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Le azioni

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Abbiamo definito una visione, individuato gli obiettivi strategici, confrontato scenari differenti e scelto come orizzonte un ecosistema turistico aperto e integrato, da costruire però in modo progressivo.

Ora dobbiamo rispondere alla domanda più concreta: che cosa bisogna fare?

È il momento nel quale il Piano deve trasformare i principi in azioni.

Non in un elenco infinito di progetti, ma in un insieme ordinato di interventi capaci di produrre cambiamenti verificabili.

Un’azione ha senso soltanto se sappiamo quale obiettivo serve, quale problema affronta e quale risultato dovrebbe produrre.


Prima il problema, poi lo strumento

Una delle tentazioni più frequenti nella pianificazione è partire direttamente dalle soluzioni.

  • Realizzare un portale.
  • Creare un’app.
  • Istituire un osservatorio.
  • Organizzare un evento.
  • Avviare una campagna.

sono tutte azioni possibili ma nessuna è automaticamente utile.

Prima dobbiamo sapere quale problema vogliamo risolvere. Se il problema è la dispersione delle informazioni, la soluzione potrebbe non essere un nuovo sito, potrebbe essere necessario rendere interoperabili quelli già esistenti. Se il problema è la scarsa conoscenza dei visitatori giornalieri, una campagna promozionale non produce conoscenza, serve invece un sistema di rilevazione. Se il problema è la bassa accessibilità delle informazioni, non basta aggiungere una pagina intitolata “Accessibilità”, servono dati affidabili e strutturati.

Il Piano deve quindi mantenere sempre la sequenza: problema → obiettivo → azione → risultato → verifica.


1. Costruire lo Stato Zero permanente

La prima azione non consiste nel produrre un nuovo studio ogni alcuni anni ma nel trasformare lo Stato Zero da fotografia iniziale a funzione permanente. Questo significa costruire e aggiornare un quadro capace di descrivere:

  • flussi;
  • strutture;
  • fonti;
  • mobilità;
  • eventi;
  • offerta culturale;
  • accessibilità;
  • dati economici;
  • informazioni sul lavoro;
  • pressioni ambientali;
  • percezioni di residenti e visitatori.

Lo Stato Zero deve diventare progressivamente una base comparabile nel tempo.

Non più: “che cosa sappiamo oggi?”

ma anche: “che cosa è cambiato rispetto all’ultima rilevazione?”


Un inventario delle fonti

Il primo passo operativo dovrebbe essere un vero Catalogo delle fonti turistiche. Per ogni fonte sarebbe utile indicare almeno:

  • soggetto responsabile;
  • contenuto;
  • territorio coperto;
  • frequenza di aggiornamento;
  • formato;
  • licenza;
  • modalità di accesso;
  • eventuali limitazioni.

Un catalogo di questo tipo produce valore anche prima di qualsiasi nuova piattaforma perchè permette di sapere cosa esiste e di evitare duplicazioni.


2. Costruire la Matrice dei dati e delle lacune

Accanto al catalogo delle fonti serve una matrice capace di rispondere a due domande:

  • quali dati abbiamo?
  • quali dati ci mancano?

Le lacune non devono essere considerate un difetto da nascondere ma devono diventare parte della pianificazione.

Per ogni informazione mancante bisogna chiedersi:

  • è realmente necessaria?
  • chi potrebbe produrla?
  • con quale frequenza?
  • con quale costo?
  • con quale livello di precisione?

Non tutte le lacune devono essere colmate ma devono essere conosciute.


3. Definire un nucleo iniziale di dati prioritari

Non è realistico strutturare tutto immediatamente. Serve partire da un nucleo limitato di informazioni ad alto valore di riuso. Una prima selezione potrebbe comprendere:

  • luoghi di interesse;
  • eventi;
  • strutture ricettive;
  • mobilità;
  • punti informativi;
  • servizi;
  • accessibilità;
  • orari;
  • localizzazione geografica.

Questi dati hanno una caratteristica importante: possono alimentare contemporaneamente più servizi.

  • Portali.
  • Mappe.
  • Open Data.
  • Applicazioni.
  • Strumenti per operatori.
  • GiraSalerno.

