Per molti anni la migrazione da Microsoft Windows a Linux è stata presentata soprattutto come un problema di compatibilità.
“Il programma che utilizziamo funziona solo su Windows.”
“Quei documenti sono stati creati con Microsoft Office.”
“Il gestionale non esiste per Linux.”
“Gli utenti non vogliono imparare un sistema diverso.”
Sono obiezioni concrete, ma descrivono soltanto una parte della questione. Il rischio è di accettare implicitamente l’idea che Windows costituisca lo standard naturale dell’informatica e che Linux debba dimostrare di essere una copia sufficientemente fedele per poter essere preso sul serio.
Ma Linux non deve imitare Windows.
Il Software Libero non nasce per riprodurre il modello proprietario con programmi gratuiti. Nasce da principi differenti: libertà dell’utente, disponibilità del codice sorgente, possibilità di studiare e modificare il software, diritto di redistribuirlo, controllo dei dati e indipendenza dai singoli fornitori.
La migrazione da Windows a Linux, soprattutto per uno Stato o per una grande organizzazione, non dovrebbe quindi essere descritta come una gara tra sistemi operativi. È piuttosto un passaggio da un modello di dipendenza a un modello di autonomia.
Il problema principale non è che Linux non riesca a imitare perfettamente Windows. Il problema è che per decenni interi sistemi informatici, procedure amministrative, documenti, applicazioni e competenze sono stati costruiti intorno a una piattaforma commerciale dominante.
Il vero problema non è Linux: è la dipendenza
Quando un’amministrazione utilizza Windows, Microsoft Office, Exchange, Teams, SharePoint, OneDrive, Active Directory e altri servizi collegati, non sta semplicemente scegliendo alcuni programmi.
Sta adottando un ambiente complessivo nel quale:
- il sistema operativo condiziona le applicazioni;
- le applicazioni condizionano i formati dei documenti;
- i formati condizionano la collaborazione;
- la collaborazione condiziona le procedure;
- le procedure condizionano la formazione;
- la formazione rafforza la dipendenza dal fornitore.
Dopo molti anni, il passaggio a un altro ambiente appare difficile non perché l’alternativa sia necessariamente immatura, ma perché il sistema precedente è diventato un’infrastruttura sociale e organizzativa.
Un ufficio può essere formalmente libero di scegliere un altro sistema operativo, ma non esserlo realmente perché:
- il gestionale funziona solo su Windows;
- i modelli ufficiali sono file DOCX o XLSX;
- le procedure dipendono da macro VBA;
- i fornitori certificano soltanto Windows;
- il personale è stato formato su Microsoft Office;
- il supporto tecnico conosce una sola piattaforma;
- i dati sono conservati in servizi proprietari;
- cambiare sistema significherebbe rivedere decine di processi.
Questa è la vera forza di un monopolio tecnologico: non l’obbligo esplicito, ma la costruzione progressiva di un ambiente nel quale l’uscita diventa costosa.
La compatibilità è reale, ma non è un argomento contro la libertà
La compatibilità tra software Microsoft e Linux rappresenta un problema reale. Tuttavia, bisogna distinguere tra due questioni diverse.
La prima è tecnica:
Un determinato programma può funzionare su Linux?
La seconda è politica e organizzativa:
Perché un’amministrazione dovrebbe essere costretta a dipendere da quel programma e da quel sistema operativo?
Le due domande non hanno la stessa risposta.
Un programma Windows può non funzionare su Linux per ragioni tecniche. Può utilizzare API proprietarie, driver specifici, componenti COM, ActiveX, librerie DLL o servizi presenti soltanto nell’ambiente Microsoft.
Ma il fatto che un programma sia incompatibile non dimostra che Linux sia inadeguato. Dimostra che il programma è stato progettato per vincolare l’utente a un ambiente specifico.
La compatibilità è spesso un requisito necessario durante la transizione, ma non dovrebbe diventare il criterio assoluto con cui valutare una piattaforma libera. Se fosse così, ogni alternativa sarebbe obbligata a riprodurre indefinitamente le scelte del sistema dominante.
Linux non deve essere “Windows gratuito”
Linux non è una versione gratuita di Windows e non dovrebbe diventarlo.
