Quando il dissenso diventa una minaccia da costruire, la credulità collettiva si trasforma in uno strumento di potere e il confine tra sicurezza e repressione rischia di diventare sempre più sottile.
«Chi dice credulità dice manipolazione e chi dice manipolazione dice calamità. È la piaga dell'umanità, ha fatto più morti lei che tutte le epidemie di peste messe assieme.»
Queste parole, che Fred Vargas affida a uno dei personaggi del romanzo Parti in fretta e non tornare, sembrano scritte per descrivere uno dei meccanismi più antichi e pericolosi attraverso i quali il potere, politico o mediatico che sia, riesce a orientare il comportamento delle collettività: costruire una rappresentazione della realtà sufficientemente semplice da essere immediatamente riconoscibile, sufficientemente inquietante da suscitare paura e sufficientemente ripetuta da trasformarsi, nella percezione comune, in una verità che non ha più bisogno di essere dimostrata.
Il caso di Youssef Siher, ricercatore e attivista trentenne fermato il 24 ottobre 2026 e successivamente rimesso in libertà dalla giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, costituisce un esempio particolarmente significativo di quanto possa essere pericoloso questo meccanismo, soprattutto quando alla costruzione mediatica di una presunta minaccia si accompagnano pregiudizi razziali, interessi politici e una progressiva confusione tra il legittimo esercizio del dissenso e la commissione di reati.
La vicenda merita una riflessione che non può esaurirsi nella cronaca giudiziaria, perché ciò che dovrebbe preoccuparci non riguarda soltanto una persona sottoposta a contestazioni gravissime, ma la facilità con cui un individuo può diventare il simbolo di un pericolo collettivo prima ancora che siano stati chiariti i fatti, le responsabilità e la reale consistenza delle accuse.
Non si tratta di negare il diritto e il dovere delle autorità di indagare su eventuali comportamenti illeciti, né di pretendere che determinate condotte siano sottratte al controllo della magistratura soltanto perché riconducibili a un movimento politico o a una mobilitazione sociale. Si tratta, al contrario, di difendere un principio elementare dello Stato di diritto: le responsabilità individuali devono essere dimostrate attraverso i fatti e non costruite attraverso l'appartenenza politica, l'origine familiare, le convinzioni personali o le suggestioni della propaganda.
La costruzione del nemico e il successo iniziale della narrazione
Uno degli aspetti più inquietanti della vicenda è la rapidità con cui Siher è stato presentato come una figura centrale di un movimento descritto in termini allarmistici, fino a ipotizzare finalità terroristiche in relazione alla sua attività di amministratore dei canali social del cosiddetto Movimento 17 ottobre.
La Procura di Milano aveva contestato al ricercatore i reati di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, una fattispecie introdotta recentemente nell'ambito della legislazione sulla sicurezza.
Accuse gravissime, capaci di evocare nell'opinione pubblica scenari di violenza organizzata e minacce alla sicurezza collettiva, soprattutto quando vengono associate a un movimento di protesta e a una persona già conosciuta per il proprio impegno politico a sostegno della causa palestinese.
In un clima nel quale la solidarietà con la popolazione palestinese viene troppo frequentemente confusa con il sostegno a Hamas, organizzazione terroristica, il rischio di trasformare un'identità politica in un elemento di sospetto diventa particolarmente elevato.
Eppure, sostenere i diritti del popolo palestinese, denunciare le violazioni del diritto internazionale o partecipare a manifestazioni di solidarietà non significa condividere programmi, metodi e obiettivi di organizzazioni armate, così come criticare le politiche del Governo israeliano non significa esprimere ostilità nei confronti degli ebrei.
Queste distinzioni non sono dettagli secondari, ma costituiscono il fondamento stesso di una discussione pubblica democratica, nella quale le idee devono poter essere espresse e contestate senza che il dissenso venga automaticamente trasformato in un indizio di pericolosità.
