Sono andato in libreria per ritirare un libro che avevo ordinato. Il libro non era ancora arrivato. «Nessun problema», mi ha detto l’addetta. «Quando arriverà le verrà inviato un messaggio». Fin qui, nulla di strano. Se non fosse che quel messaggio, nelle due occasioni precedenti, non era mai arrivato, nonostante il mio indirizzo email e il mio numero di telefono fossero corretti. Per verificare il problema, l’addetta mi ha mostrato un cartoncino con un QR code di WhatsApp: «Controlli qui che i dati siano esatti». Ed è a quel punto che è emerso il vero problema.
«Esatto cosa? Io non uso WhatsApp e non voglio usarlo. Lei mi ha parlato di un messaggio: mandatemi un SMS oppure una email. Perché per ricevere una comunicazione da una libreria dovrei installare un determinato software proprietario?»
La questione potrebbe sembrare insignificante. In realtà racconta molto bene ciò che sta accadendo nella nostra vita digitale: abbiamo cominciato a considerare normale che un servizio disponibile a tutti venga subordinato, direttamente o indirettamente, all'utilizzo di una piattaforma privata.
Non c'è quasi più bisogno di imporre WhatsApp. È sufficiente dare per scontato che tutti lo abbiano.
E chi non lo usa? Diventa l'eccezione da gestire!
Il paradosso di una libreria
Il caso mi ha colpito anche per il luogo nel quale è avvenuto: una libreria Feltrinelli.
Feltrinelli non è soltanto un esercizio commerciale. È un marchio legato da decenni al mondo della cultura e dell'editoria, un luogo nel quale troviamo libri dedicati ai diritti digitali, alla privacy, alla sorveglianza, al potere delle grandi piattaforme tecnologiche e alle trasformazioni sociali prodotte dalla tecnologia.
Proprio per questo il paradosso appare ancora più evidente.
Per comunicare al cliente l'arrivo di un libro - un'informazione banalissima - si finisce per indirizzarlo verso WhatsApp, un servizio proprietario appartenente a Meta.
Non è necessario demonizzare WhatsApp per vedere il problema.
WhatsApp utilizza la crittografia end-to-end per i messaggi personali, ed è corretto riconoscerlo. Ma questo non trasforma il servizio in uno strumento neutrale. Rimane una piattaforma proprietaria: il cittadino non può studiarne liberamente tutto il funzionamento, modificarla o scegliere liberamente un altro programma pienamente interoperabile per comunicare con chi utilizza WhatsApp. Inoltre, come accade per molti servizi digitali centralizzati, esistono dati e metadati relativi all'utilizzo del servizio che vanno distinti dal contenuto cifrato delle conversazioni.
Il punto, però, è ancora precedente alla discussione sulla privacy.
Perché dovrei avere WhatsApp per sapere che è arrivato il libro che ho ordinato?
Un SMS svolge esattamente quella funzione. Una email altrettanto. Non occorre iscriversi a una piattaforma, accettare condizioni d'uso, installare un'applicazione o entrare nell'ecosistema di una multinazionale tecnologica.
Da possibilità a requisito sociale
Il problema non è WhatsApp in sé. O, almeno, non è soltanto WhatsApp. Il problema nasce quando uno strumento privato diventa così diffuso da trasformarsi, senza che nessuno lo abbia formalmente deciso, in una sorta di infrastruttura pubblica di fatto.
«Tanto WhatsApp ce l'hanno tutti» è probabilmente questa la frase, pronunciata o semplicemente pensata, che sta alla base di migliaia di decisioni simili.
Scuole, associazioni, negozi, professionisti, condomini, gruppi sportivi e perfino servizi di interesse generale finiscono così per utilizzare una piattaforma commerciale come canale ordinario di comunicazione.
Ma molto diffuso non significa obbligatorio.
E soprattutto non significa universale.
Esistono persone che non utilizzano WhatsApp per ragioni di privacy, per scelta tecnologica, perché preferiscono Software Libero, perché utilizzano altri sistemi di comunicazione o semplicemente perché non vogliono consegnare a una società privata la scelta degli strumenti attraverso i quali possono partecipare alla propria vita sociale.
Non dovrebbero essere penalizzate per questo.
La libertà digitale comincia dalle alternative
C'è un principio molto semplice che dovremmo recuperare: quando un servizio non richiede tecnicamente una determinata piattaforma, il cittadino dovrebbe poter scegliere.
