali riferite allo stipendio medio certificato dei salernitani, ma esempi che rendono evidente la sproporzione possibile tra costo dell'abitare e capacità economica delle famiglie.
È difficile immaginare che una città possa conservare una composizione sociale equilibrata quando l'accesso alla casa diventa proibitivo per una parte consistente dei lavoratori, dei giovani e dei nuclei familiari monoreddito.
Il problema, quindi, non è soltanto il prezzo degli immobili, ma l'assenza di un sistema sufficientemente efficace di politiche pubbliche capace di correggere gli squilibri prodotti dal mercato.
Occorre interrogarsi sul patrimonio di edilizia residenziale pubblica, sugli alloggi inutilizzati, sugli interventi di recupero, sui programmi di edilizia sociale e sulle possibilità di favorire locazioni a canoni sostenibili.
Non sarebbe corretto sostenere che non esistano iniziative pubbliche in materia abitativa, perché sono presenti programmi regionali e strumenti normativi specifici. Ma l'esistenza di un programma non equivale automaticamente alla disponibilità concreta di abitazioni, così come l'annuncio di un finanziamento non dimostra che il bisogno sociale sia stato soddisfatto.
La domanda che la politica dovrebbe porsi non è quante nuove opportunità immobiliari possano essere create, ma quante persone possano effettivamente permettersi di abitare a Salerno.
Costruire ancora, mentre la città si svuota
La progressiva diminuzione dei residenti rende ancora più importante interrogarsi sulle scelte urbanistiche e sulla destinazione delle nuove costruzioni.
Il problema non è affermare che ogni nuovo edificio rappresenti necessariamente una speculazione, né negare che alcuni interventi possano contribuire alla riqualificazione di aree degradate o alla sostituzione di immobili inadeguati. La questione riguarda piuttosto il rapporto tra nuove edificazioni, fabbisogno abitativo effettivo, recupero del patrimonio esistente e interesse collettivo.
Se una città perde abitanti, prima di programmare ulteriori espansioni residenziali dovrebbe conoscere con precisione quante abitazioni siano già disponibili, quante risultino inutilizzate, quali siano le condizioni del patrimonio esistente e quali esigenze abitative rimangano insoddisfatte.
Dovrebbe inoltre distinguere gli interventi destinati a soddisfare bisogni sociali da quelli orientati prevalentemente alla valorizzazione immobiliare.
Il consumo di suolo rappresenta un ulteriore elemento di preoccupazione. I rapporti del Sistema nazionale per la protezione dell'ambiente documentano la persistente artificializzazione del territorio italiano e rendono disponibili dati specifici per singolo comune. Per Salerno occorre utilizzare esclusivamente questi ultimi, evitando di attribuire al capoluogo valori riferiti all'intera provincia.
La questione urbanistica non può tuttavia essere ridotta al numero degli ettari consumati. Riguarda anche la destinazione degli immobili, la distribuzione degli spazi pubblici, l'accessibilità dei servizi, la mobilità, la qualità ambientale e gli effetti sociali delle trasformazioni.
Soprattutto, riguarda il potere di decidere come utilizzare una risorsa limitata e collettivamente importante come il territorio.
La pianificazione urbanistica dovrebbe essere uno strumento attraverso il quale la comunità orienta lo sviluppo della città, non semplicemente il procedimento amministrativo che accompagna la valorizzazione economica delle proprietà.
Quando questa funzione viene indebolita, il rischio è che l'interesse pubblico finisca per adattarsi alle opportunità immobiliari anziché determinarne le condizioni.
Dalla produzione alla rendita: quale economia per Salerno?
La questione abitativa non può essere separata dalla trasformazione della struttura economica cittadina.
Salerno ha conosciuto nel corso dei decenni importanti cambiamenti del proprio tessuto produttivo, commerciale e occupazionale. La progressiva riduzione del peso di alcune attività industriali e manifatturiere, l'evoluzione dell'artigianato, la crescita dei servizi e l'espansione delle attività turistiche appartengono a processi economici che coinvolgono molte città italiane.