Nel caso Siher, peraltro, un elemento cronologico avrebbe dovuto suggerire fin dall'inizio maggiore prudenza: i canali del Movimento 17 ottobre erano stati creati successivamente ai disordini verificatisi a Milano nelle giornate del 17 e 18 ottobre, circostanza che rendeva necessario distinguere gli episodi di violenza già avvenuti dalle successive iniziative di mobilitazione.
E invece, come accade frequentemente quando una narrazione riesce a imporsi nelle prime ore di una vicenda, il sospetto ha finito per precedere la verifica, mentre le precisazioni successive hanno dovuto confrontarsi con convinzioni già consolidate, pregiudizi e reazioni emotive.
È proprio in questa sproporzione che si manifesta il potere della manipolazione: non è necessario convincere tutti, né costruire una menzogna capace di resistere indefinitamente alla verifica dei fatti; può essere sufficiente imprimere nella memoria collettiva un'associazione tra un nome, un'origine, un movimento politico e una minaccia.
Il resto, troppo spesso, viene affidato alla credulità.
La decisione della GIP: quando i fatti smentiscono la rappresentazione
Il 28 ottobre 2026 la giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Milano, Tiziana Landoni, ha disposto la liberazione di Youssef Siher, respingendo sia la richiesta di convalida del fermo sia quella di applicazione della custodia cautelare in carcere.
Le motivazioni contenute nell'ordinanza, composta da 37 pagine, rappresentano un passaggio fondamentale per comprendere la distanza tra la gravità delle contestazioni iniziali e gli elementi che, secondo la giudice, erano effettivamente emersi dalle indagini.
La GIP ha escluso, allo stato degli atti e fatti salvi eventuali successivi approfondimenti investigativi, la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza rispetto ai reati contestati, rilevando come le espressioni utilizzate da Siher, pur caratterizzate da toni aspri e talvolta volgari, costituissero manifestazioni di critica politica e non istigazioni concretamente idonee a provocare la commissione di reati.
Un passaggio dell'ordinanza risulta particolarmente significativo: «non prospetta mai il ricorso ad azioni violente».
La giudice ha inoltre osservato che le forme di mobilitazione indicate dall'indagato richiamavano la disobbedienza civile e l'organizzazione di manifestazioni, senza tradursi nella promozione di comportamenti violenti o criminosi.
Anche il riferimento a una generica dichiarazione di guerra contro il presente, valorizzato nella ricostruzione accusatoria, è stato interpretato nel contesto di una critica alle politiche governative e alle condizioni sociali, senza ravvisarvi concreti inviti alla violenza contro le istituzioni.
Non meno importante è il fatto che alcuni messaggi nei quali venivano prospettate azioni violente provenissero da altri partecipanti alle conversazioni online, senza che risultasse un sostegno o un incoraggiamento da parte di Siher.
La GIP ha inoltre distinto il contenuto integrale di un documento rinvenuto nel computer dell'indagato dalle pagine effettivamente condivise online, osservando che queste ultime non contenevano indicazioni relative all'impiego di strumenti offensivi contro le forze dell'ordine.
Infine, non è stato riconosciuto neppure il pericolo di fuga, considerato anche il radicamento personale e familiare di Siher sul territorio italiano.
Naturalmente, una decisione sulla convalida del fermo e sulle misure cautelari non equivale a una sentenza definitiva di assoluzione, e le indagini possono proseguire. Ma proprio questa necessaria precisione giuridica rende ancora più evidente la questione politica e civile: come è stato possibile costruire una rappresentazione pubblica tanto allarmante quando gli elementi investigativi disponibili non sono stati ritenuti sufficienti dalla giudice neppure per giustificare il mantenimento della privazione della libertà personale?
Non è una domanda rivolta soltanto agli investigatori o alla magistratura requirente, il cui operato deve essere valutato nelle sedi competenti, ma anche e soprattutto a coloro che hanno trasformato le contestazioni in giudizi anticipati, contribuendo a creare nell'opinione pubblica una rappresentazione di colpevolezza prima ancora che intervenisse una valutazione giudiziaria.