Partire dai dati più riutilizzabili

La priorità non dovrebbe essere stabilita in base alla visibilità politica del dato ma in base alla sua capacità di essere:

  • utile;
  • aggiornabile;
  • collegabile;
  • riutilizzato molte volte.

Un dato riutilizzato dieci volte produce più valore di dieci copie dello stesso dato.


4. Definire un modello comune dei dati

Per collegare informazioni provenienti da fonti differenti è necessario stabilire un modello. Non significa imporre lo stesso software a tutti ma definire alcuni elementi comuni. Per esempio, per un luogo:

  • identificativo;
  • nome;
  • tipologia;
  • coordinate;
  • indirizzo;
  • fonte;
  • responsabile dell’aggiornamento;
  • accessibilità;
  • orari;
  • contatti;
  • data dell’ultimo aggiornamento.

Per un evento:

  • titolo;
  • luogo;
  • data;
  • orario;
  • organizzatore;
  • categoria;
  • accessibilità;
  • fonte;
  • stato dell’informazione.

Il modello deve essere documentato e progressivamente migliorato.


5. Introdurre identificativi stabili

Uno dei problemi meno visibili ma più importanti dell’interoperabilità è capire quando due sistemi stanno parlando dello stesso oggetto.

  • Un museo può essere scritto in modi differenti.
  • Una piazza può avere nomi diversi.
  • Un evento può essere duplicato.

Gli identificativi stabili permettono di dire: questo è lo stesso luogo.

Sono una piccola infrastruttura con effetti molto grandi. Consentono di collegare:

  • eventi;
  • mappe;
  • accessibilità;
  • mobilità;
  • statistiche.

6. Adottare il principio “aggiornare alla fonte”

Ogni informazione dovrebbe avere, quando possibile, un soggetto responsabile: chi conosce il dato lo aggiorna. gli altri lo riutilizzano. Se il museo modifica l’orario, non dovrebbero essere necessarie dieci correzioni manuali su dieci siti diversi.

Il principio dovrebbe essere: una fonte autorevole, molti utilizzi.

Per raggiungerlo servono:

  • formati strutturati;
  • interoperabilità;
  • procedure condivise.

non basta la tecnologia.


7. Trasformare progressivamente i documenti in dati

Molte informazioni pubbliche sono ancora disponibili prevalentemente attraverso:

  • PDF;
  • pagine HTML;
  • documenti testuali.

Questi strumenti possono essere adeguati alla lettura umana, molto meno al riuso automatico. L’azione non consiste nell’eliminare i documenti leggibili ma nell’affiancare, quando utile, una versione strutturata. Per esempio:

  • PDF per il cittadino che vuole leggere;
  • CSV o JSON per chi vuole riutilizzare i dati.

Le due forme non sono concorrenti. Servono a utenti differenti.


8. Costruire una Banca Dati Turistica Aperta federata

Nel tempo, i dataset prioritari dovrebbero poter entrare in una Banca Dati Turistica Aperta. Non necessariamente un gigantesco database centrale. Meglio una struttura federata capace di:

  • catalogare;
  • collegare;
  • documentare;
  • rendere riutilizzabili
  • fonti differenti.

La domanda principale non deve essere: dove copiamo tutti i dati?

Ma: come facciamo a sapere dove si trova il dato autorevole e come possiamo riutilizzarlo?


9. Pubblicare Open Data realmente riutilizzabili

L’apertura dei dati deve diventare un’azione sistematica. Quando non esistono limiti legati a:

  • privacy;
  • riservatezza;
  • sicurezza;
  • segreto statistico,

i dati pubblici di interesse turistico dovrebbero essere disponibili in formati riutilizzabili.

Ogni dataset dovrebbe indicare:

  • fonte;
  • licenza;
  • metodologia;
  • territorio;
  • periodo;
  • data di aggiornamento;
  • formato.

L’Open Data non deve essere un deposito di file dimenticati ma deve avere costante manutenzione.


10. Costruire API dove producono valore

Non tutti i dati hanno bisogno di un’API, Application Programming Interface, cioè un’interfaccia che consenta ai sistemi informatici di scambiarsi automaticamente informazioni. Ma alcuni sì.