Ma riconoscere il carattere generale di queste trasformazioni non significa considerarle inevitabili, né rinunciare a valutare il ruolo delle politiche locali.
Un'economia urbana può certamente svilupparsi attraverso i servizi, il commercio e il turismo, ma diventa più fragile quando una quota crescente delle opportunità di reddito dipende dalla valorizzazione di patrimoni immobiliari, dall'intermediazione commerciale e da attività caratterizzate da bassa capacità di investimento produttivo.
La distinzione non riguarda una presunta superiorità morale di chi produce beni materiali rispetto a chi offre servizi. Riguarda la capacità complessiva di un sistema economico di generare occupazione qualificata, competenze, innovazione, stabilità e ricchezza distribuita.
Una piccola impresa manifatturiera, un laboratorio artigiano, una cooperativa di produzione o un'attività di riparazione possono costruire competenze che rimangono nel territorio, sviluppare relazioni con fornitori e clienti locali, favorire la formazione professionale e contribuire alla diversificazione dell'economia cittadina.
Un investimento immobiliare può anch'esso generare lavoro e reddito, ma quando il guadagno deriva prevalentemente dall'aumento del valore della proprietà o dalla possibilità di ottenere canoni elevati, la sua redditività non coincide necessariamente con un corrispondente aumento della capacità produttiva collettiva.
È in questo senso che possiamo parlare di economia della rendita, evitando però di trasformare la definizione in un giudizio indiscriminato su ogni proprietario o attività economica.
La rendita diventa un problema politico quando la sua espansione contribuisce a sottrarre risorse, spazi e opportunità ad altri impieghi socialmente utili, quando accentua le disuguaglianze e quando condiziona le scelte pubbliche in misura sproporzionata rispetto ai bisogni della popolazione.
Una città nella quale diventa più conveniente possedere e affittare uno spazio che utilizzarlo per produrre rischia di compromettere progressivamente la propria capacità di creare lavoro e innovazione.
L'artigianato, le piccole imprese e il lavoro che scompare
Uno degli aspetti meno discussi della trasformazione economica di Salerno riguarda il destino delle attività artigiane e delle piccole imprese produttive.
Non disponiamo ancora di una serie storica completa, riferita esclusivamente al Comune, che permetta di quantificare quante imprese manifatturiere e artigiane siano scomparse, quante siano nate e come sia cambiata l'occupazione nei diversi comparti. Sarebbe quindi scorretto attribuire al capoluogo dati provinciali o presentare come dimostrato un declino quantitativo che non abbiamo ancora misurato in tutte le sue componenti.
Ciò non impedisce, tuttavia, di affrontare il problema politico.
L'avvio di un laboratorio artigiano richiede disponibilità di spazi, investimenti in attrezzature, competenze professionali, accesso al credito e una prospettiva economica sufficientemente stabile. Se i costi immobiliari diventano troppo elevati, se mancano strumenti di sostegno e se il mercato del lavoro offre poche possibilità di formazione e trasmissione delle competenze, la nascita di nuove attività diventa sempre più difficile.
Anche il ricambio generazionale costituisce un problema. Numerose imprese familiari rischiano di chiudere quando i titolari raggiungono l'età pensionabile e non esistono condizioni favorevoli perché i figli, i dipendenti o nuovi imprenditori possano proseguirne l'attività.
La perdita di un laboratorio non coincide soltanto con la chiusura di una partita IVA. Può significare la dispersione di competenze professionali, la scomparsa di relazioni economiche, la riduzione delle opportunità formative e l'indebolimento di una parte dell'identità produttiva cittadina.
Di fronte a questi processi, la politica non può limitarsi a celebrare occasionalmente l'artigianato o a promuovere manifestazioni dedicate alle tradizioni locali.