Un sistema libero può adottare interfacce familiari, offrire strumenti semplici e rendere il passaggio meno traumatico. Ma la sua finalità non è ricreare ogni caratteristica del modello proprietario.
Il Software Libero introduce una concezione diversa dell’informatica:
- il programma non è una scatola chiusa;
- il codice può essere studiato;
- le vulnerabilità possono essere analizzate;
- il software può essere modificato;
- l’utente non dipende necessariamente dal produttore originale;
- i dati possono essere trasferiti;
- il programma può essere mantenuto anche se il fornitore cambia strategia;
- più soggetti possono offrire supporto sullo stesso codice.
Queste libertà hanno un valore anche quando l’esperienza d’uso non è identica a quella di Windows.
Anzi, in molti casi una certa differenza è positiva. Significa che non si sta semplicemente trasferendo una vecchia dipendenza su una nuova piattaforma, ma si stanno ripensando i processi e gli strumenti.
Le quattro libertà del Software Libero
La discussione sulle migrazioni dovrebbe partire dalle libertà fondamentali del Software Libero.
L’utente deve poter:
- eseguire il programma per qualsiasi scopo;
- studiarne il funzionamento e modificarlo;
- ridistribuire copie;
- distribuire versioni modificate.
Queste libertà non sono un dettaglio giuridico. Sono una forma di controllo.
Un’amministrazione che utilizza Software Libero può decidere di:
- correggere un programma;
- incaricare un’impresa diversa di mantenerlo;
- adattarlo alle proprie esigenze;
- condividere le modifiche con altre amministrazioni;
- controllare il trattamento dei dati;
- conservare una copia completa del codice;
- continuare a utilizzare il software anche se il produttore originale fallisce.
Il punto non è che lo Stato debba necessariamente sviluppare internamente ogni programma. Il punto è che non deve perdere la possibilità di farlo, né essere obbligato a rivolgersi a un unico soggetto.
Il problema dei formati proprietari
Uno degli strumenti più potenti della dipendenza tecnologica è il formato dei dati.
Un documento dovrebbe appartenere a chi lo ha creato, non al programma utilizzato per aprirlo.
Se un’amministrazione produce per decenni documenti che possono essere modificati correttamente soltanto con una determinata versione di Microsoft Office, il formato è diventato una forma di dipendenza.
Il problema non riguarda solo l’estensione del file. Un documento DOCX o XLSX può essere tecnicamente leggibile da molti programmi, ma la compatibilità può diminuire quando vengono utilizzati:
- macro;
- font proprietari;
- formule complesse;
- collegamenti esterni;
- modelli personalizzati;
- grafici avanzati;
- componenti aggiuntivi;
- funzionalità non documentate;
- meccanismi di firma;
- automazioni integrate.
Per questo i formati aperti sono fondamentali. Un formato aperto deve essere documentato, implementabile da soggetti diversi e non subordinato a un singolo produttore.
L’obiettivo non è proibire immediatamente tutti i formati Microsoft. Durante una transizione è ragionevole continuare a gestire i documenti ricevuti dall’esterno. Ma i documenti interni, gli archivi pubblici e i nuovi sistemi dovrebbero essere progettati in modo da non dipendere da un unico programma.
Una politica seria potrebbe prevedere:
- uso di formati aperti per i documenti ufficiali;
- conservazione a lungo termine in formati documentati;
- pubblicazione dei dati in formati riutilizzabili;
- eliminazione progressiva delle macro proprietarie;
- possibilità di esportare integralmente i dati;
- contratti che vietino il blocco artificiale dell’interoperabilità.
La diversità non è necessariamente frammentazione
Una delle critiche rivolte alle distribuzioni nazionali o istituzionali è che potrebbero creare frammentazione.
È un rischio possibile, ma non è una conseguenza inevitabile.
La diversità può essere un valore quando consente a comunità e istituzioni diverse di adattare il software alle proprie esigenze. Il Software Libero non richiede che tutti utilizzino esattamente la stessa distribuzione, la stessa interfaccia o lo stesso fornitore.
