Il 3 giugno 2026 la Commissione Europea ha varato il suo Pacchetto per la Sovranità Tecnologica, un documento trasversale rivolto a pubbliche amministrazioni, imprese di ogni dimensione e cittadini. Al suo interno trova posto la EU Open Source Strategy, che per la prima volta riconosce esplicitamente in un testo della Commissione un principio che noi "smanettoni" del software libero ripetiamo da tempo immemore: se un software è pagato con soldi pubblici, il suo codice deve essere pubblico.
Non è un dettaglio da poco. "Public Money? Public Code!" è la campagna che la Free Software Foundation Europe porta avanti dal 2017, e vederla citata come riferimento in un documento ufficiale della Commissione è un segnale politico che la comunità europea del software libero aspettava da anni.
Perché conviene anche a chi non è "smanettone"
I numeri, più di ogni discorso ideologico, spiegano perché il tema riguarda tutti. Le stime riportate nel pacchetto parlano di circa 264 miliardi di euro l'anno spesi dalle pubbliche amministrazioni europee in software proprietario. Una parte consistente di questa spesa finisce per alimentare quello che nel gergo si chiama *vendor lock-in*: una volta scelto un fornitore chiuso, cambiarlo costa così tanto (in tempo, formazione, migrazione dei dati) che restarci intrappolati diventa quasi obbligato.
Redirigere anche solo una parte di quella cifra verso software libero non significa soltanto "risparmiare". Significa che il codice pagato dai cittadini resta nella disponibilità dei cittadini: può essere ispezionato, verificato, riutilizzato da un comune all'altro, da un ministero all'altro, da un paese europeo all'altro. È l'opposto della logica del fornitore unico che detiene per sempre le chiavi del sistema informativo di uno Stato.
Le luci: cosa dice davvero la strategia
Il documento della Commissione elenca alcuni elementi che la FSFE considera imprescindibili: il riconoscimento del principio *Public Money? Public Code!*, l'attenzione ai benefici dell'adozione open source per la resilienza tecnologica europea, e un'analisi delle difficoltà pratiche che i vari Stati membri incontrano quando provano a muoversi in questa direzione — dalla mancanza di competenze interne alla scarsità di software libero "pronto all'uso" per certi ambiti verticali della pubblica amministrazione.
Le ombre: mancano scadenze, soldi e obblighi
Qui arriva la parte meno entusiasmante, ed è bene dirlo senza girarci troppo intorno. La stessa FSFE, pur salutando con favore la strategia, segnala che alla Commissione manca ancora quello che conta davvero: obiettivi concreti, tappe intermedie verificabili e un finanziamento certo per il software libero. Un principio scritto in un documento strategico resta un principio; diventa politica pubblica solo quando si traduce in requisiti vincolanti nelle gare d'appalto.
Ed è esattamente lì che si giocherà la partita vera nei prossimi mesi: la riforma degli appalti pubblici europei. Se *Public Money? Public Code!* non diventerà un requisito obbligatorio nei bandi di gara per il software finanziato con fondi pubblici, il rischio concreto è che la strategia resti un bel documento di intenti, citato nei convegni ma ininfluente nella pratica quotidiana di chi scrive un capitolato tecnico in un ufficio tecnico comunale.
Perché ne parliamo su questo blog
Lo diciamo spesso qui su OpenSalerno: la sovranità digitale non è un tema astratto da conferenza, è una questione molto concreta di chi controlla l'infrastruttura su cui si basano i servizi pubblici. Un comune, una regione, un piccolo collettivo come il nostro: le stesse logiche di dipendenza da un fornitore chiuso valgono a tutte le scale. La differenza è che l'Unione Europea ha finalmente i numeri (264 miliardi di euro l'anno) per rendere quella dipendenza un problema politico di primo piano, e non solo una scelta tecnica di un ufficio IT.
Continueremo a seguire da vicino come evolverà la riforma degli appalti pubblici europei: è lì che si vedrà se questa strategia produrrà un cambiamento reale o resterà lettera morta.