Occorrerebbe costruire condizioni materiali favorevoli alla produzione: spazi accessibili, laboratori condivisi, programmi di formazione, sostegno alle cooperative, facilitazioni per l'accesso alle attrezzature, collegamenti con scuole e università, promozione delle produzioni locali e strumenti per accompagnare il passaggio generazionale.
La questione non è riprodurre artificialmente l'economia del passato, ma recuperare la capacità di produrre attraverso attività contemporanee, dall'artigianato tradizionale alla manifattura digitale, dalla riparazione al riuso, dalla trasformazione alimentare alle tecnologie aperte.
Salerno non ha bisogno soltanto di nuovi luoghi nei quali acquistare merci e consumare servizi. Ha bisogno anche di luoghi nei quali lavorare, progettare, costruire, trasformare e sviluppare competenze.
Il commercio che cambia e la questione delle attività straniere
La trasformazione del commercio cittadino presenta un fenomeno che merita di essere analizzato senza pregiudizi e senza semplificazioni: la scomparsa di numerose attività tradizionali, spesso gestite per generazioni da famiglie salernitane, e la contemporanea diffusione di nuovi esercizi commerciali, compresi quelli avviati da imprenditori provenienti da altri paesi.
È un cambiamento che può suscitare interrogativi legittimi, purché si abbia la volontà di comprenderne le cause economiche e sociali anziché attribuirlo superficialmente alla nazionalità dei commercianti.
Perché alcune attività storiche chiudono mentre altre riescono ad aprire? Quali differenze esistono nei costi di gestione, nei modelli organizzativi, nei canali di approvvigionamento e nelle aspettative di reddito? Quanto incidono gli affitti commerciali, la concorrenza delle grandi catene, il commercio elettronico e la trasformazione dei consumi?
Sono domande alle quali occorrerebbe rispondere attraverso un'analisi puntuale delle imprese, delle aperture e cessazioni, dei settori merceologici e delle condizioni economiche nelle quali operano.
Possiamo tuttavia individuare alcuni meccanismi plausibili.
Molte attività tradizionali hanno sostenuto per anni costi crescenti, una concorrenza sempre più intensa e una progressiva riduzione dei margini commerciali. In alcuni casi la chiusura è legata all'assenza di ricambio generazionale, perché i figli dei titolari hanno scelto altre professioni o non hanno ritenuto economicamente conveniente continuare l'impresa familiare.
Alcune nuove attività, comprese quelle gestite da cittadini stranieri, possono invece beneficiare di reti familiari e imprenditoriali, rapporti consolidati con fornitori, specializzazione in determinati segmenti di mercato e modelli organizzativi differenti. Non si tratta di caratteristiche universali, né esclusive delle comunità migranti, ma di possibili fattori che andrebbero verificati nel contesto salernitano.
È importante anche considerare che l'espansione delle grandi catene commerciali e delle piattaforme digitali modifica profondamente le condizioni nelle quali operano tutti gli esercizi indipendenti, indipendentemente dalla nazionalità dei proprietari.
Attribuire la crisi delle botteghe storiche alla presenza di commercianti bengalesi, cinesi o di altre provenienze sarebbe quindi un errore di prospettiva.
La questione fondamentale non è chi gestisce il negozio, ma quale attività economica vi si svolge, quali prodotti vengono commercializzati, quali condizioni di lavoro vengono garantite e quale rapporto si stabilisce con l'economia locale.
Un commerciante italiano può limitarsi a rivendere prodotti fabbricati altrove, esattamente come un imprenditore straniero può creare un'attività innovativa, assumere lavoratori e contribuire positivamente alla vita economica della città.
Il problema è che il commercio salernitano rischia di polarizzarsi tra grandi marchi, catene distributive, esercizi a basso prezzo e attività orientate ai consumi turistici, lasciando uno spazio sempre più difficile alle botteghe indipendenti, alle produzioni locali e alle attività capaci di integrare commercio e artigianato.
