Avere molte informazioni non significa conoscere. Alla fine della Parte II abbiamo immaginato Salerno come una città capace di ascoltare continuamente se stessa.
- Turisti.
- Residenti.
- Lavoratori.
- Operatori.
A queste voci dobbiamo aggiungere tutto ciò che avevamo incontrato nella Parte I:
- statistiche;
- dati amministrativi;
- Open Data;
- studi;
- informazioni sulla mobilità;
- dati economici;
- ricettività;
- eventi;
- cultura;
- territorio;
- porto;
- indagini e ricerche.
Il risultato potrebbe essere una quantità enorme di informazioni. Ma proprio qui nasce un nuovo problema. Più informazioni raccogliamo, più diventa importante saperle organizzare altrimenti rischiamo di costruire un archivio molto grande senza aumentare realmente la nostra capacità di comprendere il turismo.
Informazione e conoscenza non sono la stessa cosa
Possiamo partire da un esempio molto semplice.
12.000 presenze è un dato ma da solo ci dice poco. Dobbiamo sapere:
- 12.000 presenze dove?
- In quale periodo?
- Riferite a quali strutture?
- Secondo quale fonte?
- Come vengono calcolate?
- Sono molte o poche rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente?
- Come si distribuiscono nel territorio?
- Qual è la permanenza media?
- Quale fenomeno stiamo cercando di comprendere?
Quando queste relazioni cominciano a essere costruite, il numero smette di essere soltanto un dato e comincia a diventare informazione interpretabile. Quando poi quella informazione viene confrontata con altre, inserita in una serie storica, collegata al territorio e utilizzata per verificare un'ipotesi, cominciamo a costruire conoscenza.
Dal dato alla decisione
Possiamo rappresentare il percorso in maniera semplice: dato → informazione → conoscenza → decisione → risultato → nuova conoscenza Il dato costituisce la materia prima --> L'informazione nasce quando conosciamo il significato del dato --> La conoscenza emerge quando mettiamo informazioni differenti in relazione --> La decisione utilizza quella conoscenza --> Il risultato della decisione produce nuovi dati.
E il ciclo ricomincia. Questo significa che la conoscenza turistica non dovrebbe essere considerata un archivio da completare ma un processo che continua nel tempo.
Una domanda prima del dato
C'è però un passaggio ancora precedente. Prima di raccogliere un dato dovremmo domandarci quale domanda vogliamo affrontare? Supponiamo di voler conoscere l'effetto di un grande evento. Potremmo raccogliere:
- presenze nelle strutture ricettive;
- utilizzo dei trasporti;
- accessi all'evento;
- spesa;
- rifiuti;
- traffico;
- percezione dei residenti;
- soddisfazione dei visitatori.
Ma nessuno di questi dati possiede valore semplicemente perché esiste. Lo acquista rispetto alla domanda: “Quali effetti ha prodotto questo evento sulla città?” La conoscenza parte quindi dalle domande, non dai database.
Raccogliere tutto è impossibile e inutile
Le tecnologie contemporanee permettono di raccogliere quantità enormi di dati. Questo può generare l'illusione che più dati possediamo, meglio conosciamo la realtà ma non è necessariamente vero. Possiamo infatti accumulare milioni di informazioni irrilevanti e continuare a non saper rispondere alle domande importanti.
Un sistema maturo deve essere capace anche di dire questo dato non ci serve. Oppure non abbiamo una ragione sufficiente per raccoglierlo. Il principio dovrebbe essere raccogliere ciò che serve a comprendere, non tutto ciò che è tecnicamente possibile raccogliere. È una scelta di efficienza, ma anche di responsabilità e tutela della privacy.
Il contesto trasforma il numero
Immaginiamo di sapere che in un determinato mese le presenze turistiche sono aumentate del 15%. Possiamo considerarlo immediatamente un risultato positivo? La risposta è: non ancora. Dobbiamo sapere:
- rispetto a quale periodo?
- Qual era il livello di partenza?
- L'aumento è concentrato in pochi giorni?
- È distribuito tra le strutture?
- È accompagnato da un aumento della permanenza?