Richiede piuttosto che le soluzioni possano comunicare, essere studiate, modificate e sostituite.
La vera frammentazione si verifica quando:
- i dati non possono essere trasferiti;
- i protocolli sono chiusi;
- il software dipende da un solo fornitore;
- le modifiche non possono essere condivise;
- le licenze impediscono la collaborazione;
- i sistemi non possono essere sostituiti.
Al contrario, più distribuzioni possono convivere se adottano standard comuni e se contribuiscono a un ecosistema condiviso.
Una distribuzione nazionale può essere utile perché:
- integra la lingua e le esigenze locali;
- include strumenti amministrativi specifici;
- rispetta norme e procedure nazionali;
- crea competenze interne;
- sviluppa driver e supporto per hardware locale;
- finanzia sviluppi che possono essere restituiti alla comunità;
- offre un punto di riferimento alle amministrazioni;
- riduce il rischio di dipendere da decisioni prese altrove.
La domanda corretta non è quindi:
“Quante distribuzioni esistono?”
La domanda corretta è:
“Le diverse soluzioni sono interoperabili e gli utenti conservano la libertà di cambiare?”
La libertà non significa assenza di organizzazione
Difendere la diversità non significa sostenere l’improvvisazione.
Un progetto pubblico basato sul Software Libero deve comunque avere:
- manutenzione a lungo termine;
- aggiornamenti di sicurezza;
- documentazione;
- gestione centralizzata;
- supporto agli utenti;
- procedure di certificazione;
- formazione;
- test hardware;
- finanziamenti;
- responsabilità definite.
Il Software Libero non elimina il lavoro. Elimina, o almeno riduce, la dipendenza esclusiva da un singolo proprietario.
Il codice può essere libero, ma occorre comunque qualcuno che:
- lo integri;
- lo aggiorni;
- lo distribuisca;
- lo controlli;
- lo documenti;
- lo adatti;
- risponda agli utenti.
La differenza è che queste attività possono essere svolte da più soggetti, anche in concorrenza tra loro, sullo stesso patrimonio comune.
Questa è una forma di concorrenza più sana rispetto alla competizione tra prodotti incompatibili e chiusi.
Che cosa stanno facendo alcuni Paesi?
Cina, Francia e Paesi Bassi mostrano approcci diversi, ma condividono una consapevolezza: l’informatica pubblica non può dipendere completamente dalle scelte di una multinazionale straniera.
Non si tratta, in tutti i casi, di migrazioni già completate. Sono percorsi in corso, con obiettivi, strumenti e livelli di adozione differenti.
Cina: costruire un ecosistema tecnologico autonomo
La Cina ha affrontato il problema in modo fortemente strategico e industriale.
Il progetto non consiste semplicemente nell’installare Linux al posto di Windows. L’obiettivo più ampio è costruire una filiera nazionale composta da:
- sistemi operativi;
- processori;
- hardware;
- applicazioni d’ufficio;
- software gestionali;
- servizi cloud;
- produttori locali;
- sistemi di sicurezza;
- strumenti per il settore pubblico.
Kylin e NeoKylin sono tra i nomi più importanti di questa strategia. Il progetto Kylin è nato nel 2001 in ambito accademico e militare; successivamente ha adottato una base Linux. NeoKylin è stato rivolto a uffici pubblici, difesa, energia e altri settori strategici. Esiste inoltre Ubuntu Kylin, nato da una collaborazione con Canonical per il mercato cinese. Wikipedia
La Cina ha inoltre sviluppato openKylin, una versione aperta del progetto. Questo mostra come, nel contesto cinese, Linux sia stato utilizzato come base per costruire un ecosistema nazionale, non semplicemente come prodotto da installare sui computer esistenti.
Nel 2020 il governo cinese ha annunciato un piano per sostituire progressivamente i computer Windows negli uffici pubblici. Le prime stime prevedevano una sostituzione iniziale di circa il 30% delle macchine, seguita da ulteriori fasi. Tali annunci non significano che Windows sia scomparso dalla Cina: il sistema Microsoft continua a essere presente, soprattutto nei settori legati al commercio internazionale e alla compatibilità con aziende straniere. Wikipedia
La lezione cinese è importante: la sovranità tecnologica non si ottiene sviluppando soltanto un sistema operativo. Occorre creare anche il contesto in cui quel sistema possa vivere.
