Tutto è partito da una constatazione apparentemente banale. Ho letto almeno una decina di romanzi di Fred Vargas, seguo quotidianamente la televisione e, fino a poco tempo fa, ero convinto che il commissario Jean-Baptiste Adamsberg e il suo inseparabile Danglard non fossero mai arrivati sullo schermo, almeno in Italia.
Mi sbagliavo.
Gli adattamenti esistono, sono francesi, hanno avuto interpreti importanti e alcuni sono stati trasmessi anche dalla televisione italiana. Il fatto che io non li abbia mai incontrati, pur appartenendo probabilmente al loro pubblico naturale, mi sembra però quasi più interessante della loro stessa esistenza. Perché un prodotto culturale europeo tratto dai romanzi di una scrittrice conosciuta e tradotta in numerosi Paesi può attraversare la nostra televisione quasi clandestinamente, mentre conosciamo perfettamente decine di investigatori, avvocati, medici, profiler, agenti federali e poliziotti provenienti dagli Stati Uniti?
Il problema, naturalmente, non sono le serie americane. Alcune sono straordinarie e sarebbe culturalmente miope sostituire un nazionalismo europeo al predominio statunitense. Il problema è un altro: la sproporzione.
Da decenni una parte consistente dell'immaginario audiovisivo europeo viene alimentata da un sistema produttivo e distributivo statunitense enormemente più forte del nostro. Non importiamo soltanto film e serie televisive. Insieme a essi importiamo ritmi narrativi, modelli sociali, linguaggi, categorie politiche, rappresentazioni della giustizia, della famiglia, del lavoro, della violenza, della città e persino del conflitto personale.
Abbiamo imparato a riconoscere una strada di New York, Los Angeles o Chicago senza esserci mai stati. Conosciamo il funzionamento narrativo dell'FBI, della CIA, delle procure americane e delle loro polizie molto più di quanto conosciamo istituzioni, luoghi e dinamiche sociali di Paesi europei che distano poche centinaia di chilometri da noi.
Non è necessariamente il risultato di un progetto deliberato. È soprattutto la conseguenza di un'enorme asimmetria industriale. Le grandi major statunitensi hanno costruito per decenni un sistema capace non soltanto di produrre contenuti, ma di distribuirli globalmente, promuoverli, trasformarli in marchi riconoscibili e occupare stabilmente gli spazi della televisione, del cinema e, successivamente, delle piattaforme digitali.
L'Europa, al contrario, continua troppo spesso a produrre culture nazionali che comunicano poco tra loro.
Ed è qui che Fred Vargas diventa un caso interessante.
Jean-Baptiste Adamsberg è quasi l'antitesi dell'investigatore costruito secondo molti degli schemi ai quali la serialità televisiva ci ha abituati. Non corre continuamente, non ha bisogno di dimostrare la propria autorità, non riempie ogni silenzio con una battuta e soprattutto non sembra ossessionato dalla necessità di arrivare immediatamente a una conclusione.
Adamsberg cammina.
Osserva.
Aspetta.
A volte sembra addirittura distratto.
Eppure pensa.
Personalmente trovo in lui qualcosa di profondamente anarchico, non nel senso superficiale della ribellione permanente contro qualsiasi istituzione — perché Adamsberg è, paradossalmente, un commissario di polizia e quindi un uomo pienamente inserito nei meccanismi dello Stato — ma nel significato più interessante dell'indipendenza del pensiero.
Adamsberg non riconosce automaticamente autorità agli schemi soltanto perché sono consolidati. Non accetta una spiegazione perché è quella più comoda. Non forza la realtà dentro una categoria prestabilita. Lascia invece che siano i fatti, le contraddizioni, le intuizioni e persino ciò che apparentemente non ha alcuna importanza a costruire lentamente una possibile interpretazione.
La sua lentezza non è incapacità di decidere. È rifiuto della decisione prematura.
Ed è proprio qui che Adamsberg diventa, forse involontariamente, un personaggio estremamente contemporaneo.
Viviamo infatti dentro un sistema comunicativo che ci chiede continuamente di formulare giudizi immediati. Un fatto accade e pochi minuti dopo dobbiamo già sapere chi ha ragione, chi ha torto, chi è il colpevole, chi la vittima, quale categoria utilizzare e da quale parte schierarci.
Adamsberg fa esattamente il contrario.
Prima osserva.