- Ha prodotto maggiore occupazione?
- Quali effetti ha avuto sulla mobilità?
- Come è stato percepito dai residenti?
Il numero non cambia ma cambia ciò che siamo in grado di comprendere attraverso quel numero.
Collegare dati differenti
La vera capacità di un sistema conoscitivo emerge quando informazioni provenienti da fonti diverse possono essere confrontate.
Prendiamo ancora un evento del quale possiamo conoscere:
- numero dei partecipanti;
- presenze alberghiere;
- occupazione delle strutture;
- passeggeri del trasporto pubblico;
- traffico;
- rifiuti;
- spesa;
- segnalazioni;
- soddisfazione.
Separatamente descrivono frammenti mentre collegati possono aiutarci a capire l'impatto complessivo. È precisamente il contrario del dato disperso incontrato nella Parte I.
Collegare non significa confondere
Integrare informazioni differenti richiede però grande attenzione perchè due numeri possono sembrare confrontabili e non esserlo.
- Un dato può riferirsi al Comune di Salerno.
- Un altro all'intera provincia.
- Un altro ancora a un determinato campione.
- Uno può essere annuale.
- Un altro mensile.
- Uno può misurare persone.
- Un altro pernottamenti.
- Uno può derivare da una rilevazione amministrativa.
- Un altro da un sondaggio.
Mettere semplicemente questi numeri nella stessa tabella non produce automaticamente conoscenza. Può produrre paradossalmente un errore molto ben presentato.
Ogni dato deve raccontare la propria storia
Per questo un dato dovrebbe essere accompagnato da informazioni che permettano di comprenderlo:
- Chi lo ha prodotto?
- Quando?
- A quale territorio si riferisce?
- Quale periodo descrive?
- Con quale metodologia è stato raccolto?
- Quando è stato aggiornato?
- Quale unità di misura utilizza?
- Quali limiti possiede?
- Può essere riutilizzato?
Sono i metadati: dati che descrivono altri dati. Essi non sono una una questione tecnica ma sono ciò che permette di sapere che cosa stiamo realmente osservando.
La fonte deve rimanere visibile
Un sistema integrato non deve cancellare la provenienza delle informazioni:
- Se utilizziamo un dato regionale, deve essere possibile sapere che proviene dalla Regione.
- Se un'informazione arriva dal Comune, la fonte deve rimanere riconoscibile.
- Se deriva da un'indagine universitaria, dobbiamo conoscere metodologia e ricerca.
- Se proviene da una segnalazione partecipativa, deve essere distinta da un dato amministrativo.
Integrare non significa rendere tutto indistinguibile ma costruire relazioni mantenendo la tracciabilità della fonte.
Il dato ufficiale e il dato partecipativo
Questo punto è particolarmente importante per Salerno Turismo Aperto. Nel nostro sistema potranno convivere informazioni molto differenti:
- Un numero ISTAT.
- Un dataset regionale.
- Una rilevazione comunale.
- Un questionario.
- Una segnalazione di un residente.
- Un'osservazione di una guida.
Ovviamente non hanno lo stesso valore statistico e non devono averlo. Una segnalazione individuale non diventa vera soltanto perché è stata registrata ma può indicare un fenomeno da verificare.
Possiamo quindi costruire una relazione: segnalazione → ipotesi → verifica → evidenza.
Il dato partecipativo non sostituisce quello ufficiale ma può aiutarci a capire quali domande porre ai dati ufficiali.
Anche il dato ufficiale ha limiti
Allo stesso tempo non dobbiamo commettere l'errore opposto. Un dato ufficiale non descrive necessariamente tutta la realtà: anche se perfettamente corretto rispetto al fenomeno che misura e contemporaneamente insufficiente per rispondere alla nostra domanda.
Gli arrivi nelle strutture ricettive, ad esempio, possono essere statisticamente solidi ma non ci dicono automaticamente quanti visitatori giornalieri abbiano attraversato la città. Il problema non è il dato ma è utilizzare un dato per rispondere a una domanda diversa da quella per cui è stato prodotto.