Un sistema libero o nazionale non può essere efficace se:
- non esistono applicazioni adatte;
- manca il supporto hardware;
- i fornitori non lo considerano;
- le amministrazioni non hanno competenze;
- i dati restano vincolati a formati stranieri;
- ogni nuovo componente richiede una piattaforma proprietaria.
La Cina sta quindi affrontando la dipendenza come problema industriale e geopolitico, non soltanto informatico.
Francia: la Gendarmerie come dimostrazione concreta
La Francia offre un esempio particolarmente significativo attraverso la Gendarmerie Nationale.
Il percorso è iniziato prima della sostituzione del sistema operativo. La Gendarmerie ha introdotto progressivamente software libero e standard aperti, tra cui OpenOffice e il formato OpenDocument. Nel 2008 ha deciso di adottare Ubuntu sulle nuove postazioni e ha sviluppato GendBuntu, una versione adattata alle esigenze dell’organizzazione. European Union
La migrazione è stata graduale. Non si è trattato di una sostituzione improvvisa di ogni componente, ma di un processo nel quale:
- il personale ha iniziato a utilizzare applicazioni libere;
- le competenze interne sono cresciute;
- sono stati ridotti i vincoli sui formati;
- il sistema operativo è stato cambiato quando l’organizzazione era pronta;
- le postazioni sono state aggiornate progressivamente.
Nel 2024 GendBuntu risultava utilizzato su oltre 100.000 postazioni della Gendarmerie, con una quota vicina al 97% del parco informatico. Le stime pubblicate indicavano circa 2 milioni di euro di risparmi annuali sulle licenze e una riduzione significativa del costo totale di gestione.
Il dato economico è importante, ma non è il punto principale.
La motivazione decisiva era la possibilità di mantenere la capacità di scelta. La Gendarmerie non voleva essere obbligata ad accettare ogni decisione del produttore del sistema operativo, soprattutto quando il passaggio a una nuova versione avrebbe comportato costi, formazione e sostituzioni hardware.
Il caso francese dimostra che una migrazione può funzionare quando:
- esiste una direzione tecnica forte;
- le competenze vengono costruite internamente;
- il cambiamento avviene per fasi;
- i formati aperti vengono adottati prima del cambio di sistema;
- gli utenti vengono coinvolti;
- il progetto è sostenuto nel tempo;
- Linux non viene presentato come una copia di Windows.
Nel 2026 la Francia ha inoltre avviato un progetto più ampio per ridurre la dipendenza tecnologica dell’amministrazione pubblica. Il piano riguarda non soltanto il desktop, ma anche strumenti di collaborazione, antivirus, intelligenza artificiale, database, virtualizzazione e infrastrutture di rete. I ministeri devono predisporre piani di attuazione, mentre il progetto è ancora in fase di definizione e non equivale al completamento di una migrazione nazionale.
La Francia non parte da zero: porta nell’amministrazione centrale l’esperienza accumulata dalla Gendarmerie.
Paesi Bassi: DAWO e l’idea di un ambiente sostituibile
I Paesi Bassi stanno sviluppando DAWO, acronimo di Digitaal Autonome Werkomgeving Overheid, cioè ambiente di lavoro digitale autonomo per il governo.
Anche in questo caso non si tratta semplicemente di creare una distribuzione Linux. DAWO punta a un ambiente composto da più elementi:
- sistema operativo;
- suite d’ufficio;
- strumenti di collaborazione;
- cloud;
- backup;
- gestione dei dispositivi;
- infrastruttura;
- strumenti di intelligenza artificiale.
La base del sistema è NixOS, scelto per il suo modello dichiarativo e riproducibile. In NixOS la configurazione dell’ambiente può essere descritta come codice. Questo permette di ricreare sistemi coerenti, controllare le modifiche e distribuire la stessa configurazione su molte macchine.
Il progetto olandese è in fase pilota e coinvolge otto municipalità. La prima versione stabile è prevista successivamente; non esiste ancora una data definitiva per una distribuzione nazionale completa.
