Il 55% degli intervistati indica la possibilità di evitare il vendor lock-in tra i principali motivi per scegliere software open source. In Europa e nel Regno Unito la quota sale al 63%. È uno dei dati del State of Open Source Report 2026, realizzato da Perforce OpenLogic in collaborazione con la Open Source Initiative e la Eclipse Foundation, sulla base di oltre 700 risposte di persone che lavorano con software open source in organizzazioni di dimensioni e settori diversi.
Che cos’è il vendor lock-in
Si parla di vendor lock-in quando un’organizzazione dipende così tanto da un fornitore che cambiare prodotto o servizio diventa difficile, costoso o rischioso. La dipendenza può derivare da formati di dati proprietari, applicazioni strettamente integrate con una piattaforma, competenze difficili da trasferire o costi di migrazione elevati.
Il problema non è soltanto pagare di più. Se un fornitore cambia prezzi, condizioni o caratteristiche del servizio, il cliente potrebbe avere poche alternative praticabili. E se la tecnologia è essenziale per le attività quotidiane, anche una migrazione tecnicamente possibile può richiedere mesi di lavoro e comportare interruzioni.
Perché l’open source può ridurre la dipendenza
Il software open source offre maggiore libertà di esaminare e modificare il codice e, in molti casi, di eseguire il programma su infrastrutture diverse. Questo può rendere più semplice cambiare fornitore di assistenza, spostare un servizio o adattare una soluzione alle proprie esigenze.
Ma “open source” non significa automaticamente “nessun vincolo”. Un progetto può essere libero e, allo stesso tempo, un’organizzazione può diventare dipendente da una specifica distribuzione, da un servizio cloud o da strumenti proprietari costruiti attorno a quel software. Anche i dati, le competenze interne e le procedure operative possono rendere un cambiamento difficile.
Perciò la libertà effettiva dipende anche da scelte pratiche: usare formati esportabili, preferire standard aperti, documentare le configurazioni e verificare in anticipo quanto sarebbe complesso trasferire dati e carichi di lavoro.
Un trend evidente in Europa
Il rapporto rileva che il vendor lock-in è citato come motivo di adozione dell’open source dal 63% delle organizzazioni nell’UE e nel Regno Unito, contro il 51% in Nord America. Gli autori collegano il dato al crescente interesse per l’autonomia digitale: mantenere la possibilità di scegliere dove eseguire i sistemi e da chi ricevere servizi può diventare una questione strategica, oltre che tecnica.
La libertà richiede anche manutenzione
Adottare software libero non elimina il lavoro di gestione. Il rapporto segnala che sicurezza, aggiornamenti e manutenzione restano sfide importanti: il 20% delle organizzazioni dichiara di non avere una procedura specifica per gestire le vulnerabilità note, mentre il 39% delle grandi imprese fatica a rispettare i propri tempi interni per correggerle. Tra le organizzazioni che hanno fallito un audit di conformità, il 55% utilizzava software open source non più supportato.
Questi numeri ricordano che l’accesso al codice è solo una parte della questione. Servono responsabilità chiare, aggiornamenti regolari, inventari delle componenti utilizzate e risorse per mantenere i sistemi nel tempo. Un progetto abbandonato o una versione fuori supporto può creare rischi anche quando la licenza garantisce ampie libertà.
Una scelta strategica, non una scorciatoia
Il dato principale del rapporto racconta un cambiamento di prospettiva: per molte organizzazioni l’open source non è soltanto un modo per ridurre i costi o accelerare lo sviluppo. È anche uno strumento per conservare margini di scelta nel lungo periodo.
La domanda utile, quindi, non è solo «questo software è libero?», ma anche: «possiamo spostarlo, mantenerlo e sostituirlo senza dipendere da un solo soggetto?». La risposta dipende dalla licenza, dall’architettura, dai formati dei dati e dalla capacità dell’organizzazione di sostenere la tecnologia che adotta.