Le definizioni vengono prima dei confronti
Immaginiamo che due soggetti pubblichino il numero dei “visitatori di Salerno”:
- Il primo conta chi pernotta.
- Il secondo include i crocieristi.
- Il terzo conta gli ingressi a determinati luoghi.
Tutti potrebbero utilizzare correttamente la parola “visitatori” e produrre numeri completamente differenti perchè non utilizzano definizioni condivise. Cosa intendiamo per:
- visitatore?
- turista?
- escursionista?
- presenza?
- evento?
- struttura ricettiva?
- attrattore?
- quartiere?
- accessibilità?
Le parole diventano parte dell'infrastruttura della conoscenza.
Un vocabolario comune
Da qui nasce la necessità di costruire progressivamente un vocabolario condiviso che utilizzi gli esistenti standard nazionali, europei o internazionali. Quando una definizione consolidata esiste, utilizzarla facilita il confronto con altri territori, dove invece esistono categorie specifiche locali, dobbiamo documentarle chiaramente.
Un sistema interoperabile non richiede soltanto computer capaci di comunicare ma anche che i soggetti attribuiscano lo stesso significato alle informazioni che si scambiano.
La dimensione geografica
Gran parte della conoscenza turistica possiede una dimensione spaziale:
- Dove si trovano le strutture?
- Dove avvengono gli eventi?
- Dove si concentrano i visitatori?
- Quali quartieri ricevono meno flussi?
- Dove emergono problemi di accessibilità?
- Dove si trovano i servizi?
- Dove vengono effettuate le segnalazioni?
Associare correttamente i dati al territorio permette di trasformare una tabella in una geografia del turismo.
La mappa non è soltanto uno strumento di comunicazione. Può diventare uno strumento di analisi.
La dimensione temporale
Lo stesso vale per il tempo. Un dato senza riferimento temporale perde rapidamente significato. Dobbiamo poter distinguere:
- oggi;
- ieri;
- lo stesso periodo dell'anno precedente;
- prima e dopo un intervento;
- stagione alta e stagione bassa;
- giorno feriale e festivo;
- periodo ordinario e grande evento.
La conoscenza nasce spesso proprio dal confronto e senza memoria storica il confronto diventa impossibile.
Conservare anche ciò che cambia
Un sistema informativo tende naturalmente ad aggiornare.
- Il nuovo orario sostituisce quello vecchio.
- La nuova classificazione sostituisce la precedente.
- Il nuovo valore sostituisce quello dell'anno scorso.
Ma una banca della conoscenza deve, quando necessario, essere capace anche di ricordare.
Perché potremmo voler sapere:
- quando è cambiato?
- come era prima?
- quali effetti ha prodotto il cambiamento?
La versione precedente non è sempre un'informazione inutile ma può essere parte della storia del fenomeno.
Conoscenza significa anche relazione
Immaginiamo di avere una scheda dedicata a un museo. Se contiene soltanto:
- nome;
- indirizzo;
- descrizione;
abbiamo un'informazione.
Ma possiamo collegarla a:
- fermate del trasporto pubblico;
- percorsi pedonali;
- accessibilità;
- eventi;
- quartiere;
- altri luoghi vicini;
- orari;
- dataset dei visitatori;
- segnalazioni;
- itinerari.
A quel punto non abbiamo più soltanto una scheda ma abbiamo un nodo di una rete di conoscenza. È questo passaggio che rende possibile costruire servizi differenti utilizzando la stessa base informativa.
Una sola conoscenza, molti servizi
Se i dati sono organizzati correttamente, non dobbiamo riscrivere la stessa informazione per ogni servizio. Lo stesso luogo può apparire:
- sul portale turistico;
- su una mappa;
- in un itinerario;
- in un'app;
- in un dataset;
- in un servizio per l'accessibilità;
- in una dashboard;
- attraverso un'API.
L'informazione viene mantenuta una volta e utilizzata molte volte.
È il principio: un dato, molti utilizzi.
Lo svilupperemo più avanti, ma possiamo già comprenderne la conseguenza fondamentale: la conoscenza non deve essere progettata attorno a una singola pagina web. Deve essere progettata per poter generare molti servizi.