Potremmo definire questa tendenza un commercio estremo, nel quale il mercato tende a privilegiare operatori dotati di maggiore forza economica oppure modelli capaci di sopravvivere con margini contenuti, mentre si restringe lo spazio per una rete commerciale diversificata.
Ma anche in questo caso la domanda decisiva riguarda la politica: quali strumenti sono stati messi in campo per sostenere il commercio indipendente, favorire la continuità delle attività storiche e collegare la distribuzione commerciale alla produzione locale?
Una città che rinuncia a interrogarsi su questi processi rischia di trasformare le conseguenze economiche in conflitti tra gruppi sociali, anziché affrontare le condizioni strutturali che li producono.
Luci d'Artista e il paradosso della ricchezza che non rimane sul territorio
Luci d'Artista rappresenta uno degli esempi più significativi delle contraddizioni che attraversano il modello di sviluppo salernitano.
La manifestazione ha certamente contribuito alla notorietà turistica della città e richiama visitatori durante il periodo invernale. Sarebbe inutile negarlo, così come sarebbe superficiale sostenere che ogni investimento nella promozione culturale e turistica rappresenti necessariamente uno spreco.
La questione riguarda però il rapporto tra risorse pubbliche impiegate, benefici economici effettivi e capacità di produrre effetti duraturi sul territorio.
L'edizione 2025–2026 ha comportato una spesa finale di circa 2,31 milioni di euro, finanziata attraverso risorse regionali. Per l'edizione 2026–2027 l'ideazione e la progettazione delle installazioni sono state affidate a una società torinese, mentre la filiera relativa alla costruzione dei manufatti, alla loro provenienza e alle operazioni di montaggio richiederebbe una ricostruzione completa degli affidamenti.
Il fatto che una parte significativa della progettazione e della produzione possa essere realizzata fuori dal territorio solleva una questione politica ed economica importante, che non riguarda la legittimità delle gare pubbliche né il diritto delle imprese esterne di parteciparvi.
Dopo tanti anni di investimenti, quale capacità produttiva è stata sviluppata a Salerno attorno alla manifestazione? Quante competenze artistiche, tecnologiche e manifatturiere sono state consolidate? Quante imprese locali sono state messe nelle condizioni di partecipare competitivamente a questo settore? Quanta parte della spesa pubblica si traduce in occupazione e valore aggiunto stabile sul territorio?
Sono interrogativi ai quali non basta rispondere con il numero dei visitatori o con le dichiarazioni sull'incremento delle presenze turistiche.
Per valutare seriamente gli effetti economici della manifestazione bisognerebbe distinguere il fatturato prodotto dal valore aggiunto effettivo, misurare la qualità e la durata dell'occupazione, verificare la distribuzione dei benefici tra le diverse categorie economiche e conoscere la quota delle risorse che rimane nel circuito produttivo locale.
Non possiamo neppure sostenere che i finanziamenti destinati a Luci d'Artista potrebbero essere automaticamente trasferiti all'edilizia popolare o al sostegno dell'artigianato, perché le risorse pubbliche sono spesso sottoposte a specifici vincoli di destinazione.
Ma questa precisazione amministrativa non elimina il problema politico.
Una comunità ha il diritto di discutere le priorità generali degli investimenti pubblici, di interrogarsi sulla loro efficacia e di chiedere che le manifestazioni finanziate con risorse collettive producano benefici verificabili e, per quanto possibile, duraturi.
Il paradosso non è semplicemente spendere milioni di euro per illuminare la città durante le festività. Il paradosso è rischiare di costruire una città sempre più attraente per i visitatori senza sviluppare, con altrettanta determinazione, le condizioni economiche e sociali che permettano ai residenti di continuare a viverci.
Le responsabilità della politica: non basta amministrare l'esistente
Arriviamo così al punto centrale della questione, quello che rischia di essere oscurato se ci limitiamo a descrivere le trasformazioni economiche senza interrogarci sulle responsabilità istituzionali.