Quel razzismo che preferiamo non riconoscere
Sarebbe però troppo semplice attribuire l'efficacia iniziale di simili narrazioni esclusivamente alla propaganda politica o alla superficialità di una parte dell'informazione, perché una campagna fondata sulla paura dell'altro può trovare terreno fertile soltanto dove esistono pregiudizi, diffidenze e rappresentazioni sociali già profondamente radicate.
Il razzismo contemporaneo non si manifesta necessariamente attraverso dichiarazioni esplicite di superiorità razziale o attraverso comportamenti apertamente discriminatori. Molto più frequentemente assume forme apparentemente innocue, si nasconde dietro il linguaggio della sicurezza, si presenta come prudenza, come preoccupazione per l'ordine pubblico o come richiesta di controlli più severi nei confronti di persone che, per il cognome, l'origine familiare o il colore della pelle, vengono percepite come meno appartenenti alla comunità nazionale.
È un fenomeno che riguarda anche le seconde e terze generazioni delle famiglie immigrate, persone nate o cresciute nel nostro Paese, che ne condividono la lingua, la cultura, le contraddizioni e le aspirazioni, ma che continuano a essere considerate, in determinate circostanze, come portatrici di un'identità estranea e potenzialmente sospetta.
Youssef Siher è nato in Italia, vi vive, lavora e ha costruito la propria famiglia. Eppure, nella percezione di una parte dell'opinione pubblica, un cognome di origine straniera e l'impegno politico a favore della Palestina possono diventare elementi capaci di rafforzare sospetti che, in circostanze differenti, forse non troverebbero la stessa immediata disponibilità ad essere accolti.
Ancora più difficile è riconoscere quanto questi pregiudizi possano attraversare ambienti che si definiscono progressisti, democratici o antirazzisti, perché l'adesione dichiarata a determinati valori non garantisce automaticamente la capacità di riconoscere e superare stereotipi sedimentati nel tempo.
Non è raro che persone sinceramente convinte di rifiutare ogni discriminazione finiscano per applicare criteri differenti nel giudicare comportamenti analoghi, mostrando una maggiore disponibilità al sospetto quando il protagonista di una vicenda possiede un nome straniero o viene associato a una comunità percepita come distante.
Ed è proprio questa contraddizione che dovremmo avere il coraggio di affrontare, senza trasformarla nell'ennesima occasione di contrapposizione ideologica, ma riconoscendo che l'antirazzismo non può limitarsi a una dichiarazione di appartenenza politica: deve diventare un esercizio quotidiano di consapevolezza critica.
Quando il potere contesta chi esercita il controllo
La vicenda ha assunto una dimensione politica ancora più significativa dopo la decisione della GIP, quando la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito pubblicamente «vergognosa» la mancata convalida del fermo, interpretandola come una mortificazione del lavoro delle forze dell'ordine e degli investigatori.
Non si tratta di una semplice divergenza di opinioni tra esponenti istituzionali, perché le parole pronunciate dalla presidente del Consiglio investono direttamente il rapporto tra il potere esecutivo e la funzione di controllo esercitata dalla magistratura.
In uno Stato democratico le decisioni giudiziarie possono essere criticate, discusse e sottoposte agli strumenti di impugnazione previsti dall'ordinamento, ma la loro legittimità non può dipendere dalla conformità alle aspettative politiche del Governo.
La separazione dei poteri esiste proprio per impedire che l'esercizio delle funzioni giudiziarie venga subordinato alla volontà dell'esecutivo, soprattutto quando sono in gioco la libertà personale e i diritti fondamentali dei cittadini.
La reazione della magistratura milanese alle dichiarazioni della presidente del Consiglio conferma quanto delicato sia questo equilibrio.
