Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha pronunciato parole sull'Intelligenza Artificiale che meritano di essere lette per intero e non ridotte a una semplice dichiarazione sulla necessità di "regolare l'IA".
Ricevendo al Quirinale, il 15 settembre, una delegazione della World Jurist Association e della World Law Foundation, il Presidente ha ricordato innanzitutto che lo sviluppo delle tecnologie digitali e dell'Intelligenza Artificiale apre opportunità straordinarie, ma deve rimanere ancorato alla dignità della persona, alla libertà e ai diritti fondamentali.
Poi è arrivato il passaggio probabilmente più significativo: la necessità di «ripristinare» l'autorità degli Stati e degli organismi sovranazionali di fronte a soggetti privati dotati di una smisurata potenza finanziaria e tecnologica.
Non è una questione secondaria. È, al contrario, uno dei problemi centrali posti oggi dall'Intelligenza Artificiale.
Mattarella non è nuovo a questa riflessione. Già nel dicembre 2024 aveva sostenuto che le scoperte e gli sviluppi nel campo dell'IA non possono diventare monopolio privato e che la loro governance non può essere lasciata esclusivamente al mercato o al potere di pochi. Aveva indicato allora una prospettiva precisa: fare dell'Intelligenza Artificiale un "bene comune".
La dichiarazione di oggi compie un ulteriore passo, perché pone esplicitamente il problema del rapporto tra potere democratico e potere tecnologico.
Ed è esattamente qui che, come Collettivo TUXSA, riteniamo necessario aprire una discussione ancora più radicale.
Regolare non basta
Il problema non consiste soltanto nel definire quali utilizzi dell'Intelligenza Artificiale siano consentiti e quali debbano essere vietati.
Occorre chiedersi chi possiede l'infrastruttura sulla quale questa nuova tecnologia viene costruita.
Chi controlla i modelli? Chi dispone delle enormi capacità di calcolo necessarie per addestrarli? Chi conosce realmente i dati utilizzati? Chi stabilisce le condizioni di accesso? Chi può studiare, verificare e modificare i sistemi? Chi decide che cosa diventa pubblico e che cosa rimane un segreto industriale?
Sono domande che riguardano il potere prima ancora che la tecnologia.
Oggi una parte rilevante dello sviluppo dell'IA più avanzata è concentrata nelle mani di un numero molto ristretto di grandi imprese, capaci di disporre di risorse economiche, dati, infrastrutture di calcolo e competenze difficilmente accessibili non soltanto ai singoli cittadini, ma persino a università, comunità scientifiche, associazioni e istituzioni pubbliche.
Per questo condividiamo il problema posto dal Presidente della Repubblica, ma riteniamo necessario andare oltre.
Non sostituire il monopolio privato con quello pubblico
La risposta, a nostro avviso, non può essere semplicemente trasferire il controllo dalle grandi aziende agli Stati.
L'Intelligenza Artificiale non dovrebbe diventare proprietà esclusiva né di una multinazionale né di un governo.
La questione centrale è costruire progressivamente le condizioni perché una tecnologia destinata a incidere sulla conoscenza, sull'informazione, sul lavoro, sull'istruzione, sulla ricerca e sulla stessa formazione delle decisioni collettive possa essere considerata una infrastruttura di interesse comune.
Questo significa innanzitutto trasparenza.
Significa poter conoscere e verificare, nei limiti compatibili con la sicurezza e con la tutela dei dati personali, come vengono costruiti i sistemi che utilizziamo.
Significa favorire modelli aperti, standard aperti, formati aperti, documentazione pubblica e ricerca riproducibile.
Significa soprattutto evitare che l'accesso alle capacità di calcolo, ai dati e agli strumenti necessari allo sviluppo dell'IA diventi il nuovo "mezzo di produzione" posseduto esclusivamente da pochi soggetti economicamente dominanti.
Il codice aperto è necessario, ma non è sufficiente
Come Collettivo TUXSA abbiamo sempre sostenuto il Software Libero e continuiamo a considerarlo un elemento essenziale di autonomia tecnologica.
Con l'Intelligenza Artificiale, tuttavia, aprire soltanto il codice non basta.