La progressiva centralità della rendita immobiliare, le difficoltà di accesso alla casa, la trasformazione del commercio e l'indebolimento delle opportunità produttive non dipendono esclusivamente dalle decisioni delle amministrazioni comunali.
Sono fenomeni influenzati anche dalle politiche nazionali, dai mercati finanziari, dalla distribuzione dei redditi, dalle trasformazioni tecnologiche e dalle dinamiche economiche internazionali.
Ma riconoscere questi condizionamenti non significa assolvere la politica locale dalla responsabilità di orientare lo sviluppo urbano.
Un'amministrazione comunale non può determinare autonomamente il livello generale dei salari o governare l'intero mercato immobiliare, ma dispone di strumenti urbanistici, patrimoniali, programmatori e amministrativi attraverso i quali può contribuire a correggere gli squilibri.
Può scegliere come utilizzare il patrimonio pubblico, quali obiettivi perseguire nella pianificazione territoriale, quali progetti sostenere, quali forme di partecipazione promuovere e quali priorità assegnare alle proprie risorse.
Il bilancio di previsione del Comune di Salerno per il 2026 contiene, tra le altre, una spesa corrente di circa 3,81 milioni di euro per la missione Turismo e di circa 2,79 milioni per Sviluppo economico e competitività. Per quest'ultima missione sono inoltre previsti circa 2 milioni di euro di investimenti, mentre la missione Assetto del territorio ed edilizia abitativa comprende circa 1,46 milioni di spesa corrente e 4,97 milioni di investimenti.
Queste cifre non dimostrano, da sole, che l'amministrazione privilegi il turismo rispetto alle attività produttive, perché le missioni di bilancio comprendono programmi differenti, risorse vincolate e spese non direttamente confrontabili. Non indicano neppure quanto sia stato effettivamente speso, trattandosi di stanziamenti previsionali.
Mostrano però che le politiche pubbliche possono essere analizzate concretamente attraverso le scelte di programmazione e di bilancio.
La questione non è soltanto quanti fondi vengano stanziati, ma quali obiettivi si intendano raggiungere, quali strumenti siano adottati, quali risultati vengano verificati e quale capacità di modificare gli squilibri esistenti abbiano gli interventi realizzati.
La critica più importante, dunque, non riguarda necessariamente l'assenza assoluta di iniziative, perché sarebbe sufficiente citare singoli progetti per contestare un'affermazione del genere.
Riguarda piuttosto la difficoltà di riconoscere una strategia complessiva di riequilibrio sociale ed economico, capace di collegare politiche abitative, sviluppo produttivo, commercio, formazione, urbanistica e partecipazione democratica.
Amministrare una città non significa soltanto accompagnare le trasformazioni che il mercato produce, ma assumersi la responsabilità di orientarle quando entrano in conflitto con l'interesse collettivo.
E soprattutto occorre riconoscere che l'assenza di interventi correttivi non è necessariamente una posizione neutrale.
Quando alcuni soggetti dispongono di maggiori risorse economiche, patrimoniali e organizzative, il semplice funzionamento del mercato tende a garantire loro una capacità di iniziativa superiore rispetto a quella di chi possiede soltanto il proprio lavoro.
Se la politica rinuncia a correggere questi squilibri, rischia di contribuire alla loro riproduzione.
Il cortocircuito tra potere economico e potere politico
Esiste infine una questione ancora più profonda, che riguarda non soltanto la distribuzione della ricchezza, ma la qualità stessa della democrazia urbana.
Quando la trasformazione della città diventa prevalentemente un'occasione di valorizzazione immobiliare e di investimento, i soggetti che dispongono di capitali, proprietà e capacità organizzative possono acquisire un'influenza crescente sulle prospettive dello sviluppo urbano.
Non è necessario ipotizzare comportamenti illegittimi, accordi occulti o rapporti impropri tra amministratori e operatori economici per riconoscere l'esistenza di questo rischio.