Il punto non è stabilire se un Governo debba condividere ogni decisione giudiziaria, ma riconoscere che la funzione del giudice non consiste nel confermare le aspettative delle autorità politiche o investigative, bensì nel verificare, sulla base della legge e degli elementi disponibili, se esistano i presupposti per limitare la libertà di una persona.
Quando una decisione che restituisce la libertà a un indagato viene presentata come un ostacolo alla tutela dei cittadini, il rischio è quello di alimentare una contrapposizione artificiale tra garanzie costituzionali e sicurezza collettiva.
Come se il rispetto dei diritti individuali rappresentasse una concessione agli accusati anziché una protezione di cui beneficia l'intera società.
È una rappresentazione particolarmente pericolosa, perché tende a far dimenticare che le garanzie dello Stato di diritto non sono state costruite per proteggere soltanto le persone delle quali condividiamo le idee, ma soprattutto per impedire che il potere possa esercitarsi arbitrariamente nei confronti di chiunque.
Il silenzio non cancella le responsabilità
Se la fase iniziale di una vicenda viene accompagnata da dichiarazioni categoriche, titoli allarmistici e interpretazioni che sembrano anticipare le conclusioni della magistratura, sarebbe ragionevole aspettarsi che gli sviluppi giudiziari capaci di ridimensionare quelle ricostruzioni ricevano un'attenzione almeno paragonabile.
Purtroppo, il funzionamento di una parte del sistema dell'informazione sembra spesso seguire una logica differente: l'accusa produce notizia, la paura genera attenzione, la polemica alimenta la circolazione dei contenuti, mentre la successiva verifica dei fatti, soprattutto quando contraddice la narrazione iniziale, rischia di essere relegata ai margini.
Nel caso Siher, la distanza tra la gravità delle accuse pubblicamente circolate e le valutazioni contenute nell'ordinanza della GIP pone una questione che non dovrebbe essere elusa: quale responsabilità hanno coloro che contribuiscono a trasformare un'ipotesi investigativa in una condanna sociale?
E quale responsabilità hanno le forze politiche che utilizzano vicende ancora da chiarire per rafforzare una determinata rappresentazione del dissenso?
Il problema non consiste soltanto nella diffusione di informazioni eventualmente inesatte, ma nel danno che può derivare dalla loro trasformazione in strumenti di delegittimazione personale e politica.
Una reputazione può essere compromessa in poche ore, una persona può diventare bersaglio di insulti e minacce, un movimento può essere associato nell'immaginario collettivo a finalità che non gli appartengono, mentre la successiva rettifica, anche quando arriva, difficilmente riesce a ricostruire ciò che è stato distrutto.
Non basta smettere di accusare quando vengono meno gli elementi che sostenevano una determinata ricostruzione. Occorre avere la responsabilità di riconoscere pubblicamente gli errori, distinguere le ipotesi dai fatti e restituire alle persone coinvolte quella dignità che il processo mediatico ha contribuito a compromettere.
Quando la paura diventa uno strumento politico
La questione assume una dimensione ancora più preoccupante quando viene collocata nel contesto del dibattito sulle politiche di sicurezza, sull'ampliamento dei poteri dell'esecutivo e sulle prerogative attribuite alle forze di polizia.
Ogni società democratica ha il diritto di proteggere i propri cittadini e il dovere di contrastare la violenza, ma la sicurezza non può diventare una formula capace di giustificare qualsiasi limitazione delle libertà, così come l'esistenza di comportamenti individuali illeciti non può essere utilizzata per delegittimare interi movimenti o categorie di cittadini.
La differenza tra uno Stato democratico e un sistema autoritario non risiede nell'assenza di strumenti coercitivi, che ogni ordinamento possiede, ma nell'esistenza di limiti precisi al loro esercizio, nella possibilità di sottoporli a un controllo indipendente e nella tutela effettiva delle persone nei confronti degli abusi.
Il caso Siher presenta, da questo punto di vista, un elemento che merita particolare attenzione: tra le contestazioni avanzate dalla Procura figurava anche la nuova fattispecie di violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche, introdotta nell'ambito dei recenti provvedimenti governativi sulla sicurezza.