E soltanto molto dopo giudica.
Accanto a lui c'è Danglard, che rappresenta quasi il movimento opposto: conoscenza, memoria, cultura, documentazione, metodo. La loro relazione è interessante proprio perché Vargas non ci obbliga a scegliere tra i due. L'intuizione di Adamsberg ha bisogno della conoscenza di Danglard e la razionalità di Danglard ha bisogno, qualche volta, dell'indisciplina mentale di Adamsberg.
Non è forse questa una delle migliori definizioni possibili dell'analisi?
Conoscere i fatti senza diventarne prigionieri e avere intuizioni senza trasformarle in verità.
Ed è anche per questo che considero sorprendente la marginalità televisiva di questo universo narrativo.
Non perché Fred Vargas debba necessariamente piacere a tutti, personalmente ne sono innamorato, ma perché una cultura audiovisiva europea realmente pluralista dovrebbe almeno permetterci di incontrarla.
La Francia produce narrativa, cinema e televisione. Lo stesso fanno Germania, Spagna, Belgio, Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, Polonia, Repubblica Ceca e molti altri Paesi europei. Eppure una parte enorme di questa produzione attraversa con difficoltà i confini nazionali.
Abbiamo costruito un mercato unico nel quale circolano merci, capitali e persone, ma non siamo ancora riusciti a costruire con la stessa efficacia uno spazio culturale europeo condiviso.
La contraddizione è evidente.
Un cittadino italiano può acquistare senza difficoltà un'automobile tedesca, un formaggio francese, un mobile svedese o un prodotto elettronico progettato nei Paesi Bassi. Ma può avere enormi difficoltà persino a scoprire una buona serie televisiva prodotta negli stessi Paesi.
Nel frattempo il sistema statunitense dispone di una macchina distributiva capace di portare contemporaneamente lo stesso immaginario in decine di nazioni.
Con l'affermazione delle grandi piattaforme avremmo potuto immaginare un cambiamento radicale. Tecnicamente non esiste più il limite del palinsesto televisivo: un catalogo digitale potrebbe mettere a disposizione migliaia di produzioni europee sottotitolate o doppiate.
Eppure la disponibilità tecnica non coincide necessariamente con la visibilità.
Un'opera che esiste dentro un catalogo ma che nessun algoritmo propone, nessuna campagna pubblicitaria racconta e nessuna homepage mette in evidenza rischia di essere culturalmente quasi equivalente a un'opera che non esiste.
Il problema diventa quindi quello della scoperta.
Ed eccomi nuovamente davanti ad Adamsberg.
Io leggo Fred Vargas. Guardo la televisione. Sono interessato a quel genere di narrativa. Gli adattamenti televisivi sono persino passati in Italia.
Eppure non li ho visti.
Potrei naturalmente attribuirlo al caso. Ma proprio quel caso mi sembra una piccola dimostrazione di qualcosa di più grande: produciamo opere europee, qualche volta riusciamo persino a distribuirle, ma troppo spesso non riusciamo a costruire intorno a esse uno spazio culturale capace di renderle visibili.
La questione non dovrebbe allora essere come limitare la cultura americana. Sarebbe una risposta sbagliata a una domanda giusta.
Dovremmo piuttosto chiederci perché l'Europa, che possiede una straordinaria diversità linguistica, letteraria, cinematografica e culturale, continui ad avere tanta difficoltà nel raccontare se stessa ai propri cittadini.
Vorrei poter conoscere una buona serie polacca con la stessa facilità con cui conosco quella statunitense.
Vorrei poter incontrare un investigatore francese senza doverlo cercare deliberatamente.
Vorrei che un romanzo italiano potesse diventare naturalmente una produzione vista in Finlandia, Portogallo o Germania, così come consideriamo perfettamente normale che una storia ambientata in California venga vista contemporaneamente a Roma, Parigi, Berlino e Madrid.
Non significherebbe chiudersi all'America.
Significherebbe finalmente aprirsi all'Europa.
E forse abbiamo bisogno proprio di un personaggio come Adamsberg per comprenderlo: qualcuno che, davanti a ciò che tutti considerano normale, continui tranquillamente a camminare, osservare e domandarsi se la spiegazione più evidente sia davvero quella giusta.
Perché qualche volta il primo gesto di libertà non consiste nel ribellarsi.
Consiste semplicemente nel guardare altrove.