Il problema può manifestarsi anche attraverso meccanismi perfettamente legali, nei quali le proposte degli investitori diventano progressivamente il principale riferimento della programmazione pubblica, mentre i bisogni dei residenti, dei lavoratori e delle piccole attività economiche vengono affrontati in modo frammentario o subordinato.
Si crea così un cortocircuito particolarmente pericoloso: chi dispone delle maggiori risorse economiche possiede anche maggiori possibilità di proporre interventi, sostenere progetti, organizzare interessi e incidere sulle trasformazioni, mentre la collettività rischia di essere chiamata soltanto a prendere atto di decisioni già sostanzialmente orientate.
Non stiamo sostenendo che questo meccanismo sia stato dimostrato in ogni sua componente nel caso salernitano. Stiamo indicando un rischio strutturale che dovrebbe essere oggetto di attenzione pubblica, trasparenza e controllo democratico.
La pianificazione urbanistica, la gestione del patrimonio pubblico, gli affidamenti, le concessioni e le scelte di investimento non possono essere considerate questioni esclusivamente tecniche, perché producono effetti profondamente politici sulla distribuzione delle opportunità e sulla vita delle persone.
Ogni grande trasformazione urbana modifica infatti il valore delle proprietà, l'accessibilità degli spazi, la destinazione delle risorse e le possibilità economiche di differenti gruppi sociali.
Per questo sarebbe necessario conoscere non soltanto quali progetti vengono realizzati, ma anche chi ne beneficia, quali alternative siano state considerate, quali effetti sociali siano stati valutati e attraverso quali strumenti i cittadini abbiano potuto partecipare realmente alle decisioni.
Una città nella quale la partecipazione democratica si riduce alla consultazione occasionale o al consenso elettorale rischia di perdere progressivamente la capacità di discutere il proprio modello di sviluppo.
Ed è proprio questo il punto sul quale la riflessione deve diventare più radicale: non basta chiedere alla politica di distribuire meglio le risorse, se non si affronta contemporaneamente il problema di chi possiede il potere effettivo di decidere come quelle risorse e quel territorio debbano essere utilizzati.
Dalla denuncia a un diverso modello di sviluppo
La critica alla trasformazione di Salerno non può esaurirsi nella denuncia della speculazione edilizia, delle difficoltà abitative o della perdita di attività produttive.
Se vogliamo superare il modello economico che consideriamo responsabile di questi squilibri, dobbiamo avere il coraggio di immaginare e proporre una direzione alternativa.
Non si tratta di costruire una città ostile al turismo, agli investimenti privati o al commercio, ma di ricondurre queste attività all'interno di una strategia nella quale il benessere dei residenti, la qualità del lavoro, la produzione locale e la tutela del territorio rappresentino obiettivi prioritari.
Il primo terreno di intervento dovrebbe essere il diritto all'abitare.
Occorrerebbe avviare un censimento pubblico del patrimonio immobiliare inutilizzato, verificare le condizioni degli alloggi di edilizia residenziale pubblica, individuare le possibilità di recupero degli edifici esistenti e promuovere strumenti capaci di ampliare l'offerta di abitazioni a canoni sostenibili.
La pressione delle locazioni turistiche dovrebbe essere monitorata con continuità, utilizzando gli strumenti consentiti dalla normativa e valutando gli effetti sulla disponibilità di case per residenti e lavoratori.
Il secondo terreno dovrebbe riguardare la produzione.
Salerno potrebbe promuovere un programma di sostegno alle attività artigiane e manifatturiere di piccola dimensione, utilizzando anche immobili pubblici inutilizzati per creare laboratori condivisi, spazi di produzione, cooperative e centri di formazione.
Una particolare attenzione dovrebbe essere dedicata alle attività di riparazione, riuso, trasformazione alimentare, artigianato tecnologico, manifattura leggera, produzioni culturali e servizi digitali, favorendo quando possibile l'impiego di tecnologie aperte e Software Libero.