  • Eventi.
  • Luoghi.
  • Mobilità.
  • Orari.
  • Servizi.

sono esempi nei quali un accesso strutturato può ridurre fortemente la duplicazione. L’API non deve essere considerata un elemento prestigioso da aggiungere a ogni progetto. Deve essere utilizzata quando risolve un problema reale di interoperabilità.


11. Costruire un sistema permanente di ascolto

La conoscenza quantitativa deve essere affiancata da quella qualitativa. Serve quindi un sistema permanente di ascolto capace di coinvolgere, con strumenti diversi:

  • visitatori;
  • residenti;
  • lavoratori;
  • operatori.

Non un unico questionario interminabile. Meglio strumenti mirati, ripetibili e confrontabili:

  • Questionari brevi.
  • Interviste periodiche.
  • Segnalazioni.
  • Focus group.
  • Consultazioni.
  • Osservazione diretta.

Ascoltare e restituire

La raccolta delle opinioni non deve terminare con la compilazione.

Chi partecipa dovrebbe poter conoscere:

  • cosa è emerso;
  • quali problemi sono stati riconosciuti;
  • quali decisioni sono state modificate.

Altrimenti l’ascolto rischia di diventare estrazione di informazioni. La partecipazione produce fiducia quando chi parla può vedere che cosa è accaduto dopo.


12. Costruire procedure di partecipazione sulle scelte rilevanti

La partecipazione deve essere collegata alle decisioni. Per le principali politiche turistiche sarebbe utile adottare una procedura leggibile:

  • presentazione del problema;
  • pubblicazione dei dati disponibili;
  • illustrazione delle alternative;
  • consultazione;
  • decisione motivata;
  • pubblicazione dei risultati.

Questo non rallenta necessariamente le decisioni. Può evitare errori costosi e conflitti che emergono soltanto dopo.


13. Costruire il sistema degli indicatori

Gli obiettivi definiti nel Piano devono essere collegati a indicatori - non centinaia - ma un nucleo iniziale comprensibile.

Dovrebbero coprire progressivamente:

  • flussi;
  • esperienza;
  • economia locale;
  • lavoro;
  • mobilità;
  • accessibilità;
  • ambiente;
  • residenti;
  • cultura;
  • qualità dei dati.

L’indicatore non deve diventare l’obiettivo ma serve a capire se ci stiamo avvicinando all’obiettivo.


14. Pubblicare un Bilancio periodico della qualità turistica

Una delle azioni più significative potrebbe essere la pubblicazione periodica di un Bilancio della qualità turistica di Salerno.

Non una relazione promozionale ma un documento capace di dire:

  • cosa è migliorato;
  • cosa è peggiorato;
  • quali obiettivi sono stati raggiunti;
  • quali non sono stati raggiunti;
  • quali dati mancano;
  • quali azioni devono essere corrette.

La credibilità del Bilancio dipenderà soprattutto dalla capacità di mostrare anche i problemi.


15. Rendere l’accessibilità un dato strutturale

L’accessibilità non dovrebbe essere trattata come appendice. Per ogni luogo e servizio, quando possibile, dovrebbero essere raccolte informazioni verificabili:

  • Ingressi.
  • Percorsi.
  • Ascensori.
  • Servizi igienici.
  • Segnaletica.
  • Supporti sensoriali.
  • Informazioni linguistiche.
  • Accessibilità digitale.

L’obiettivo non è attribuire etichette generiche ma permettere alle persone di decidere autonomamente.


Un programma progressivo di verifica

Non possiamo pretendere di descrivere immediatamente tutta la città. Si può procedere per priorità:

  • Grandi attrattori.
  • Edifici pubblici.
  • Principali percorsi.
  • Trasporti.
  • Servizi turistici.

Poi estendere progressivamente la copertura.


16. Costruire una mappa delle barriere

Le informazioni sull’accessibilità possono essere utilizzate anche per individuare le barriere non soltanto per descriverle. Una mappa delle criticità potrebbe consentire di stabilire priorità di intervento. Una barriera segnalata diventa:

  • dato;
  • problema;
  • priorità potenziale;
  • azione;
  • verifica.