Un sistema di IA è composto dal software, ma anche dai modelli, dai pesi, dai dati o almeno dalla documentazione sulla loro provenienza e selezione, dalle procedure di addestramento, dalle capacità di calcolo e dagli strumenti necessari per verificare e riprodurre i risultati.
Pubblicare un programma senza rendere accessibili gli altri elementi fondamentali può produrre una trasparenza soltanto apparente.
È quindi necessario cominciare a parlare di una vera IA aperta, andando oltre l'uso spesso ambiguo dell'espressione "open source AI": una tecnologia nella quale siano concretamente garantite possibilità di studio, verifica, ricerca, modifica e condivisione.
Il ruolo dello Stato dovrebbe essere quello di aprire, non di possedere
È qui che intravediamo un possibile ruolo nuovo per le istituzioni pubbliche.
Lo Stato non dovrebbe necessariamente diventare il proprietario dell'Intelligenza Artificiale. Potrebbe invece garantire le condizioni affinché nessuno possa appropriarsene in maniera esclusiva.
Potrebbe finanziare infrastrutture pubbliche di calcolo accessibili a università, ricercatori, comunità del Software Libero, associazioni e piccole imprese; sostenere modelli realmente aperti; promuovere dataset pubblici di qualità; imporre obblighi di trasparenza proporzionati al potere e all'impatto dei sistemi; pretendere interoperabilità e portabilità; utilizzare nelle amministrazioni pubbliche tecnologie verificabili e sottoponibili a controllo indipendente.
In altre parole, potrebbe creare ciò che oggi quasi non esiste: le condizioni materiali perché anche i cittadini possano partecipare alla costruzione della nuova infrastruttura della conoscenza.
Perché la libertà tecnologica non consiste semplicemente nella possibilità di scegliere quale servizio utilizzare. Esiste soltanto quando abbiamo anche il diritto e gli strumenti per comprendere, controllare, modificare e costruire alternative.
I nuovi mezzi di produzione della conoscenza
La questione dell'Intelligenza Artificiale rischia infatti di riprodurre, su una scala mai vista prima, una vecchia concentrazione di potere.
Chi possiede le infrastrutture può determinare le condizioni alle quali gli altri accedono alla tecnologia.
E quando quelle infrastrutture non servono più soltanto a produrre merci, ma contribuiscono a produrre testi, immagini, software, informazione, ricerca e conoscenza, il problema diventa direttamente democratico.
Non stiamo parlando soltanto di computer più potenti.
Stiamo parlando dei nuovi mezzi di produzione della conoscenza.
Lasciare che siano concentrati stabilmente nelle mani di pochissimi soggetti significa accettare che una parte crescente della capacità collettiva di produrre conoscenza dipenda dalle condizioni economiche e tecniche stabilite da quei soggetti.
Dall'Intelligenza Artificiale proprietaria all'Intelligenza Artificiale come bene comune
Le parole pronunciate da Sergio Mattarella hanno quindi il merito di porre una questione che troppo spesso rimane ai margini del dibattito pubblico.
Il problema non è essere favorevoli o contrari all'Intelligenza Artificiale.
Noi non siamo contrari.
Al contrario, proprio perché riteniamo enormi le sue possibilità, non vogliamo che una tecnologia così importante venga consegnata al controllo esclusivo di pochi.
Il Presidente della Repubblica chiede agli Stati di recuperare l'autorità perduta nei confronti di soggetti privati dotati di una potenza finanziaria e tecnologica senza precedenti.
Noi aggiungiamo una domanda.
Recuperare quell'autorità per farne cosa?
Se servirà soltanto a regolamentare un sistema che continuerà a essere posseduto e controllato dagli stessi soggetti, avremo probabilmente posto dei limiti, ma non avremo risolto il problema.
Se invece servirà ad aprire ciò che oggi è chiuso, distribuire ciò che oggi è concentrato, rendere verificabile ciò che oggi è opaco e mettere a disposizione della collettività infrastrutture oggi riservate a pochi, allora potremo cominciare a parlare davvero di Intelligenza Artificiale come bene comune.
Il futuro dell'IA non dovrebbe appartenere alle grandi aziende.
Ma non dovrebbe appartenere neppure agli Stati.
Dovrebbe appartenere a tutti.