Separare il dato dalla sua presentazione
Questo implica una distinzione decisiva: una cosa è il dato e un'altra è il modo nel quale lo mostriamo.
L'informazione “questo luogo è accessibile con determinate caratteristiche”
può essere visualizzata :
- Come testo.
- Come icona.
- Come filtro di ricerca.
- Come elemento di una mappa.
- Come informazione vocale.
- Come dato utilizzato da un'applicazione esterna.
Se dato e presentazione coincidono, ogni nuovo servizio richiede di ricostruire tutto. Se sono separati, possiamo creare nuove forme di utilizzo senza duplicare la conoscenza.
Conoscenza per chi?
A questo punto dobbiamo ricordare una domanda fondamentale: per chi stiamo costruendo tutto questo?
- Non soltanto per l'amministrazione.
- Non soltanto per il turista.
Una stessa infrastruttura può servire:
al visitatore, per orientarsi;
al residente, per conoscere e partecipare;
all'impresa, per comprendere la domanda;
al lavoratore, per accedere alle informazioni;
al ricercatore, per analizzare;
all'amministratore, per decidere;
al giornalista, per verificare;
allo sviluppatore, per costruire nuovi servizi;
all'associazione, per proporre e controllare.
La conoscenza diventa così infrastruttura civica.
Non costruire una nuova isola
Il rischio sarebbe creare un'altra grande banca dati completamente separata da tutto ciò che già esiste.
A quel punto avremmo semplicemente aggiunto un nuovo contenitore alla dispersione descritta nella Parte I. Il principio deve essere opposto.
- Quando il dato esiste ed è accessibile: riutilizzarlo.
- Quando esiste ma non è facilmente accessibile: costruire il collegamento.
- Quando manca: valutare se e come produrlo.
- Quando un altro soggetto ne è la fonte autorevole: non sostituirsi alla fonte.
La futura infrastruttura deve quindi essere pensata soprattutto come rete di relazioni.
Autorevolezza distribuita
Questo conduce a un modello interessante: non esiste necessariamente un unico soggetto che possiede tutta la conoscenza.
- La Regione può essere autorevole per determinate informazioni.
- Il Comune per altre.
- Un museo per i propri orari.
- Il gestore del trasporto per le proprie fermate.
- Un'organizzazione per il proprio evento.
Il sistema deve sapere: chi è la fonte autorevole per ciascun tipo di informazione.
La conoscenza può essere centralmente accessibile senza essere centralmente prodotta.
La correzione deve tornare alla fonte
Immaginiamo che attraverso GiraSalerno un cittadino segnali che l'orario di un luogo è sbagliato. La soluzione peggiore sarebbe correggere soltanto la copia presente su GiraSalerno perchè avremmo due versioni:
- la fonte sbagliata;
- la nostra copia corretta.
Il principio corretto dovrebbe essere: segnalazione → verifica → correzione alla fonte → aggiornamento dei servizi che riutilizzano il dato.
In questo modo la partecipazione non migliora soltanto un sito ma tutto l'ecosistema informativo.
La qualità deve essere visibile
Non tutti i dati avranno lo stesso livello di affidabilità. Potremmo avere:
- dato ufficiale aggiornato;
- dato ufficiale non aggiornato recentemente;
- dato proveniente da una fonte verificata;
- dato segnalato e in attesa di verifica;
- stima;
- dato sperimentale.
Nascondere queste differenze sarebbe un errore perchè la qualità dell'informazione dovrebbe essere, quando possibile, esplicita.
Meglio dichiarare “ultimo aggiornamento: sei mesi fa” che presentare un'informazione come certamente attuale quando non possiamo garantirlo. La trasparenza sui limiti aumenta l'affidabilità complessiva del sistema.
Anche l'assenza di dati è conoscenza
Supponiamo di costruire una mappa dell'accessibilità dei luoghi culturali.
Per alcuni possediamo informazioni complete mentre per altri no.
La tentazione potrebbe essere nascondere i campi mancanti.