È un esempio concreto del passaggio dalla conoscenza alla decisione.


17. Integrare turismo e mobilità

La mobilità dovrebbe essere trattata come componente della destinazione. Una prima azione consiste nell’integrare progressivamente le informazioni su:

  • stazioni;
  • porto;
  • aeroporto;
  • trasporto pubblico;
  • taxi;
  • Noleggio con conducente (NCC);
  • mobilità pedonale;
  • parcheggi;
  • percorsi ciclabili.

L’utente non dovrebbe essere obbligato a conoscere l’organizzazione amministrativa dei servizi. Vuole sapere:

  • come arrivo?
  • come mi muovo?
  • quanto tempo serve?
  • quale alternativa ho?

18. Migliorare il primo e l’ultimo tratto del viaggio

Molti problemi nascono non durante il viaggio principale, ma negli ultimi chilometri.

Dalla stazione all’alloggio. Dal porto al centro. Dal parcheggio al luogo culturale.

Una strategia turistica deve quindi osservare il primo e ultimo miglio, o più precisamente il primo e ultimo tratto del percorso.

  • Informazione.
  • Segnaletica.
  • Accessibilità.
  • Continuità pedonale.
  • Connessioni.

sono azioni spesso meno spettacolari di una grande infrastruttura, ma con effetti immediati sull’esperienza.


19. Costruire una strategia per la mobilità dei lavoratori

La mobilità turistica non riguarda soltanto i visitatori:

  • Ristorazione.
  • Ricettività.
  • Eventi.
  • Spettacolo.

possono richiedere lavoro in orari serali o festivi. Se il personale non può raggiungere il luogo di lavoro senza automobile privata, il problema è anche turistico. La pianificazione dovrebbe quindi osservare:

  • fasce orarie;
  • trasporto pubblico;
  • sicurezza;
  • connessioni.

20. Costruire una politica della distribuzione temporale

La destagionalizzazione non deve tradursi semplicemente in più eventi nei mesi meno frequentati. Serve prima una diagnosi.

  • Quali periodi sono deboli?
  • Perché?
  • Quali servizi restano disponibili?
  • Quali motivazioni di visita sono realistiche?
  • Qual è la capacità della città?

Le azioni dovrebbero essere costruite solo dopo queste domande.


Usare meglio ciò che esiste

Prima di inventare nuova offerta, occorre verificare quanto viene utilizzato il patrimonio già disponibile:

  • Musei.
  • Teatri.
  • Spazi culturali.
  • Passeggiate.
  • Gastronomia.
  • Territorio.

La destagionalizzazione può partire dalla capacità di rendere più accessibile e comprensibile ciò che già esiste.


21. Valutare gli eventi prima, durante e dopo

Ogni evento rilevante dovrebbe avere obiettivi dichiarati prima della sua realizzazione:

  • Culturali.
  • Sociali.
  • Economici.
  • Turistici.

Poi dovrebbe essere possibile confrontare:

  • attese;
  • risultati;
  • costi;
  • effetti.

Un evento non deve essere misurato soltanto dal numero dei partecipanti.


Costruire memoria dagli eventi

Ogni grande appuntamento dovrebbe lasciare:

  • dati;
  • metodologia;
  • competenze;
  • documentazione.

Così l’evento successivo non ricomincia da zero.


22. Rendere gli eventi dati strutturati

Calendari differenti possono continuare a esistere ma l’informazione di base dovrebbe poter essere riutilizzata. Un sistema strutturato degli eventi consentirebbe di alimentare:

  • portali;
  • mappe;
  • newsletter;
  • servizi turistici;
  • archivi.

Senza ricopiare continuamente lo stesso contenuto.


23. Rafforzare la cultura ordinaria

Il Piano dovrebbe sostenere la capacità della città di essere culturalmente interessante anche fuori dai grandi eventi. Una strategia di turismo culturale deve quindi partire da:

  • orari;
  • accessibilità;
  • informazione;
  • continuità della programmazione;
  • fruizione del patrimonio.