Non si tratterebbe di distribuire contributi occasionali, ma di costruire infrastrutture economiche comuni, capaci di ridurre i costi di ingresso e permettere anche a chi non dispone di grandi capitali di avviare un'attività.
Il terzo terreno dovrebbe essere quello del commercio.
Sostenere il commercio locale non significa proteggere indiscriminatamente ogni attività esistente, ma favorire una rete diversificata di esercizi indipendenti, mercati di prossimità, botteghe specializzate e punti vendita collegati alle produzioni del territorio.
Le politiche comunali potrebbero facilitare l'accesso agli spazi, promuovere la continuità delle attività storiche, favorire il ricambio generazionale e sostenere reti tra produttori e commercianti, senza discriminazioni fondate sulla nazionalità degli imprenditori e nel rispetto delle regole sulla concorrenza.
Il quarto terreno dovrebbe riguardare il turismo.
L'obiettivo non dovrebbe essere semplicemente aumentare il numero dei visitatori, ma migliorare la qualità delle attività economiche generate, la stabilità dell'occupazione, la distribuzione dei benefici e la compatibilità con la vita quotidiana dei quartieri.
Anche le manifestazioni pubbliche dovrebbero essere valutate attraverso criteri trasparenti, capaci di misurare non soltanto le presenze turistiche, ma le ricadute produttive, occupazionali e sociali.
Il quinto terreno, infine, dovrebbe essere quello urbanistico e ambientale.
Una città che perde popolazione dovrebbe privilegiare il recupero del patrimonio esistente, la rigenerazione degli spazi già urbanizzati, la tutela del suolo e la realizzazione di servizi pubblici, evitando di considerare ogni nuova edificazione come un successo economico indipendentemente dalla sua utilità sociale.
Queste proposte richiederebbero risorse, competenze, scelte amministrative e collaborazione tra Comune, Regione, Stato, università e soggetti economici. Alcune potrebbero essere avviate direttamente dall'amministrazione comunale, altre richiederebbero interventi legislativi o finanziamenti di livello superiore.
Ma la difficoltà di realizzarle non può diventare una giustificazione per rinunciare a discuterle.
La politica esiste precisamente per individuare obiettivi collettivi, costruire strumenti adeguati e modificare condizioni che il mercato, lasciato a sé stesso, non è necessariamente in grado di correggere.
Restituire alla città il potere di decidere
Tutte queste proposte rimarrebbero però incomplete se non affrontassimo il problema della partecipazione democratica.
Una città non può essere trasformata soltanto attraverso decisioni assunte nelle sedi istituzionali e confronti con i soggetti economicamente più organizzati, lasciando ai cittadini un ruolo marginale.
Occorrerebbe recuperare strumenti di partecipazione capaci di incidere realmente sulla programmazione pubblica: bilanci partecipativi, assemblee territoriali, osservatori indipendenti sulle trasformazioni urbane, accesso pubblico ai dati, consultazioni sui grandi interventi e procedure trasparenti per valutare i risultati delle politiche comunali.
Non dovrebbero essere semplici occasioni di ascolto, ma strumenti attraverso i quali residenti, lavoratori, associazioni, giovani, artigiani e piccole imprese possano contribuire alla definizione delle priorità.
La partecipazione, naturalmente, non può sostituire le responsabilità delle istituzioni rappresentative, ma può rafforzarne la legittimità, migliorare la qualità delle decisioni e rendere più difficile che gli interessi economicamente più forti monopolizzino il dibattito pubblico.
Soprattutto, occorre superare l'idea che lo sviluppo economico debba essere misurato esclusivamente attraverso la crescita degli investimenti, dei valori immobiliari, dei flussi turistici o dei consumi.
Una città dovrebbe essere giudicata anche dalla possibilità dei suoi abitanti di accedere a una casa, dalla qualità dell'occupazione, dalla capacità di creare nuove imprese produttive, dalla diffusione dei servizi, dalla riduzione delle disuguaglianze e dalla partecipazione effettiva alle decisioni collettive.