Ma sapere che per venti luoghi non possediamo informazioni sull'accessibilità è già un risultato.
La lacuna diventa visibile.
Può generare una nuova rilevazione.
Può diventare una priorità.
È il principio già incontrato nella Parte I: sapere cosa non sappiamo è parte della conoscenza.
Documentare il metodo
Ogni indicatore, dataset o analisi dovrebbe poter rispondere anche alla domanda:come è stato prodotto?
Non per appesantire ogni pagina con dettagli tecnici ma perché la metodologia deve essere disponibile. Un dato verificabile è più utile di un dato che dobbiamo semplicemente accettare. Questo è particolarmente importante quando la conoscenza viene utilizzata per sostenere una decisione pubblica. Chi non condivide quella decisione deve poter verificare le informazioni sulle quali è stata costruita.
La conoscenza come spazio democratico
Arriviamo così a una dimensione che supera la tecnologia. Se amministrazione, cittadini, imprese e associazioni discutono utilizzando informazioni completamente differenti, il confronto pubblico diventa molto difficile.
Se ognuno possiede i propri numeri e ognuno seleziona le proprie fonti la discussione rischia di trasformarsi in una contrapposizione di affermazioni.
Una base informativa pubblica, documentata e verificabile non elimina le differenze politiche, permette però di discutere partendo almeno da un terreno conoscitivo comune.
Due persone possono leggere lo stesso dato e proporre politiche opposte.
La funzione del dato non è stabilire automaticamente chi abbia ragione ma rendere il confronto più trasparente.
I dati non decidono
Questo principio merita di essere espresso con chiarezza:
- Nessun database può decidere quale turismo vogliamo.
- Nessun algoritmo può stabilire quale equilibrio sia giusto tra crescita economica, qualità urbana e tutela del territorio.
- Nessun indicatore può sostituire una scelta politica.
I dati possono mostrarci conseguenze, permetterci confronti, rivelare problemi, verificare risultati ma alla fine qualcuno deve scegliere tra alternative che possono esprimere valori differenti.
La conoscenza non sostituisce la politica. La rende più consapevole e più verificabile.
Conoscere per partecipare
Lo stesso vale per la partecipazione. Chiedere a un cittadino: “sei favorevole a questa scelta?” senza fornirgli informazioni sulle alternative e sulle conseguenze produce una partecipazione molto debole. La partecipazione informata richiede accesso alla conoscenza.
Per questo Open Data, trasparenza e partecipazione democratica non sono tre progetti separati. Sono parti dello stesso processo:
conoscere per partecipare;
partecipare per decidere;
misurare per migliorare.
Una memoria che appartiene alla città
Se costruita correttamente, l'infrastruttura della conoscenza può avere una caratteristica particolarmente importante: sopravvivere ai singoli progetti e alle singole amministrazioni.
- I dati rimangono.
- Le serie storiche continuano.
- Le metodologie sono documentate.
- Le fonti restano riconoscibili.
- Le decisioni possono cambiare.
- Le priorità politiche possono cambiare.
- Gli strumenti tecnologici possono essere sostituiti.
ma il patrimonio conoscitivo continua a crescere. È il contrario della situazione nella quale ogni nuova stagione deve ricominciare da zero.
Dal patrimonio alla Banca Dati Turistica Aperta
Abbiamo quindi compiuto un passaggio fondamentale. Le informazioni non devono essere semplicemente accumulate ma essere:
descritte;
collegate;
documentate;
georeferenziate quando necessario;
collocate nel tempo;
associate alla propria fonte;
rese verificabili;
conservate;
riutilizzate.
Quando questo avviene, una raccolta di dati comincia a trasformarsi in infrastruttura della conoscenza.
Finora ne abbiamo descritto soprattutto i principi. Nel prossimo capitolo dobbiamo cominciare a darle una forma.
- Non un nuovo sito.
- Non un gigantesco archivio nel quale copiare tutto.
- Non un database chiuso appartenente a una singola organizzazione.
Piuttosto un sistema capace di collegare fonti differenti, conservare ciò che deve essere conservato e rendere accessibile ciò che può essere condiviso.