Il fatto che la GIP non abbia ravvisato, allo stato degli atti, gli elementi necessari per sostenere tale contestazione non dimostra di per sé che la norma sia illegittima o che la sua applicazione fosse motivata da finalità politiche. Dimostra però quanto sia indispensabile mantenere un controllo rigoroso sull'impiego degli strumenti penali, soprattutto quando essi intervengono in un ambito delicato come quello delle manifestazioni pubbliche e del dissenso.
Quando si moltiplicano le richieste di maggiore discrezionalità per le autorità di pubblica sicurezza, quando il dissenso viene rappresentato sempre più frequentemente come una minaccia all'ordine pubblico e quando la critica alle decisioni governative viene associata a un atteggiamento ostile nei confronti delle istituzioni, diventa indispensabile interrogarsi sulla direzione complessiva di queste trasformazioni.
Non è necessario sostenere che ogni intervento legislativo in materia di sicurezza nasconda un progetto autoritario per riconoscere che l'accumularsi di misure restrittive, accompagnato da una comunicazione politica fondata sull'emergenza permanente, può modificare progressivamente il rapporto tra cittadini e potere.
Il rischio è che ciò che oggi viene presentato come un'eccezione necessaria finisca domani per essere considerato normale, mentre diritti conquistati attraverso decenni di lotte democratiche vengano progressivamente subordinati a valutazioni sempre più discrezionali.
Ed è in questa prospettiva che vicende come quella di Siher assumono un significato politico più ampio, perché mostrano quanto possa essere fragile il confine tra la legittima attività di prevenzione e repressione dei reati e la costruzione di un clima nel quale determinate idee, identità o forme di partecipazione vengono percepite come sospette prima ancora che siano esaminati i comportamenti concreti.
L'odio come conseguenza prevedibile
Esiste poi una responsabilità che non dovrebbe essere sottovalutata: quella di chi, attraverso parole e rappresentazioni pubbliche, contribuisce ad alimentare un clima nel quale l'insulto, la discriminazione e la disumanizzazione dell'avversario diventano comportamenti socialmente tollerati.
La diffusione di messaggi violenti e razzisti sui social non può essere considerata semplicemente una conseguenza inevitabile della libertà di espressione, perché la libertà di manifestare il proprio pensiero non equivale al diritto di minacciare, perseguitare o incitare alla violenza contro altre persone.
Naturalmente occorre distinguere la critica, anche aspra, dalle condotte che possono integrare reati, evitando di trasformare la necessaria tutela delle persone in una nuova forma di censura delle opinioni. Ma proprio questa distinzione rende ancora più grave la leggerezza con cui alcuni protagonisti del dibattito pubblico utilizzano espressioni capaci di rafforzare stereotipi e ostilità.
Chi ricopre incarichi istituzionali, chi dirige un giornale o chi dispone di un pubblico numeroso dovrebbe essere consapevole che le parole non producono soltanto consenso o dissenso, ma possono contribuire a determinare il modo in cui una comunità percepisce e tratta i suoi membri.
Non tutte le responsabilità sono penali, e non tutte le conseguenze di una campagna mediatica possono essere misurate attraverso le sentenze. Esiste anche una responsabilità culturale, politica e civile che riguarda la qualità della convivenza democratica.
La responsabilità di chi sceglie di non credere ciecamente
Sarebbe rassicurante pensare che il fallimento di una narrazione allarmistica, quando viene contraddetta dagli elementi emersi successivamente, sia sufficiente a neutralizzarne gli effetti e a impedire che episodi analoghi possano ripetersi.
Purtroppo non è così.
La credulità di cui parla Fred Vargas non è semplicemente l'incapacità individuale di distinguere il vero dal falso, ma una condizione collettiva che può essere alimentata dalla paura, dall'appartenenza ideologica, dal bisogno di confermare le proprie convinzioni e dalla rinuncia a esercitare il dubbio.
