Il 30 dicembre 2006 Saddam Hussein, ex presidente e dittatore dell’Iraq, fu giustiziato per impiccagione a Baghdad. La condanna a morte era stata pronunciata dal Tribunale penale supremo iracheno, che lo aveva riconosciuto colpevole di crimini contro l’umanità per la repressione avvenuta nella città di Dujail nel 1982. Dopo un attentato fallito contro di lui, le autorità arrestarono centinaia di abitanti: molti furono detenuti e torturati, mentre 148 uomini e ragazzi vennero condannati a morte. L’appello di Saddam fu respinto pochi giorni prima dell’esecuzione.
La sua morte segnò la conclusione di un processo seguito con grande attenzione in Iraq e all’estero. Il procedimento, tuttavia, fu accompagnato da forti contestazioni: organizzazioni per i diritti umani denunciarono gravi carenze nelle garanzie del processo e nell’indipendenza del tribunale. Anche l’esecuzione suscitò polemiche: un filmato ripreso con un telefono e diffuso dopo l’evento mostrava alcune persone presenti al momento dell’impiccagione mentre lo insultavano e inneggiavano a un leader sciita.
La notizia provocò reazioni diverse nel Paese, tra celebrazioni e condanne, in un Iraq già attraversato da profonde divisioni e violenze. Per alcuni, l’esecuzione rappresentò la resa dei conti con un regime responsabile di repressioni e atrocità; per altri, il modo in cui fu condotta rischiava di accentuare le tensioni settarie. La morte di Saddam non pose fine all’instabilità irachena, ma divenne un momento simbolico e controverso nella storia del Paese dopo la caduta del suo governo.