Se aumentano gli investimenti ma diminuiscono i residenti, se crescono i valori immobiliari ma i lavoratori non possono permettersi un'abitazione, se si moltiplicano le attività ricettive mentre le botteghe produttive faticano a sopravvivere, non possiamo limitarci a celebrare la crescita economica senza interrogarci sulla sua natura e sui suoi beneficiari.
Salerno non è una merce
La trasformazione di Salerno non deve essere considerata un destino inevitabile.
Le città cambiano continuamente, ma la direzione del cambiamento dipende anche dalle scelte collettive, dalle politiche pubbliche e dalla capacità delle comunità di organizzarsi per difendere i propri bisogni e costruire nuove prospettive.
Non possiamo pretendere di riportare Salerno a un passato idealizzato, né pensare che sia possibile eliminare ogni forma di rendita o contrapporre meccanicamente attività produttive e servizi. Possiamo però chiederci se il modello economico prevalente stia creando condizioni di vita migliori per la maggioranza della popolazione e, soprattutto, se sia capace di garantire un futuro alle generazioni che verranno.
La questione non è impedire alla città di attrarre capitali, ma evitare che la capacità di attrarre investimenti diventi il criterio dominante di ogni scelta pubblica.
Non è ostacolare il turismo, ma impedire che le esigenze dei visitatori prevalgano sistematicamente su quelle dei residenti.
Non è difendere nostalgicamente ogni attività commerciale del passato, ma creare le condizioni perché possano nascere nuove imprese, nuovi laboratori, nuove cooperative e nuove opportunità di lavoro.
Non è contrapporre cittadini italiani e stranieri, ma comprendere quali meccanismi economici determinino la trasformazione del commercio e quali politiche possano favorire una maggiore qualità produttiva e sociale.
E non è neppure pretendere che la politica possa risolvere autonomamente ogni problema economico, ma chiederle di assumersi la responsabilità di orientare lo sviluppo anziché limitarsi ad accompagnare gli interessi che già dispongono della maggiore forza economica.
La domanda fondamentale rimane dunque quella dalla quale siamo partiti: chi decide il futuro di Salerno?
Se la risposta dipende prevalentemente dalla proprietà immobiliare, dalla disponibilità di capitali e dalla capacità di trasformare il territorio in occasioni di investimento, allora il problema non riguarda soltanto l'economia, ma la democrazia stessa.
Perché una comunità nella quale una parte crescente della popolazione non può permettersi di abitare, lavorare e costruire il proprio futuro rischia di perdere anche la possibilità concreta di partecipare alle decisioni che la riguardano.
Ed è qui che il cortocircuito tra potere economico e potere politico diventa particolarmente pericoloso: gli squilibri economici producono disuguaglianze nella capacità di influenzare le scelte pubbliche, mentre decisioni pubbliche incapaci di correggere quegli squilibri possono contribuire a rafforzarli ulteriormente.
Interrompere questo processo richiede certamente conoscenza, dati, trasparenza e capacità amministrativa, ma richiede soprattutto una diversa volontà politica e una nuova partecipazione collettiva.
Salerno non ha bisogno soltanto di diventare una città più bella da visitare o più redditizia nella quale investire. Ha bisogno di tornare a essere una città nella quale sia possibile vivere, lavorare, produrre, costruire relazioni e immaginare un futuro.
Non una città nella quale il futuro venga deciso prevalentemente da chi possiede le maggiori risorse economiche, ma una comunità che recuperi la capacità di orientare collettivamente il proprio sviluppo.
Perché il valore di una città non può essere misurato soltanto attraverso il prezzo dei suoi immobili, il numero degli alberghi o il successo delle sue manifestazioni.
Il valore di una città si misura, prima di tutto, dalla possibilità delle persone di continuare ad abitarla e di partecipare alla costruzione del suo futuro.