Nel caso della libreria, per esempio, sarebbe sufficiente chiedere al momento dell'ordine:
Come preferisce essere avvisato?
SMS. Email. Eventualmente WhatsApp, per chi desidera utilizzarlo.
Tre possibilità, nessun problema.
La questione cambia completamente: WhatsApp smette di essere un presupposto implicito e torna a essere ciò che dovrebbe essere, cioè una delle possibili scelte.
Si potrebbe discutere anche dell'impiego di strumenti liberi e maggiormente interoperabili, ma non è nemmeno necessario arrivare a tanto per risolvere il problema. Per comunicare «il suo libro è arrivato» abbiamo già tecnologie semplici, universali e consolidate.
Non abbiamo bisogno di trasformare ogni gesto quotidiano in un rapporto con una piattaforma digitale.
Il monopolio più forte è quello che non percepiamo più
La parte più interessante di questa vicenda è proprio la naturalezza con la quale tutto è avvenuto. L'addetta non stava cercando di impormi consapevolmente WhatsApp. Stava semplicemente seguendo una procedura che evidentemente considera normale.
Ed è precisamente questo il problema.
Quando una tecnologia diventa talmente dominante da non essere più percepita come una scelta, abbiamo già fatto un passo verso la dipendenza.
Chi non usa quella tecnologia appare complicato. Chi chiede un'alternativa sembra pretendere un trattamento particolare. Chi domanda un semplice SMS finisce quasi per sembrare quello che non vuole adeguarsi al progresso.
Ma il progresso digitale dovrebbe significare più possibilità, non meno.
Dovrebbe aumentare la nostra libertà di scelta, non costringerci tutti dentro la stessa applicazione.
Una questione anche europea
C'è poi un tema più generale che riguarda l'Europa.
Da anni discutiamo di sovranità digitale, dipendenza tecnologica, interoperabilità, protezione dei dati e potere delle grandi piattaforme. Sono questioni enormi, affrontate anche attraverso la legislazione europea.
Ma la sovranità digitale non si costruisce soltanto nei regolamenti o nei grandi progetti industriali. Si costruisce anche nelle piccole decisioni quotidiane.
Se una libreria, un'associazione, una scuola, un'amministrazione o un'impresa può comunicare con una persona attraverso un protocollo o uno strumento universalmente accessibile, perché dovrebbe obbligarla - anche soltanto di fatto - a passare attraverso una specifica piattaforma privata?
È una domanda che dovremmo cominciare a porre molto più spesso.
Non chiedo di abolire WhatsApp. Chiedo di poter scegliere
Non propongo di impedire a Feltrinelli di usare WhatsApp. Se un cliente desidera ricevere lì la notifica dell'arrivo del proprio libro, benissimo. Chiedo qualcosa di molto più semplice: che WhatsApp sia una possibilità e non un requisito implicito.
Le aziende possono fare una cosa estremamente semplice: offrire sempre almeno un'alternativa indipendente dalla piattaforma.
SMS ed email sono più che sufficienti per moltissime comunicazioni.
E noi utenti possiamo cominciare a chiederlo.
Non serve una crociata contro una singola applicazione. Serve recuperare la consapevolezza che ciò che è comodo non è necessariamente neutrale e che ciò che utilizza la maggioranza non deve diventare obbligatorio per tutti.
E il mio libro?
Alla fine della discussione non è comparsa alcuna sofisticata soluzione tecnologica. L'addetta mi ha spiegato che avrei potuto telefonare io alla libreria per sapere se il libro fosse arrivato.
Siamo così passati dal QR code di WhatsApp… alla telefonata del cliente.
Una soluzione curiosamente arretrata per un problema che avrebbe richiesto semplicemente un SMS.
Ma quell'episodio mi ha lasciato soprattutto una convinzione.
La libertà digitale non si difende soltanto nelle grandi battaglie sulla privacy, sull'intelligenza artificiale, sui dati o sul potere delle Big Tech. Si difende anche davanti alla cassa di una libreria, quando qualcuno ci mostra un QR code e dà per scontato che abbiamo WhatsApp.
Possiamo tranquillamente rispondere:
«No, grazie. Mandatemi un SMS».
Perché comprare un libro non dovrebbe richiedere l'adesione all'ecosistema digitale di nessuno.