DAWO è particolarmente interessante per la sua concezione modulare. L’obiettivo non è creare un nuovo prodotto monolitico che sostituisca quello precedente, ma un insieme di componenti intercambiabili.
Il progetto dichiara infatti obiettivi come:
- autonomia digitale;
- collaborazione tra amministrazioni e società;
- sicurezza;
- verificabilità;
- innovazione;
- componenti sostituibili. dawo.community
Questa impostazione è molto diversa dalla semplice sostituzione di Windows con un altro sistema operativo proprietario.
L’idea è che ogni componente dell’ambiente possa essere controllato e, se necessario, rimpiazzato. Il sistema operativo non deve obbligare l’ente a usare una specifica suite d’ufficio; la suite non deve obbligare a utilizzare un determinato cloud; il cloud non deve determinare il formato dei dati.
Il progetto olandese mostra quindi una concezione della sovranità digitale come architettura a blocchi sostituibili.
Sovranità non significa isolamento
È importante distinguere tra autonomia e autarchia.
Un’amministrazione autonoma non deve necessariamente sviluppare tutto da sola. Può utilizzare software creato in altri Paesi, collaborare con imprese private, partecipare a comunità internazionali e adottare componenti sviluppati altrove.
La differenza è che dovrebbe poter:
- comprendere il funzionamento dei componenti;
- controllare i dati;
- scegliere chi fornisce il supporto;
- sostituire un componente;
- contribuire allo sviluppo;
- continuare a operare se un fornitore abbandona il mercato.
L’autonomia non è l’assenza di interdipendenze. È la possibilità di gestirle senza trasformarle in subordinazione.
Un’amministrazione europea può usare software nato negli Stati Uniti, in Asia o in Sud America, purché non sia obbligata a dipendere dal controllo esclusivo di un’unica società.
Migrazione e libertà individuale
La questione riguarda anche i singoli utenti.
Quando una scuola, un ufficio o un’amministrazione adotta esclusivamente formati e software proprietari, limita indirettamente la libertà dei cittadini. Chi vuole accedere a un documento o partecipare a una procedura può essere costretto a:
- acquistare un programma;
- creare un account;
- installare software non desiderato;
- utilizzare un determinato dispositivo;
- affidare i propri dati a un fornitore;
- accettare condizioni contrattuali che non può negoziare.
L’adozione del Software Libero e dei formati aperti è quindi anche una questione di cittadinanza digitale.
Un servizio pubblico dovrebbe essere accessibile senza imporre il possesso di una specifica piattaforma privata. I cittadini dovrebbero poter utilizzare sistemi diversi, purché rispettino standard condivisi.
Il costo del cambiamento
Una migrazione richiede investimenti. Il Software Libero non significa necessariamente “informatica gratuita”.
Occorre pagare:
- tecnici;
- sviluppatori;
- formazione;
- assistenza;
- documentazione;
- test;
- sicurezza;
- manutenzione;
- gestione dell’infrastruttura;
- adattamento delle applicazioni;
- migrazione degli archivi.
La differenza è che il denaro può essere speso per creare competenze e patrimonio riutilizzabile, anziché soltanto per acquistare licenze e rinnovi obbligatori.
Il costo di un software proprietario può sembrare basso quando viene valutato soltanto come prezzo iniziale. Ma bisogna considerare anche:
- costi di aggiornamento;
- aumenti degli abbonamenti;
- hardware richiesto dalle nuove versioni;
- formazione;
- migrazione forzata;
- perdita di compatibilità;
- dipendenza da servizi online;
- costi di uscita;
- impossibilità di affidare il supporto a soggetti concorrenti.
Il Software Libero “costa diversamente”. Il suo valore non è soltanto nell’assenza del prezzo di licenza, ma nella possibilità di mantenere il controllo nel tempo.
Un modello di migrazione coerente con questi principi
Una migrazione basata sull’autonomia digitale potrebbe seguire alcune fasi.
