Non c’è più spazio per eufemismi. Da oltre sei mesi, sotto gli occhi di tutto il mondo, si sta consumando una delle più feroci operazioni di pulizia etnica del XXI secolo. Eppure, la comunità internazionale, il Vaticano, l’Unione Europea e persino l’amministrazione Trump continuano a ripetere come un mantra l’ipotesi della “soluzione dei due Stati”. Ma per applicare quella soluzione servirebbe una volontà comune. E quella volontà non esiste. Anzi, è stata calpestata e negata con assoluta fermezza dal governo israeliano.
Non è un’interpretazione: le dichiarazioni ufficiali e le azioni sul campo dimostrano che l’obiettivo del governo Netanyahu non è la sicurezza, non è la pace, non è il confine. L’obiettivo è la cancellazione. Non di uno Stato, ma di un’intera etnia.
Secondo il Ministero della Salute palestinese (dati verificati da ONU e OMS), al 25 maggio 2025 il bilancio delle vittime a Gaza ha superato le 37.000 persone, di cui oltre 15.000 bambini e più di 10.000 donne. Ma la cifra reale – considerando i corpi ancora sotto le macerie – è stimata tra le 60.000 e le 70.000 unità.
Ogni giorno muoiono in media 250 persone. Non in battaglia: nei loro letti, nelle scuole, negli ospedali, nelle tende dei campi profughi. I raid aerei hanno colpito ospedali, ambulanze, panifici, università e campi profughi con una precisione che non può essere definita “casuale”. L'esercito israeliano ha dichiarato di aver colpito “obiettivi militari” in zone dove l’80% della popolazione è composta da civili.
Ma i numeri non raccontano tutto. La fame come arma: secondo il World Food Programme e l'UNICEF, oltre 1,1 milioni di persone – metà della popolazione di Gaza – sono in condizioni di fame catastrofica (IPC Livello 5). I bambini muoiono di sete e di malnutrizione nei corridoi degli ospedali distrutti. L’acqua potabile è quasi inesistente. L’elettricità è stata tagliata da mesi.
Il 70% delle abitazioni di Gaza è stato distrutto o reso inagibile. L’85% delle scuole è stato colpito. Quasi la metà degli ospedali non è più operativo. L’UNRWA (l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi) ha perso oltre 190 operatori uccisi da raid mirati. Non è una guerra. È una demolizione sistematica di ogni infastruttura civile. È la negazione della possibilità stessa di vita.
Chi parla di “due Stati” sta negando la realtà
Il governo israeliano ha dichiarato esplicitamente: “Non ci sarà uno Stato palestinese”. I ministri Smotrich e Ben Gvir hanno più volte affermato che “non esiste un popolo palestinese” e che l’unica soluzione è la “emigrazione volontaria” dei civili, ovvero una pulizia etnica in piena regola. Ogni volta che un leader europeo o americano pronuncia la frase “due Stati”, Netanyahu li irride con un nuovo insediamento, una nuova demolizione, una nuova legge di annessione.
La Cisgiordania è già stata de facto annessa: ogni giorno vengono distrutte case, sradicati ulivi, espulsi villaggi interi. Dal 7 ottobre 2023, la violenza dei coloni (armati e protetti dall’esercito) ha ucciso oltre 500 palestinesi in Cisgiordania, compresi bambini e anziani. L'ONU parla di “apartheid”, Amnesty International di “crimini di guerra”. Ma nessuno ferma i carri armati.
Hitler era un dilettante? No. Ma il confronto è agghiacciante.
Sappiamo cosa significa la Shoah. Non si paragonano i massacri. Ma se guardiamo i numeri e il metodo: la sistematicità, la burocrazia della morte, l’indifferenza del mondo, la distruzione di ogni traccia di civiltà – allora il paragone è inevitabile. Hitler non arrivò mai a dichiarare apertamente di voler sterminare ogni ebreo. Il governo israeliano, invece, dice esplicitamente: “Non ci devono essere palestinesi qui”. Lo dice in aula, in parlamento, alla televisione. E nessuno reagisce.
Il mondo è complice. Il Vaticano parla di pace ma non scomunica. Trump tace e fornisce armi. L’Europa approva sanzioni a parole, ma continua a comprare gas e a vendere tecnologie militare a Israele. Gli Stati Uniti pongono solo veti all’ONU.
Non possiamo più tacere Si può essere critici verso Hamas – ed io lo sono. Si può volere la fine della violenza da ogni parte. Ma negare che si tratti di una pulizia etnica è negare l’evidenza dei morti, dei bambini, della fame, delle macerie.
Se Netanyahu avrà il suo “giorno della vittoria”, non ci sarà nessuno a festeggiare. Ci sarà solo terra bruciata. E il mondo avrà perso l’ultima occasione per dimostrare di avere un’anima.
Non scriviamo più: “Il conflitto israelo-palestinese”. Scriviamo: “Il massacro del popolo palestinese”. E pretendiamo che qualcuno lo fermi.