Promuovere una struttura chiusa o difficilmente accessibile non risolve il problema.


24. Costruire itinerari a partire dalla realtà, non dalla promozione

Un itinerario deve essere praticabile.

  • Tempi realistici.
  • Mobilità disponibile.
  • Luoghi aperti.
  • Informazioni aggiornate.
  • Accessibilità conosciuta.

non dovrebbe essere soltanto una sequenza di attrazioni inserite in una pagina. La qualità di un itinerario dipende dalla continuità dell’esperienza.


25. Collegare Salerno al territorio attraverso dati e servizi

La relazione con Costiera Amalfitana, Paestum, Cilento, aree interne e altri territori non deve essere costruita soltanto attraverso campagne comuni.

Serve interoperabilità.

Informazioni.

Mobilità.

Eventi.

Dati.

L’azione dovrebbe essere: collegare ciò che esiste, non necessariamente creare nuove strutture.


Cooperare senza centralizzare

Ogni territorio deve poter mantenere le proprie fonti e competenze. La cooperazione può avvenire tramite:

  • standard;
  • cataloghi;
  • API;
  • accordi di riuso.

È un modello più flessibile di una grande piattaforma unica.


26. Misurare il valore economico locale

Le statistiche turistiche dovrebbero essere progressivamente integrate con informazioni sulla capacità del turismo di generare valore locale. Non è semplice ma è possibile iniziare da:

  • indagini campionarie sulla spesa;
  • settori beneficiari;
  • catene di fornitura;
  • permanenza;
  • comportamenti di acquisto.

L’obiettivo non è conoscere ogni transazione ma comprendere meglio il fenomeno economico.


27. Costruire un osservatorio sul lavoro turistico

Anche il lavoro richiede conoscenza continuativa:

  • Competenze richieste.
  • Difficoltà di reperimento.
  • Stagionalità.
  • Orari.
  • Formazione.
  • Mobilità.

Le informazioni dovrebbero derivare da fonti pubbliche disponibili e da ascolto degli operatori e dei lavoratori. Il Piano turistico non sostituisce le funzioni proprie della contrattazione, della vigilanza o delle politiche del lavoro. Può però rendere più visibili i problemi.


28. Collegare formazione e bisogni reali

La formazione dovrebbe seguire un percorso: ascolto → analisi → formazione → verifica. Non partire da corsi preconfezionati.

Le competenze possono riguardare:

  • lingue;
  • digitale;
  • accessibilità;
  • accoglienza;
  • gestione dei dati;
  • sostenibilità;
  • cultura;
  • mobilità.

La città deve investire non soltanto in infrastrutture fisiche, ma anche in capitale umano.


29. Costruire un quadro degli impatti ambientali

Il turismo non può essere separato dagli obiettivi climatici e ambientali della città. Serve progressivamente un quadro degli effetti legati a:

  • mobilità;
  • rifiuti;
  • energia;
  • acqua;
  • pressione su luoghi fragili;
  • comfort climatico.

Non tutto sarà misurabile subito ma è importante cominciare.


Evitare la sostenibilità dichiarativa

Etichette come:

  • green;
  • sostenibile;
  • ecologico

non sono indicatori. Ogni affermazione dovrebbe essere collegata, quando possibile, a risultati osservabili.


30. Inserire il comfort climatico nell’esperienza urbana

Il cambiamento climatico rende sempre più importante progettare il modo in cui la città viene vissuta:

  • Ombra.
  • Alberi.
  • Acqua.
  • Spazi di riposo.
  • Percorsi pedonali.
  • Informazioni sulle condizioni climatiche.

Questi interventi non sono “per i turisti”. Sono miglioramenti urbani che aumentano anche la qualità turistica.


31. Costruire un sistema di segnalazione e correzione dei dati

Informazioni sbagliate possono essere individuate da:

  • cittadini;
  • visitatori;
  • operatori.

Serve un meccanismo semplice per segnalarle ma soprattutto serve una procedura:

segnalazione → verifica → correzione → risposta.

La partecipazione diventa così manutenzione condivisa della conoscenza, senza spostare sui cittadini la responsabilità finale.