1. Inventariare le dipendenze
Non basta elencare i programmi installati. Bisogna identificare:
- quali applicazioni sono indispensabili;
- quali dati producono;
- in quali formati vengono salvati;
- quali procedure dipendono da esse;
- quali fornitori le supportano;
- se esistono alternative;
- quanto costerebbe sostituirle;
- se il codice è accessibile;
- se i dati possono essere esportati.
L’obiettivo è rendere visibili le dipendenze prima di cercare una soluzione.
2. Stabilire i principi di acquisto
Ogni nuovo sistema dovrebbe rispettare requisiti come:
- formati aperti;
- protocolli documentati;
- API accessibili;
- esportazione completa dei dati;
- funzionamento multipiattaforma;
- assenza di vincoli verso un solo fornitore;
- licenze libere quando possibile;
- possibilità di affidare la manutenzione a più imprese;
- supporto a lungo termine;
- interoperabilità con sistemi diversi.
In questo modo l’organizzazione smette di creare nuove dipendenze mentre cerca di ridurre quelle vecchie.
3. Cominciare dai dati e dai formati
Il cambio del sistema operativo dovrebbe essere preceduto da una politica sui documenti.
Bisogna:
- adottare formati aperti;
- eliminare le macro non necessarie;
- convertire i modelli;
- documentare le strutture dei dati;
- separare i contenuti dai programmi;
- garantire l’accesso agli archivi storici;
- testare la conversione dei documenti più importanti.
Se i dati sono liberi e interoperabili, cambiare applicazione diventa più semplice.
4. Costruire competenze
Un’amministrazione deve possedere almeno una parte delle competenze necessarie per comprendere e governare la propria infrastruttura.
Non è necessario che tutti siano programmatori. È però necessario che esistano persone in grado di:
- valutare le architetture;
- controllare i fornitori;
- leggere la documentazione;
- gestire i contratti;
- verificare la sicurezza;
- coordinare i contributi;
- intervenire in caso di emergenza;
- evitare che la conoscenza venga concentrata presso un solo soggetto.
5. Sperimentare senza creare dipendenza
I progetti pilota devono verificare non soltanto se il sistema funziona, ma se l’organizzazione riesce a controllarlo.
Bisogna chiedersi:
- possiamo aggiornarlo senza autorizzazioni esterne?
- possiamo correggerlo?
- possiamo cambiare fornitore?
- possiamo recuperare i dati?
- possiamo riprodurre l’ambiente?
- possiamo verificare il codice?
- possiamo trasferire il progetto a un’altra amministrazione?
- possiamo continuare se il principale manutentore scompare?
Queste sono domande più importanti della semplice somiglianza tra due interfacce grafiche.
6. Migrare gradualmente
Una migrazione graduale non deve essere confusa con una rinuncia agli obiettivi.
Si può procedere per fasi:
- browser e strumenti Internet;
- formati aperti;
- posta e collaborazione;
- suite d’ufficio;
- applicazioni interne;
- gestione degli utenti;
- sistema operativo;
- eliminazione progressiva delle eccezioni Windows.
Alcuni programmi potrebbero restare temporaneamente in esecuzione tramite macchine virtuali o accesso remoto. L’importante è che l’eccezione non continui a governare l’intero ambiente.
Non una guerra contro Microsoft
Il passaggio al Software Libero non deve essere raccontato necessariamente come una guerra contro Microsoft.
Microsoft può continuare a offrire prodotti utilizzati da imprese e cittadini. Il problema non è l’esistenza di un’azienda privata. Il problema è che una singola azienda possa diventare una condizione obbligatoria per il funzionamento di un’intera amministrazione.
La libertà non richiede che un prodotto proprietario scompaia. Richiede che l’utente possa scegliere.
Un’amministrazione può anche decidere di utilizzare un prodotto Microsoft in uno specifico settore, se quella scelta è consapevole, reversibile e compatibile con standard aperti. Ciò che dovrebbe essere evitato è l’impossibilità pratica di cambiare.
La differenza è fondamentale:
- usare un prodotto perché è il più adatto è una scelta;
- usarlo perché non esiste una via d’uscita è una dipendenza.
Un cambiamento lento, ma difficile da fermare
Il dominio di Windows non è nato in pochi mesi. È il risultato di decenni di accordi, abitudini, investimenti, compatibilità e concentrazione del mercato.