È proprio questa rinuncia che rende possibile la manipolazione, perché una società abituata a reagire prima di comprendere, a schierarsi prima di verificare e a giudicare prima di conoscere diventa inevitabilmente più vulnerabile nei confronti di chi possiede gli strumenti per orientarne le emozioni.
Non possiamo pretendere che ogni cittadino disponga delle conoscenze necessarie per interpretare autonomamente un provvedimento giudiziario o ricostruire una vicenda complessa, ma possiamo e dobbiamo rivendicare un'informazione capace di distinguere le accuse dalle prove, le dichiarazioni politiche dalle risultanze processuali e le opinioni dai fatti.
Possiamo pretendere che la presunzione di innocenza non sia considerata un fastidioso formalismo e che il diritto al dissenso non venga subordinato alla condivisione delle idee espresse.
Possiamo soprattutto rifiutare quella forma di pigrizia intellettuale che ci porta ad accettare come vera una notizia soltanto perché conferma ciò che già pensiamo.
Perché la manipolazione non riguarda esclusivamente gli altri. Nessuno di noi ne è completamente immune, e proprio per questo la consapevolezza critica deve essere considerata una responsabilità collettiva, non un privilegio riservato a pochi.
Un segnale che non possiamo ignorare
Il caso Siher non dovrebbe essere dimenticato con la stessa rapidità con cui è stato consumato nel dibattito pubblico, perché gli interrogativi che solleva restano aperti indipendentemente dagli sviluppi della singola vicenda giudiziaria.
Resta il problema di un'informazione che troppo spesso confonde la tempestività con la fretta e la ricerca della verità con la riproduzione delle dichiarazioni del potere.
Resta il problema di un razzismo latente che continua a influenzare il modo in cui vengono percepite persone e comunità, anche quando queste appartengono pienamente alla società nella quale vivono.
Resta il problema di una comunicazione politica che può trovare nella costruzione del nemico uno strumento efficace per consolidare il consenso, soprattutto quando le paure collettive vengono alimentate anziché comprese.
E resta, soprattutto, il problema della difesa delle libertà democratiche in una fase storica nella quale la sicurezza rischia di essere contrapposta ai diritti, come se le due esigenze fossero necessariamente incompatibili.
La decisione della GIP di Milano ci ricorda che il controllo giudiziario sulle iniziative investigative e sulle richieste di privazione della libertà personale non rappresenta un ostacolo alla sicurezza, ma una delle condizioni che rendono legittimo l'esercizio del potere in una società democratica.
Ed è proprio quando quel controllo produce risultati sgraditi al potere politico che la sua indipendenza assume il significato più concreto.
La democrazia non si difende soltanto attraverso le elezioni, le istituzioni e le leggi, ma anche attraverso la capacità dei cittadini di riconoscere i tentativi di manipolazione, di sottrarsi alle semplificazioni e di pretendere che il potere, qualunque sia il suo orientamento politico, rispetti i limiti che ne garantiscono la legittimità.
Non sappiamo quali saranno le prossime vicende attorno alle quali verranno costruite nuove emergenze, nuovi sospetti o nuovi nemici, ma sappiamo che ogni volta che accettiamo di sacrificare il giudizio critico sull'altare della paura contribuiamo, anche involontariamente, a rendere più fragile lo spazio delle nostre libertà.
Ed è forse proprio questo il significato più profondo delle parole di Fred Vargas: la credulità non è innocua, perché quando diventa uno strumento nelle mani di chi vuole manipolare può produrre conseguenze che vanno ben oltre l'errore di valutazione del singolo individuo.
Una società libera non è quella nella quale tutti condividono le stesse idee, ma quella nella quale nessuno deve temere di essere trasformato in un nemico per il semplice fatto di pensarla diversamente.
E quando questa distinzione comincia a diventare incerta, il problema non riguarda più soltanto chi viene colpito.
Riguarda tutti noi.