32. Documentare ogni dataset

Ogni dato dovrebbe avere una piccola carta d’identità.

  • Che cosa contiene?
  • Chi lo produce?
  • Come viene raccolto?
  • Con quale frequenza viene aggiornato?
  • Con quale licenza?
  • Quali limiti presenta?

Senza questa documentazione il riuso diventa fragile.


33. Conservare la storia dei dati

La correzione non dovrebbe sempre cancellare il passato.

Quando utile, occorre conservare:

  • versioni;
  • date;
  • modifiche.

Questo consente di costruire serie storiche e di capire come evolve la conoscenza.


34. Adottare Software Libero e standard aperti come criterio preferenziale

La tecnologia dovrebbe essere valutata anche in base alla capacità di garantire:

  • accesso ai dati;
  • portabilità;
  • interoperabilità;
  • documentazione;
  • autonomia.

Il Software Libero non deve essere scelto soltanto perché libero. Esso deve essere adeguato al compito.

Ma, a parità di qualità e sostenibilità, offre vantaggi importanti per un’infrastruttura civica di lungo periodo.


35. Inserire clausole contro il lock-in tecnologico

Ogni nuovo affidamento digitale dovrebbe prevedere chiaramente:

  • esportazione dei dati;
  • formati documentati;
  • accesso alla documentazione;
  • possibilità di migrazione;
  • proprietà o disponibilità del codice nei casi appropriati.

L’obiettivo è semplice: un contratto può terminare senza far terminare la conoscenza.


36. Rendere pubblici modelli e specifiche

Non soltanto i dati ma anche:

  • modello informativo;
  • vocabolari;
  • specifiche delle API;
  • procedure.

La documentazione aperta facilita il riuso e riduce la dipendenza dalle persone che hanno originariamente costruito il sistema.


37. Utilizzare GiraSalerno come dimostratore operativo

GiraSalerno può assumere una funzione molto concreta. Sperimentare su scala limitata:

  • modello dei dati;
  • interoperabilità;
  • mappe;
  • Open Data;
  • API;
  • accessibilità;
  • segnalazioni.

non per sostituire i sistemi istituzionali ma per dimostrare che il modello funziona.


Sperimentare prima di estendere

Un dimostratore permette di fare errori con un costo inferiore. Le soluzioni migliori possono poi essere:

  • documentate;
  • riutilizzate;
  • trasferite.

38. Partire da un numero limitato di dataset dimostrativi

Il valore di GiraSalerno non dipenderà dalla quantità iniziale dei contenuti. Meglio pochi dati:

  • affidabili;
  • strutturati;
  • documentati;
  • aggiornabili

che migliaia di schede copiate manualmente.


39. Pubblicare il codice quando possibile

Se il dimostratore produce moduli, procedure o strumenti riutilizzabili, il codice dovrebbe poter diventare patrimonio comune.

Questo permette:

  • verifica;
  • studio;
  • riuso;
  • collaborazione.

Il codice diventa così parte della documentazione del progetto.


40. Costruire una comunità della conoscenza

L’infrastruttura non può dipendere soltanto dalla tecnologia. Serve una rete di soggetti che contribuiscano, con responsabilità differenti, alla qualità della conoscenza.

  • Istituzioni.
  • Università.
  • Imprese.
  • Operatori culturali.
  • Associazioni.
  • Cittadini.
  • Lavoratori.

La comunità della conoscenza non è un nuovo ente, è un metodo di cooperazione.


Organizzare le azioni per fasi

Quaranta azioni possono sembrare molte ma non devono essere avviate tutte contemporaneamente. Devono essere ordinate.

Una possibile articolazione è:

Fase 1 — Conoscere e organizzare

Catalogo delle fonti.

Matrice dati.

Matrice delle lacune.

Primi standard.

Dataset prioritari.

Fase 2 — Collegare e aprire

Open Data.

Identificativi.

Interoperabilità.

API.

Modello dei dati.

Fase 3 — Ascoltare e misurare

Sistema permanente di ascolto.

Partecipazione.

Indicatori.

Bilancio della qualità turistica.