È quindi irrealistico aspettarsi che il cambiamento avvenga rapidamente o in modo uniforme.
Ci saranno:
- migrazioni riuscite;
- progetti interrotti;
- ritorni temporanei a Windows;
- distribuzioni diverse;
- software ancora proprietario;
- compromessi;
- errori;
- conflitti politici;
- difficoltà tecniche.
Ma questo non significa che il movimento sia privo di direzione.
Ogni amministrazione che adotta un formato aperto, pubblica codice, finanzia un progetto libero, sviluppa competenze interne o introduce clausole di interoperabilità riduce la dipendenza complessiva.
Ogni progetto contribuisce a un patrimonio comune. Anche quando una migrazione non raggiunge tutti gli obiettivi, può lasciare:
- documentazione;
- strumenti;
- competenze;
- codice;
- procedure;
- standard;
- consapevolezza politica.
Questa è una differenza essenziale rispetto agli investimenti in piattaforme completamente chiuse: quando il progetto proprietario termina, gran parte del valore resta nelle mani del fornitore. Quando un progetto libero viene sviluppato correttamente, il risultato può essere riutilizzato da altri.
La possibile inevitabilità del passaggio
Il passaggio a Linux e al Software Libero potrebbe essere lento, ma appare sempre più difficile da evitare per ragioni che non sono soltanto ideologiche.
Le amministrazioni devono affrontare:
- la crescita dei costi degli abbonamenti;
- la dipendenza dai servizi cloud;
- la necessità di proteggere i dati;
- i rischi geopolitici;
- l’obsolescenza hardware;
- la continuità dei servizi pubblici;
- la disponibilità di competenze;
- il controllo dell’intelligenza artificiale;
- la sicurezza delle infrastrutture;
- il diritto di cambiare fornitore.
In questo scenario, la libertà del software diventa una necessità pratica.
Non si tratta più soltanto di sostenere una filosofia informatica. Si tratta di garantire che una scuola, un comune, un ospedale o uno Stato possa continuare a funzionare anche quando:
- un’azienda cambia prezzi;
- un servizio viene ritirato;
- un account viene bloccato;
- una licenza non viene rinnovata;
- un formato diventa obsoleto;
- un fornitore viene acquisito;
- una decisione politica estera modifica l’accesso a una piattaforma.
Conclusione: il controllo prima della compatibilità
La compatibilità è importante, soprattutto durante la transizione. Ma non può essere l’orizzonte ultimo.
Se la compatibilità significa poter aprire un documento, comunicare con altri sistemi e garantire continuità agli utenti, è uno strumento utile.
Se invece significa che ogni alternativa deve imitare Windows, utilizzare gli stessi formati chiusi e dipendere dalle stesse piattaforme, allora diventa un altro nome per la subordinazione.
Linux non deve vincere perché è una copia migliore di Windows. Il Software Libero non deve imporsi perché offre gratuitamente gli stessi prodotti proprietari.
Il suo valore è un altro: restituire agli utenti e alle istituzioni la possibilità di scegliere, controllare, modificare, condividere e sostituire.
La Cina sta cercando di costruire un ecosistema tecnologico nazionale. La Francia può contare sull’esperienza ormai lunga della Gendarmerie e sta cercando di estendere il principio dell’autonomia all’intera amministrazione. I Paesi Bassi stanno sperimentando DAWO, un ambiente digitale modulare e verificabile basato su NixOS. Questi progetti sono diversi, non privi di difficoltà e non ancora conclusi. Ma indicano una direzione comune.
Il punto non è sostituire un monopolio con un altro.
Il punto è fare in modo che nessun monopolio possa diventare indispensabile.
Il passaggio sarà probabilmente graduale. Potrà procedere in modo discontinuo e incontrare resistenze. Ma quando le istituzioni comprenderanno che la libertà del software non è un lusso tecnico bensì una condizione di autonomia politica, economica e democratica, la trasformazione diventerà sempre più difficile da arrestare.
La questione finale non è se Linux possa imitare Windows.
È se cittadini e Stati debbano continuare a dipendere da una multinazionale per poter utilizzare i propri strumenti digitali.