Fase 4 — Intervenire

Mobilità.

Accessibilità.

Cultura.

Ambiente.

Lavoro.

Destagionalizzazione.

Territorio.

Fase 5 — Valutare e correggere

Monitoraggio.

Revisione.

Aggiornamento degli obiettivi e delle azioni.


Alcune fasi devono sovrapporsi

Non dobbiamo immaginare una sequenza completamente rigida. Possiamo iniziare a migliorare l’accessibilità mentre costruiamo il catalogo dei dati, possiamo sperimentare GiraSalerno mentre definiamo gli standard.

La sequenza indica una logica, non una barriera.


Ogni azione deve avere una scheda

Per entrare nella fase operativa, ogni azione dovrebbe essere successivamente descritta attraverso una scheda standard.

Almeno:

Obiettivo collegato Quale obiettivo strategico serve?

Problema Quale criticità affronta?

Azione Che cosa viene realizzato?

Responsabilità Chi dovrebbe guidarla e chi dovrebbe collaborare?

Dati necessari Quali informazioni servono?

Risultato atteso Che cosa dovrebbe cambiare?

Indicatore Come lo verifichiamo?

Tempo Quando può produrre risultati?

Dipendenze Da quali altre azioni dipende?


Una struttura semplice ma potente

In questo modo il Piano può essere interrogato. Possiamo partire da un obiettivo e vedere le azioni oppure partire da un’azione e capire perché esiste.


Evitare il catalogo delle promesse

Il Piano non deve promettere tutto. Alcune azioni possono essere:

  • prioritarie;
  • sperimentali;
  • condizionate;
  • successive.

Dire che un’azione non può essere realizzata immediatamente è più serio che inserirla in un elenco senza risorse o responsabilità.


Azioni reversibili quando possibile

Le prime fasi devono privilegiare decisioni che non chiudano il futuro:

  • Formati aperti.
  • Moduli.
  • Sperimentazioni.
  • Standard.

permettono di imparare senza vincolare la città per molti anni a una singola soluzione.


Il criterio di priorità

Tra due azioni, dovrebbe avere maggiore priorità quella che:

  • risolve un problema importante;
  • produce valore anche da sola;
  • abilita altre azioni;
  • ha costi sostenibili;
  • è verificabile;
  • riduce dipendenze future.

Questo criterio favorisce la costruzione progressiva del sistema.


Prima le infrastrutture invisibili

Spesso le azioni più importanti sono poco visibili.

  • Catalogare.
  • Standardizzare.
  • Documentare.
  • Formare.
  • Costruire procedure.

non producono necessariamente un’inaugurazione ma permettono a molte iniziative future di funzionare meglio.

Una città digitale matura non si riconosce dal numero delle piattaforme che inaugura, ma dalla qualità delle infrastrutture che permettono a quelle piattaforme di comunicare e sopravvivere.


Un Piano capace di fermare un’azione

L’elenco delle azioni non deve diventare irreversibile. Se una sperimentazione non produce risultati, deve poter essere:

  • modificata;
  • ridimensionata;
  • interrotta.

Questo è parte del metodo.


Anche non fare può essere una scelta

Dai dati potrebbe emergere che una nuova campagna non è necessaria, che un evento produce più costi che benefici, che un nuovo portale duplica servizi già disponibili.

Il Piano deve poter arrivare anche alla conclusione: questa azione non serve.

È una decisione strategica tanto quanto realizzarne una nuova.


Dal piano delle azioni alla misurazione

Abbiamo ora trasformato gli obiettivi in un primo programma operativo ma resta un problema decisivo: Come sappiamo se queste azioni funzionano?

  • Non basta sapere che una banca dati è stata costruita. Dobbiamo sapere se viene aggiornata e utilizzata.
  • Non basta avviare un questionario. Dobbiamo sapere se produce conoscenza utile.
  • Non basta pubblicare Open Data. Dobbiamo sapere se sono aggiornati e riutilizzabili.
  • Non basta migliorare un percorso. Dobbiamo sapere se le barriere sono realmente diminuite.

Per questo il prossimo capitolo riguarderà "Gli indicatori"